Un centro per la lingua sarda negli anni del fascismo: storia di un progetto incompiuto

C’è stato un momento, nel cuore degli anni bui del fascismo, nel quale qualcuno pensò che la Sardegna dovesse avere un grande centro dedicato allo studio della propria lingua. Non inteso come un circolo folkloristico per continentali curiosi – quelli sarebbero arrivati più tardi – né una raccolta di curiosità antropologiche, ma una vera istituzione scientifica, capace di indagare sistematicamente diversi ambiti della linguistica e dell’etnografia.

Correva l’anno 1941. L’Italia era in guerra e il fascismo aveva ormai fatto dell’uniformità nazionale uno dei propri miti politici. Eppure, proprio allora, nella sezione cagliaritana dell’Istituto di Studi Romani prese forma un progetto che, letto oggi, conserva qualcosa di sorprendente: la creazione di un Centro di Filologia Sarda.

La vicenda emerge da una serie di documenti d’archivio che confluiranno in un contributo dello scrivente, attualmente in corso di pubblicazione negli atti del convegno «Il fascismo, i dialetti, l’italiano», svoltosi a Roma il 19 e 20 ottobre 2022. La relazione presentata in quella sede, e qui ripercorsa nei suoi passaggi essenziali, ricostruisce una vicenda inserita nel contesto della politica culturale fascista, ma capace di illuminare soprattutto la Sardegna e il complesso intreccio tra lingua, identità e rapporto con lo stato italiano.

Il punto di partenza è forse banale, ma essenziale: il sardo non è una deformazione periferica dell’italiano, ma una lingua romanza autonoma, articolata in differenti varietà territoriali e formatasi attraverso una storia plurisecolare. Lo avevano compreso studiosi come Max Leopold Wagner, autore del monumentale Dizionario Etimologico Sardo, e lo hanno rimarcato in tempi più recenti le ricerche di studiosi del calibro di Giulio Paulis sulla storia linguistica, l’onomastica e le stratificazioni culturali dell’isola.

Negli anni Venti, prima della piena stretta autoritaria, esisteva ancora uno spazio per l’impiego delle parlate locali nella scuola. Il pedagogista Giuseppe Lombardo Radice, collaboratore di Giovanni Gentile, sosteneva una didattica capace di partire dalla lingua già parlata dai bambini. In Sardegna furono così adottati testi come Sardegna. Almanacco per ragazzi del macomerese Pantaleo Ledda, nel quale trovava posto l’uso del sardo nelle sue diverse varietà.

Quell’esperienza durò poco. Dopo il 1925, l’accentuazione autoritaria del regime portò con sé una concezione sempre più rigida dell’italianità. Le differenze regionali e linguistiche, da ricchezza potenziale, cominciarono a essere percepite come elementi da ricondurre entro un modello nazionale omogeneo.

La tensione emerge in modo emblematico nella vicenda di Antioco Giuseppe Casula, noto come Montanaru, uno dei maggiori poeti in lingua sarda del suo tempo. Nel 1925 aveva rappresentato la Sardegna al primo congresso nazionale dei dialetti d’Italia, svoltosi a Milano. Tre anni dopo fu arrestato con l’accusa, poi risultata infondata, di favoreggiamento verso alcuni latitanti e continuò a essere sorvegliato, con la minaccia del confino.

Nel 1933 pubblicò l’opera Sos cantos de sa solitudine, alla quale l’allora caporedattore dell’Unione Sarda, Gino Anchisi, reagì con una durissima recensione, sostenendo che continuare a scrivere poesia in sardo fosse ormai un anacronismo. Dietro quella posizione emergeva una precisa concezione politica: nel momento in cui le istanze regionali erano chiamate a subordinarsi all’unità nazionale, anche le loro espressioni linguistiche dovevano essere relegate in una posizione marginale.

È in quegli anni che entra in gioco l’Istituto di Studi Romani. L’ente di ricerca, nato nella Roma fascista attorno alla figura di Carlo Galassi Paluzzi, che ne assunse fin da subito la presidenza, aveva come oggetto di studio Roma e la romanità, dall’antichità all’età contemporanea. Sebbene il rapporto con il regime fosse stretto, sarebbe riduttivo considerare l’Istituto soltanto una struttura propagandistica, poiché in esso operarono studiosi di notevole valore, svolgendo in esso attività scientifiche destinate a sopravvivere alla dittatura.

L’Istituto promosse anche sezioni locali, concepite come raccordo tra la sede romana e le diverse realtà territoriali. Nel 1934 venne costituita la sezione sarda, ospitata nel Regio Museo Archeologico di Cagliari. A presiederla fu chiamato Antonio Taramelli, protagonista assoluto dell’archeologia sarda, autore di indagini fondamentali in siti come il nuraghe Santu Antine e la necropoli punica di Tuvixeddu. Alla morte di Taramelli, occorsa il 7 maggio 1939, la guida della sezione passò a Carmelo Ottaviano, filosofo siciliano di formazione cattolica e docente all’Università di Cagliari, critico tanto nei confronti dell’idealismo di Giovanni Gentile, quanto della visione di Benedetto Croce.

Fu durante la presidenza di Ottaviano che la questione della lingua sarda fece la sua improvvisa comparsa nelle carte dell’Istituto.

In una lettera del 28 aprile 1941, Galassi Paluzzi, scrivendo a Ottaviano, propose la costituzione, presso la sezione, di un Centro di Filologia Sarda in seno alla sezione cagliaritana dell’Istituto, facendo riferimento a precedenti intese tra i due sulla questione, delle quali non sono noti i dettagli. Il progetto aveva un sostenitore in Giandomenico Serra, professore di glottologia nell’Università di Cagliari, disponibile a fondare e dirigere un vero e proprio Centro di Studi linguistici sardi. Non è da escludere che l’iniziativa fosse stata originariamente prospettata a Ottaviano dallo stesso Serra: in questa direzione andrebbero, quindi, ricercati gli abboccamenti che precedono la già menzionata lettera del 28 aprile 1941.

Il programma era straordinariamente moderno. Serra intendeva raccogliere e ordinare il patrimonio lessicale sardo, studiare la lingua nelle sue fasi storiche e nella sua realtà contemporanea, considerandola dunque una lingua viva. Immaginava un grande dizionario sardo, una grammatica del sardo comune letterario e grammatiche delle diverse parlate, vocabolari della flora, della fauna, dei mestieri e delle arti popolari. Prevedeva, inoltre, un thesaurus dei nomi di persona, uno dei toponimi, una raccolta sistematica delle tradizioni popolari comune per comune – canti, novelle, proverbi, credenze e usi – e un periodico scientifico. Letto oggi, sembra quasi il programma di un moderno istituto etnografico e fa inevitabilmente domandare quanto patrimonio si sarebbe potuto salvare se quell’istituzione fosse realmente nata ottantacinque anni fa.

Roma non oppose inizialmente un rifiuto ideologico. Galassi Paluzzi spiegò piuttosto che l’Istituto non poteva accogliere integralmente il progetto per ragioni finanziarie, organizzative e di competenza; suggerì, piuttosto, che Serra fondasse un autonomo Istituto di Studi Sardi, che l’Istituto di Studi Romani avrebbe potuto affiancare e sostenere.

Poi qualcosa cambiò. Serra avrebbe dovuto inaugurare l’anno accademico con una conferenza dal titolo «Dal culto della stirpe nella tradizione latina dell’antroponomastica italiana e sarda». La conferenza venne rinviata e, quando ricomparve, il titolo era diventato «La tradizione latina nell’onomastica italiana»; la parola sarda era scomparsa. Non ci sono prove sufficienti per parlare di censura o di un ripensamento “politico”; il particolare resta, tuttavia, significativo, soprattutto perché nello stesso periodo si spensero anche gli entusiasmi di Serra e Ottaviano per la fondazione del Centro.

Nell’aprile del 1942 Galassi Paluzzi scrisse ancora direttamente a Serra, chiedendo notizie. È l’ultima menzione nota del progetto. Pochi mesi più tardi Ottaviano lasciò Cagliari per Napoli e la direzione della sezione cagliaritana passò temporaneamente a Massimo Pallottino, destinato a diventare uno dei maggiori etruscologi del Novecento. Il Centro di Filologia Sarda non nacque mai.

Sarebbe comodo spiegare tutto con un ordine calato dall’alto. I documenti, però, impongono maggiore riflessione: compaiono difficoltà finanziarie, limiti organizzativi, il peso della guerra e molte – moltissime – esitazioni personali. Nella documentazione finora nota non emerge alcuna disposizione che vieti esplicitamente alle parti in causa lo studio del sardo. Tuttavia, il progetto si collocava nel contesto di uno stato totalitario, che aveva fatto dell’uniformità linguistica uno degli strumenti privilegiati della costruzione dell’unità nazionale. È, dunque, plausibile che gli studiosi coinvolti avvertissero la delicatezza di un’iniziativa che andava nella direzione opposta e si interrogassero sui suoi possibili margini di accettabilità e convenienza politica. 

La storia del naufragio del Centro di Filologia Sarda è, quindi, molto più di una curiosità archivistica. È la storia di una possibilità mancata e, insieme, un monito che conserva intatta la propria attualità. Le lingue non scompaiono all’improvviso: si indeboliscono quando cessano di essere percepite come necessarie, quando vengono confinate alla festa, alla canzone, alla battuta o alla rievocazione, quando una generazione rinuncia a trasmetterle a quella successiva. Recuperare quelle carte e ricostruire la vicenda che esse custodiscono significa restituire alla Sardegna un frammento della storia della propria coscienza linguistica. Il Centro di Filologia Sarda non nacque, ma la domanda che quell’esperienza poneva allora resta ancora oggi aperta: può un popolo conservare pienamente la propria identità se rinuncia alla propria lingua?


Immagine: logos-pres.md

Google Siti Preferiti
Cumpartzi • Condividi

Lascia un commento / Cummenta

I commenti saranno sottoposti ad approvazione prima della pubblicazione.

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Captcha in caricamento...