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Pensavate fosse un calesse, invece era un movimento popolare

La lotta contro la quarta colonizzazione della Sardegna va avanti ormai da diversi anni e precisamente d quando il Governo Draghi, sostenuto anche da PD e M5S, ha varato il famigerato Decreto Legislativo 8 novembre 2021, n. 199 (noto anche come Decreto Rinnovabili) che di fatto ha inaugurato la politica del saccheggio coloniale del Mezzogiorno italiano e dell’ultima colonia oltremare dello stato italiano: la Sardegna.  

In questi cinque anni sono accadute molte cose e fra queste è stato più volte celebrato il funerale del movimento popolare di resistenza coordinato dai comitati e dai movimenti sorti per difendere l’isola da questo ennesimo assalto all’arma bianca contro la sovranità del popolo sardo.

Sono innumerevoli anche i tentativi di smembrare la rete che ha raccolto più di 200mila sottoscrizioni della legge di iniziativa popolare Pratobello 24 e che di fatto è riuscita a sventare diversi progetti, spesso lavorando solitariamente in presenza di amministrazioni comunali completamente disinteressate al problema o addirittura complici del saccheggio.

La storia dei movimenti popolari insegna che ci sono alti e bassi e che è impossibile mantenere sempre lo stesso ritmo e la Sardegna non fa certo eccezione. Questi andamenti fisiologici hanno fatto pensare a qualche speculatore che le strategie frazioniste, le manipolazioni, le scissioni indotte, i tentacoli della politica di Palazzo e persino le denuncie arrivate agli attivisti più esposti da parte di politicanti locali, avessero colpito duramente e sterilizzato la mobilitazione.

Il cammino di Monte Unturzu

La manifestazione del 28 giugno lanciata dal Coordinamento Gallura, dal Comitato Nuova Resistenza di Alghero e dal Comitadu pro sa Nurra racconta un’altra storia. 

In ballo c’è l’opposizione al progetto eolicoALAS” a Monte Unturzu (tra i comuni di Ittiri e Villanova Monteleone) che prevede l’installazione di 10 aerogeneratori da 6,6 MW ciascuno. Il cantiere è attualmente al centro di un aspro dibattito politico e i comitati denunciano il grave e irreversibile impatto sull’oasi del grifone e su un’area naturalistica sensibile. 

In generale questo progetto ricade in un contesto (quello della la Nurra appunto) dove – come denuncia il Comitadu pro sa Nurra – è in corso un vero e proprio assalto speculativo che non ha nulla a che vedere con la transizione energetica con 50 progetti di mega impianti industriali che pendono su un territorio fragile senza alcuna pianificazione.

Ma al di là del fatto e della situazione specifica dobbiamo avere la capacità di ricomporre il puzzle, perché la nostra forza sta nella visione d’insieme di quanto sta accadendo.

La manifestazione del 28 giugno ad Ittiri non è solo una tappa della mobilitazione contro la speculazione energetica: è il segnale che, dopo cinque anni di resistenza diffusa ma spesso frammentata, la Sardegna torna a pensarsi come soggetto collettivo, come popolo che si oppone a una nuova fase della propria subordinazione. La massiccia adesione di una vasta schiera di comitati e movimenti da tutta l’isola, racconta una storia diversa da quella veicolata dalla narrazione ufficiale e da diversi media “nazionali” che vuole appiattire la mobilitazione contro la speculazione energetica a una pratica “nimby” (non nel mio giardino).

C’è un momento, nella storia dei popoli, in cui le vertenze smettono di essere singoli conflitti locali e iniziano a comporsi in un disegno più ampio. Un momento in cui ciò che appariva frammentato – una protesta contro un impianto eolico, una mobilitazione contro un resort di lusso, una vertenza territoriale per la difesa di un asset pubblico – si rivela per quello che è: un’unica lotta contro un unico processo.

Le tessere di un unico mosaico

In tempi non sospetti mi spinsi a sostenere che i comitati antispeculazione rappresentavano di fatto un movimento anticoloniale. Nonostante i problemi fisiologici e perfino gli arresti della mobilitazione, a due anni di distanza confermo quel giudizio.

La mobilitazione contro la speculazione energetica non è infatti un fenomeno isolato. Si inserisce in un quadro più ampio che oggi appare con sempre maggiore chiarezza.

La lotta per salvare Lu Fenosu – ribattezzata in neolingua coloniale Cala Finanza – dalla trasformazione in enclave turistica di lusso rappresenta un altro fronte della stessa lotta, la crescente protesta contro l’utilizzo della Sardegna come resort di lusso per i soldati sionisti impiegati a Gaza, il prolungamento sine die della vita delle centrali a carbone, la metanizzazione fuori tempo massimo, l’incubo del nucleare che pensavamo respinto con le lotte degli anni dieci del Duemila e il brutto affare della privatizzazione degli aeroporti sardi, sono solo alcuni dei nodi di un unico filo rosso coloniale. 

Energia, turismo, asset strategici e destinazione d’uso militare dell’isola (allargamento RWM e accordo Aspal-Esercito) sono quattro fronti apparentemente distinti che costituiscono in realtà le coordinate di un unico processo coloniale a cui deve corrispondere un’unica e coordinata mobilitazione popolare.

La domanda che emerge è semplice e radicale. La Sardegna può decidere del proprio destino?
Appuntamento domenica 28 giugno a Ittiri alle ore 10:30.


Immagine: huffingtonpost.it

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