Quando Emilio Lussu voleva instaurare la Repubblica sarda indipendente: storia di una rivoluzione mancata

Agli inizi del ‘42 arriva negli Usa Lussu, rimane due settimane a New York dove incontra i maggiori rappresentanti dell’emigrazione politica italiana: da Sforza a Cianca, da Tarchiani a Garosci e Max Ascoli e qualcun altro “fra cui – scrive Lussu – Dino Giacobbe di Nuoro che risiedeva a Boston e che avevo fatto venire espressamente a New York per discutere assieme sui progetti per la Sardegna” 1.
Lo stesso Lussu ricorda ancora “prima di imbarcarmi mi fermai a Boston, per stare ancora un giorno con Dino Giacobbe, il mio amico sardo, che aveva comandato la batteria “Carlo Rosselli” alla Brigata Garibaldi in Spagna e che pur essendo ingegnere, faceva lo stiratore di calzoni in una fabbrica” 2.
Lussu va in America per discutere, soprattutto con Giacobbe ma anche i maggiori rappresentanti dell’emigrazione politica italiana dell’ipotesi “di uno sbarco di commandos in Sardegna, capace di innescare nell’Isola, attraverso la guerriglia di montagna, un focolaio di ribellione nel Paese al regime fascista” 3.
Ecco come Lussu lo descrive nel suo libro Diplomazia clandestina.
“Siccome le risposte ufficiali da Londra chiedevano del tempo, mi fu proposto di profittarne per fare una corsa a Gibilterra e a Malta, e vedere sul posto le possibilità reali di una collaborazione militare contro il nazifascismo in Italia, con l’iniziativa in Sardegna, secondo i miei progetti.
Io avevo delle idee chiare in proposito, per quanto sempre allo stato d’ipotesi. Attorno al movimento popolare del Partito Sardo d’Azione, creatosi dopo la prima guerra mondiale in Sardegna e che io rappresentavo, s’era creata nell’isola una situazione particolare per cui tutto l’ antifascismo si era polarizzato attorno a me che, per le vicende della guerra civile, ero il solo rappresentante isolano che aveva potuto conquistarvi una piena libertà d’azione.
I capi del Partito Sardo d’Azione erano in gran parte ufficiali e sottufficiali con una non comune esperienza di guerra formatasi alla Brigata Sassari: erano quindi quasi tutti in grado di diventare comandanti partigiani di organizzazioni popolari locali. Io conoscevo la Sardegna per averla traversata in lungo e in largo in ogni regione. Conoscevo le sue vallate e le sue montagne e tutte le linee principali di comunicazione. Mi sembrava abbastanza facile crearvi formazioni partigiane poggiate sui complessi montani più rilevanti, ché nell’isola, pur non essendovi grandi montagne come in Sicilia o nell’Appennino o nelle Alpi, vi sono sistemi di alte colline che presentano una struttura geologica analoga a quella delle alte montagne. Costituirvi delle organizzazioni partigiane autonome dagli effettivi di una compagnia o di un battaglione non mi appariva impresa temeraria.
Mi sembrava che coordinare compagnie e battaglioni per azioni principali in punti d’importanza strategica sarebbe piuttosto semplice. In questo modo si potevano disturbare permanentemente i reparti tedeschi nei loro centri e nei loro spostamenti. Pensavo che le formazioni partigiane dovessero molestare e danneggiare solo le truppe tedesche, che secondo le mie informazioni erano di due divisioni. Ero convinto che, così facendo, si sarebbero acquistate le simpatie e il favore delle truppe dell’esercito italiano che nell’isola era prevalentemente formato da sardi. L’aspirazione autonomista era diventata generale il fascismo ne aveva potuto arrestare lo sviluppo ma non distruggere la vitalità. Un movimento partigiano autonomista avrebbe trovato in tutto l’ antifascismo possibilità unitarie varie, poiché l’autonomia era penetrata nella coscienza popolare e non era limitata a gruppi d’intellettuali. Con mezzi adeguati, in danari e in armi e in rifornimenti viveri, si potevano creare, a mio parere, gli effettivi partigiani di due divisioni regolari. Armi e viveri avrebbero dovuto essere assicurati con lanci aerei e con sommergibili, e io ne indicavo dettagliatamente i punti appropriati sulla carta topografica. I reparti partigiani avrebbero potuto assicurarsi il controllo di intiere zone e dominare i passaggi obbligati lungo le principali vie di comunicazione, sempre protetti alle spalle dai gruppi montani.
Con pressanti azioni di sorpresa, in punti diversi, si potevano compiere e ripetere episodi di guerriglia generale, sostenuta dal favore popolare. L’azione generale e decisiva, col concentramento di tutte le formazioni partigiane, avrebbe dovuto avvenire solo per appoggiare lo sbarco d’una spedizione alleata, cui avrebbe fatto seguito la presa del potere politico e la formazione nell’isola di un governo provvisorio nazionale che avrebbe parlato a tutta l’Italia. I collegamenti dovevano essere assicurati con collegamenti radio. Io avevo messo tutti questi progetti per iscritto in un memorandum alle autorità britanniche, di cui una copia è ancora in mio possesso, con la cancellatura di nomi e persone, che per prudenza avevo fatto quando, lo consegnai successivamente ad amici sicuri a Londra. Certo erano tutti sogni, semplicemente idee e sogni” 4.
Ma erano veramente “tutti sogni, semplicemente idee e sogni”? Il giudizio – scrive la figlia di Giacobbe, Simonetta – è “malinconico e riduttivo”. Forse espresso “in un momento di sconforto”. Tanto che Simonetta stessa cita una lettera dello stesso Lussu al senatore Armando Congiu (del Maggio 1968) in cui scrive:”Se il piano che proponevo al gabinetto di guerra britannico nel 1942 fosse stato accolto – e per poco s’avvicinò molto al successo – certamente io avrei provocato un movimento contadino – operaio popolare base il Psd’az ma legato a tutto il movimento operaio: contro l’occupazione tedesca, il fascismo e la monarchia.
Sarebbe stata la proclamazione della Repubblica sarda, con la costituzione nel territorio sardo liberato di un governo nazionale, con obiettivi repubblicano-federalisti contro la dominazione tedesca e fascista nel resto d’Italia” 5.
Lo stesso giudizio esprime sostanzialmente anche Giacobbe, qualche anno dopo, nel 1980 che scrive :”Se Lussu avesse avuto risposte positive alle garanzie che chiedeva agli alleati, i sardi sarebbero apparsi agli occhi del mondo come un Popolo e la Sardegna come una nazione che voleva ritrovare se stessa. Quella iniziativa fallì e io, che mi trovavo in America, mi trovai nell’impossibilità di partecipare alla guerra di liberazione in Italia, questa però non ha avuto il carattere che io e Emilio Lussu, volevamo dare alla insurrezione in Sardegna e ora, credo, che per noi sardi sia l’ora di iniziare una guerra di liberazione dalla Nato” 6 .
Riferimenti bibliografici
1. Diplomazia clandestina, ora in Alba rossa di Joyce ed Emilio Lussu, Ed. Transeuropa, Bologna, 1991, pagina 227.
2. Ibidem.
3. L’antifascismo in Sardegna a cura di Manlio Brigaglia, Francesco Manconi, Antonello Mattone e Guido Melis, Della Torre editore, Cagliari 1986, pagina 26.
4. Diplomazia clandestina, opera citata, pagine 210-211-212).
5. Antonio Roich, Storia di un capo tribù, opera citata, pagina 169.
6. Ibidem, pagina 174.
Immagine: storiedialghero.it
Un commento
Lascia un commento / Cummenta
I commenti saranno sottoposti ad approvazione prima della pubblicazione.
















Beh, su tìtulu po mei est disciniu pagu: “Lussi voleva instaurare una repubblica indipendente” eja, ma indipendenti de su nazismu, no indipendenti de su Stadu italianu candu no iat’essi stètiu prus nazista. Arregoreussi’ sempri ca Lussu no fiat indipendentista. Craru ca chi sa batalla partisana contrafascista fessit partia de Sardìnnia, cumenti Lussu boliat, eja ca sa curtura polìtica e sotziali sarda iat’essi amellorada, ma aici seus postus e postas. No sciia chi Giacobbe in is Stadus Unius faessit su pranciadori: est unu distinu de su disterru de Is sardas e de is sardas oindi’ puru, a fai traballus sutaprofessionalisaus ca a su mancu in disterru pagant.