Ambiente

144 Articoli

Architettura

3 Articoli

Cinema

8 Articoli

Cultura

170 Articoli

Economia

12 Articoli

Giustizia

9 Articoli

Interviste

54 Articoli

Lingua

56 Articoli

Mondo

37 Articoli

Musica

5 Articoli

Notizie

63 Articoli

Persone

24 Articoli

Politica

291 Articoli

S'Imprenta

167 Articoli

Sanità

14 Articoli

Senza Categoria

2 Articoli

Società

22 Articoli

Sport

5 Articoli

Storia

105 Articoli

Trasporti

5 Articoli

Non perdere le ultime da S'Indipendente!

Pericolo violenza in Sardegna? Chi vuole spaventarci?

È passato quasi un quarto di secolo, ma per me che scrivo quei fatti bruciano come fossero accaduti stamattina. 

Io al G8 di Genova del 2001 c’ero e c’ero da sardo.

Ricordo la “moltitudine” – come si chiamava il “popolo di Seattle” che aveva lanciato la sfida ai “grandi della terra”, ricordo gli slogan, i dibattiti, le piazze tematiche. Ricordo l’energia, i contrasti, i vari metodi con cui volevamo “violare la zona rossa” e “assediare i padroni del mondo”.

Quel mondo semplicemente non c’è più. Di globalizzazione non si parla da tempo, l’ordine mondiale che mettevamo in discussione è andato in frantumi. Ma molti dei temi che ponevamo, a partire dal land grabbing, dall’impoverimento dei popoli costretti ai margini, dalla questione ambientale, dalla grande e mai evasa questione coloniale (esterna e interna agli stati) restano integralmente sul tappeto. 

Di una cosa invece avevamo con fatica imparato a fare a meno e cioè del tema violenza-non violenza, della divisione tra buoni e cattivi che prima e soprattutto dopo Genova ha spaccato e poi devastato i movimenti. 

Per gli anni a seguire il dibattito politico è stato avvelenato da queste discussioni e la Sardegna non ha fatto eccezione. Oggi sembra incredibile a raccontarlo, ma il movimento indipendentista, oltre sull’icona dell’albero e sull’abiura del sardismo, si è spaccato proprio sul si o no al credo gandhiano, come se la Sardegna fosse minimamente paragonabile all’India, come se in Sardegna il movimento indipendentista avesse mai preso sul serio la strada della lotta armata o come se in Sardegna ci fosse davvero qualche Gandhi (al di là dei deliri di qualcuno che evidentemente un po’ si raccontava di essere qualcosa di simile..).

Ogni fronte comune, ogni mobilitazione condivisa, ogni alleanza elettorale, persino ogni confronto serio si infrangeva come onde sui frutti proprio su queste questioni di lana caprina.

Il risultato è stato il cinghiale biblico che ha devastato la vigna del Signore e il deserto su cui ci ritroviamo a dover costruire da zero in un contesto dove, ormai, sono pochi i sardi a non essersi accorti del rapporto di subalternità che intercorre tra la nostra isola e il centro statale a cui essa è vincolata. 

Oggi che il fermento anticoloniale rinasce sulle questioni reali e lontano dagli ambienti ormai diventati sterili delle sigle indipendentiste, qualcuno risolleva dal nulla lo spettro della dicotomia violenza/non violenza e per farlo si appella proprio allo spettro del G8 di Genova.

A Genova io c’ero e soprattutto c’ero dopo e so quanto questa questione sia stata montata ad arte da apparati contigui alla polizia o da opportunisti patentati che non avevano alcun interesse a parlare di temi e contenuti, ma volevano semplicemente spaccare il fronte di quello che allora veniva definito “movimento dei movimenti” e che in realtà era l’ultimo tentativo internazionale di opporsi alla dittatura delle multinazionali, alla finanziarizzazione dell’economia, alla guerra come strumento di accumulazione capitalistica e ad un nuovo ciclo di sfruttamento coloniale. 

A questo punto dobbiamo dirlo con chiarezza: ogni tentativo di riesumare lo spettro della “violenza politica” per applicarlo in modo meccanico e strumentale al contesto sardo è da considerarsi o un atto di imperdonabile ignoranza o una provocazione di dubbia provenienza.

Che non sia necessario entrare nel merito della questione lo dice la storia recente del movimento contro la colonizzazione. Per esempio i comitati contro la speculazione energetica hanno sempre agito alla luce del sole e al massimo hanno utilizzato blandissime tecniche non violente, come è accaduto al porto di Oristano nell’estate del 2024 o con l’occupazione pacifica del Consiglio Regionale nell’autunno del 2024. 

Persino gli episodi di incendi di alcuni campi fotovoltaici non ha minimamente inquinato il dibattito politico e chi ha tentato di usare strumentalmente questi fatti completamente slegati dalla mobilitazione popolare gestita dai comitati, è stato subito isolato e neutralizzato dietro una cortina di colossale indifferenza. 

A Genova, durante il G8 di Genova, lo Stato sospese di fatto lo stato di diritto: l’uso radicato della violenza in piazza contro cortei autorizzati, la morte di Carlo Giuliani, le torture alla Diaz e a Bolzaneto, la repressione indiscriminata sono stati il biglietto da visita di una nuova fase autoritaria  dello stato repubblicano. Chi usa oggi quel riferimento dovrebbe avere almeno l’onestà intellettuale di ricordare che lì la violenza fu anzitutto sistemica, verticale, esercitata dall’alto verso il basso, a partire dal dibattito pre mobilitazione che fu pesantemente orientato verso la creazione di un clima di paura e sospetto. 

Ben prima che le prime bottiglie incominciassero a volare, le principali testate giornalistiche parlavano di un centinaio di bare fatte affluire nel capoluogo ligure, di potenziali attacchi con palloncini pieni di virus dell’HIV da parte dei manifestanti, di cecchini e antiaerea piazzate per impedire incursioni da parte dei contestatori.

Chi parla di violenza prima di una mobilitazione generalmente ha l’interesse perché quella mobilitazione fallisca del tutto, sgonfiandosi prima del dovuto o esplodendo in un caos incontrollabile.

La decolonizzazione della Sardegna è un fatto di popolo, non di elites urbane progressiste sensibili ai problemi del mondo. Trasportare quel paradigma in Sardegna è – se vogliamo essere ottimisti –un’operazione di mistificazione bella e buona.

 Qui non siamo davanti a una dialettica tra “violenti” e “pacifici”, tra “buoni” e “cattivi”. Siamo dentro un processo storico di espropriazione e subordinazione che ha caratteri coloniali: servitù militari tra le più estese d’Europa, devastazione ambientale, dipendenza energetica costruita dall’esterno, spopolamento ai limiti del sardocidio e dell’ecocidio – come ho già avuto modo di argomentare in altri studi. 

Allora mi chiedo: chi evoca il pericolo della “violenza” alle mobilitazioni popolari, di cosa sta parlando davvero? Dov’era quando abbiamo depositato 210.729 firme di una legge di iniziativa popolare assediando il Consiglio Regionale con la forza del popolo e senza bisogno che nessuno inquinasse il dibattito agitando spettri sulle “possibili violenze” o su probabili tentativi di infiltrazione. 

Dobbiamo forse mettere in conto che si sta cercando di costruire una narrazione funzionale a delegittimare ogni conflitto sociale e politico per meglio favorire la penetrazione coloniale con il fine malcelato di spaccare ancora di più il movimento popolare sardo per poterlo azzerare completamente?

Ignoranza o provocazione? Francamente, entrambe le cose sono possibili. Ma quando certi discorsi vengono ripetuti con tanta precisione nei momenti in cui cresce il conflitto sociale, tendo a pensare che l’ignoranza sia solo una copertura. Qui c’è una funzione politica: costruire paura, isolare chi lotta, impedire che si formi un consenso largo attorno a rivendicazioni legittime.

Come fa notare Omar Onnis, la distinzione, dentro i movimenti e le mobilitazioni, tra la parte violenta e il resto è sempre funzionale al depotenziamento e alla sconfitta finale delle lotte; infatti, tutte le lotte durature l’hanno sempre respinta (vedi, in Italia, la lotta della Val di Susa contro il TAV e, in Sardegna, la stessa mobilitazione contro l’occupazione militare).

Partecipiamo alle tante piazze che stanno organizzando comitati e movimenti di lungo corso, dal nord al sud dell’isola e rispediamo al mittente i procurati allarmi ad orologeria!


Foto di copertina: Marco Piras

Cumpartzi • Condividi

Lascia un commento / Cummenta

I commenti saranno sottoposti ad approvazione prima della pubblicazione.

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Captcha in caricamento...