Le donne della Sarda Rivolutzione – Intervista Podcast ad Adriana Valenti

Intervista di Federica Marrocu (di seguito FM) e Caterina Vittoria Roselli (CVR) a Adriana Valenti Sabouret (AVS) realizzata in occasione della Giornata Internazionale della Donna 2026. Si consiglia l’ascolto dell’intervista in versione estesa per poter apprezzare tutti i contenuti. Trovate l’audio in fondo all’articolo. Buona lettura e buon ascolto
FM:
Il contributo delle donne e il loro ruolo nella storia sono oggetto di una rimozione storica e sociale. Nominarle è un atto politico che coniuga più lotte, non solo quella per la parità di genere, ma anche quella del popolo sardo di riappropriazione della propria storia. Una storia in cui le donne sono state presenti. Partiamo da chi sono: ci puoi fare alcuni nomi?
AVS:
Purtroppo ci è pervenuto poco dalla storia e, sicuramente, le donne che parteciparono al coraggioso movimento che scosse la Sardegna dal 1793 al 1812 non sono state soltanto quelle che citerò ma, poiché sono persuasa che la ricerca storica debba fedelmente basarsi sui documenti, ce ne soddisferemo.
Tra i nomi di donne coraggiose e attive che contribuirono alla causa della Sarda Rivoluzione vi citerò Donna Marianna Serra di Ittiri, Donna Isabella Cugia, siciliana ma residente a Cagliari, Donna Giuseppa Delrio detta Pepica, di Sassari, Rosa Brigliano o Brillany, Donna Maria Ignazia Cordiglia di Cagliari, donna Caterina Delogu di Cagliari, Maria Elena Piras di Torralba ma residente a Cagliari, Donna Antonia Cherchi di Santu Lussurgiu, Ambrogia Soddu di Bono e Speranza Sisca De Peru di Sassari.
CVR:
Quando parliamo di rivoluzioni pensiamo principalmente alla parte della militanza, alla “prima linea”, tuttavia non c’è solo questo aspetto. La dimensione domestica e privata è considerata uno spazio politicamente neutro, eppure la cura, il supporto, il contributo al dibattito, attraverso ad esempio alla produzione scritta, sono stati contesti importantissimi, penso ad esempio al rapporto tra Madame Dupont e Giovanni Maria Angioy.
Ti va di raccontarci qualche storia che rientri nell’uno e nell’altro ambito: nella militanza e nella dimensione della cura?
AVS:
Per la figura femminile rappresentante la militanza non nutro dubbi e scelgo di parlarvi di Donna Marianna Serra, amica personale di Giovanni Maria Angioy – capo carismatico della Sarda rivoluzione – e di don Michele Obino, sacerdote e valente giurista suo seguace.
Ci parla di lei, scandalizzato, il famigerato giudice Giuseppe Valentino, carnefice dei rivoluzionari sardi. Scrive infatti che donna Marianna non si vergognava di passeggiare pubblicamente con Angioy, di riceverne visite e di lodarlo per le sue idee repubblicane e la sua condotta.
Donna Marianna era sposata con don Gavino Serra, anch’egli angioyano ma non si vergognava di sfidare le regole sociali e politiche mostrandosi in pubblico al braccio di Angioy.
La troviamo poi a militare a cavallo con Obino e i suoi fratelli per fare propaganda antifeudale. Naturalmente, sia lei che il marito pagheranno per tale condotta sfacciatamente angioyana. Era lei che, assente Angioy, manteneva i legami fra i suoi seguaci repubblicani.
Di lei chiederà notizie alla madre – in una lettera – don Michele Obino quando, in esilio a Parigi, verrà a sapere che donna Marianna aveva seguito il vescovo in un viaggio a Pisa. A riprova che don Obino non avesse mai dimenticato la sua amica patriota.
Per quanto concerne un esempio di cura, mi vengono invece in mente numerosi nomi, senza parlare delle contadine anonime che accompagnarono i mariti seguendo Angioy, convinte della necessità di aderire ai patti anti-feudali che furono firmati in molti villaggi del Logudoro.
Scelgo una madre di undici figli, Donna Isabella Cugia, siciliana, andata in sposa al visconte di Fluminimaggiore don Gavino Asquer Amat Manca. La coppia resideva a Cagliari.
Il 14 settembre del 1798 redasse una lettera al viceré per perorare la causa del suo terzo figlio, don Francesco Maria, catturato dai tunisini a Carloforte nella notte fra il 2 e il 3 settembre. In tale lettera, la donna lamentò l’iniquo trattamento subìto dal figlio ingiustamente accusato da persone malevole che ne auspicavano la rovina.
Gli ultimi giorni di vita della nobildonna furono funestati dall’impossibilità di ottenere la liberazione del figlio dalla schiavitù che avrebbe ottenuto se non avesse una notevole perdita di beni da oltre due anni. Donna Isabella Cugia morirà in Castello il 16 aprile 1807.
CVR:
Dalla lettura dell’ultimo articolo pubblicato da S’Indipendente, “Donna Marianna Serra, un’angioyana militante”, emerge che le ricostruzioni che abbiamo della storia delle donne rivoluzionarie sono spesso e volentieri raccontate da altri (uso il maschile perché sono sempre uomini).
Che impatto ha sulla ricerca storica il fatto che le fonti siano scritte da uomini del Settecento, figli del loro tempo, con questa prospettiva? Hai trovato documenti scritti direttamente da donne?
AVS:
I documenti scritti direttamente dalle donne sono pochissimi. Si tratta essenzialmente di lettere che le stesse scrissero per intercedere a favore della liberazione dei propri cari: donna Isabella Cugia per liberare dalla schiavitù il terzo figlio, Rosa Brigliano detta Brillany che nel 1800 chiese la grazia per il rimpatrio del figlio Emanuele Crobu, ex segretario di Gio Maria Angioy e donna Antonia Cherchi coniugata Massidda che perora per iscritto la causa dello zio sacerdote Diego Cherchi, vicario parrocchiale di Sanyu Lussurgiu, posto agli arresti nel seminario tridentino di Oristano per l’insurrezione del 5 ottobre 1800. Nonostante la sua lettera di testimonianza, lo zio non ottenne il rientro dall’esilio.
FM:
Ti capita di immedesimarti e sentirti in qualche modo vicina alle donne che hai incontrato nei tuoi studi? Una cosa che colpisce del tuo lavoro è che cerchi di restituire la dimensione umana alle figure che racconti: questo per le personalità femminili è ancora più importante visti gli stereotipi che le riguardano e che ci impediscono di vederle come donne animate da passioni, sentimenti, contraddizioni, speranze e sogni. Sei riuscita a cogliere alcuni di questi aspetti?
AVS:
Bellissima domanda! Sì, da donna, il processo d’identificazione e immedesimazione in queste donne, amiche, mogli, madri ecc… è stato facile e immediato. Il caso ha voluto che si tratti anche di donne sarde e siciliane, quindi isolane come me.
Ho sentito il dolore e la solitudine della sassarese Speranza Siscu De Peru, moglie dell’avvocato angioyano Gioachino Mundula e madre di ben tredici figli di cui Giuseppe visse l’esilio e Paolo gli arresti. Speranza non rivide più il marito, morto esule a Parigi forse assassinato da un sicario inviato dal governo sabaudo, Salvatore Moglie. La donna, con estrema dignità, si occupò da sola dei figli minori vivendo una vita grama.
Mi sono compenetrata nella cuoca e cameriera di Angioy che non lo tradì raccontando in interrogatorio le conversazioni segrete dei membri del “club“ dell’Alternos.
Mi sono commossa e immedesimata nella bonese Ambrogia Soddu che, durante la spedizione punitiva di Bono del 1796 da parte del governo, essendo paralizzata, fu l’unica abitante di Bono – paese natìo di Angioy – a non poter fuggire e rifugiarsi in montagna. Ambrogia venne selvaggiamente uccisa dai miliziani e mutilata del seno nel letto stesso in cui era stata lasciata dai compaesani, pensando che nessuno avrebbe osato fare del male a una donna inerme.
E ho provato molta empatia per donna Marianna Serra nel suo coraggio di sfidare le rigide regole sociali e politiche dell’Ancien Régime.
CVR:
Un’ultima domanda: se Marianna Serra potesse lasciare un messaggio alle donne sarde di oggi, cosa pensi che direbbe?
AVS:
“Care donne del XXI secolo,
vi scrivo da un’Isola e da un tempo revoluto che ha conosciuto catene e rivolte, soggezione e ribellione.
Allora ci dissero che il coraggio era un difetto, la rivolta una vergogna, la libertà un sogno da uomini. Contai, per mia fortuna, sull’appoggio di mio marito e di uomini di valore come don Michele Obino e i suoi fratelli. Ebbi la fortuna di conoscere un uomo nobile e illuminato come Giovanni Maria Angioy di cui vi raccomando di tenere accesa la memoria. Ricordo con nostalgia le passeggiate al suo fianco e la fiamma antifeudale che animava ogni sua azione. Non provai mai vergogna di nutrirmi delle sue parole e di diffonderle in sua assenza, a rischio della mia incolumità.
Noi donne del mio tempo resistevamo nel silenzio dei campi, in una cucina fumosa, a cavallo o in una elegante dimora.
Voi che vivete un’epoca più giusta, continuate ad avere il coraggio delle vostre idee e non dimenticate mai il prezzo da noi pagato per andare avanti. Coltivate il pensiero, non la paura. La fierezza, oltre la forza. La compassione e mai la sottomissione.
La libertà, sorelle, non si eredita ma si rinnova, si difende, si custodisce.
Ogni vostra parola, ogni azione che portate avanti è la scintilla nuova di un fuoco antico che non dovrà mai spegnersi. Coraggio, sorelle!“
Intervista de Federica Marrocu (a sighire FM) e Caterina Vittoria Roselli (CVR) a Adriana Valenti Sabouret (AVS) realizada in ocasione de sa Die Internatzionale de sa Fèmina 2026. Si cussigiat de ascurtare s’intervista in sa versione estesa pro nde agradèssere totus is temas. Agatais s’àudio a s’acabu de s’artìculu. Bona letura e bonu ascurtu
FM:
Su contributu de is fèminas e su rolu issoro in s’istòria sunt ogetu de una rimotzione istòrica e sotziale. A ddas arremonare est atu polìticu chi cojuat prus lutas, non sceti sa pro sa paridade de gènere, ma fintzas sa luta de su pòpulu sardu de apoderamentu de s’istòria sua. Un’istòria in ue is fèminas sunt istadas presentes. Movimus dae chie sunt: nos podes fàere unos cantos nòmenes?
AVS:
A dolu mannu nos est giutu pagu dae s’istòria e, a siguru, is fèminas chi ant partetzipadu a su movimentu animosu chi at iscutuladu sa Sardigna dae su 1793 a su 1812 non sunt istadas petzi is chi apo a mentovare ma, dae chi seo cumbinta chi sa chirca istòrica depat èssere fidele a is documentos, nos faghimus bastare su chi connoschimus.
Intre is nòmenes de fèminas animosas e ativas chi ant contribuidu a sa càusa de sa Sarda Rivolutzione bos arremono donna Marianna Serra de Itiri, donna Isabella Cugia, sitziliana ma residente in Casteddu, donna Giuseppa Delrio connota Pepica, de Tàtari, Rosa Brigliano o Brillany, donna Maria Ignazia Cordiglia de Casteddu, donna Caterina Delogu de Casteddu, Maria Elena Piras de Turalva ma residente in Casteddu, donna Antonia Cherchi de Santu Lussùrgiu, Ambrogia Soddu de Bono e Speranza Sisca De Peru de Tàtari.
CVR:
Cando faeddamus de rivolutziones pensamus mescamente a sa parte de sa militàntzia, a sa “prima lìnia”, ma non nch’est petzi custu aspetu. Sa dimensione domèstica e privada est cussiderada unu logu politicamente nèutru, epuru s’incuru, su suportu, su contributu a sa dibata, pro mèdiu pro esempru a sa produtzione iscrita, sunt istados contestos de importantu mannu, penso pro esempru a su raportu intre Madame Dupont e Juanne Maria Angioy.
T’andat de nos contare carchi istòria leada dae s’unu e dae s’àteru àmbitu: dae sa militàntzia e dae sa dimensione de s’incuru?
AVS:
Pro sa figura feminile chi rapresentat sa militàntzia non tèngio dudas e sèbero de bos faeddare de donna Marianna Serra, amiga personale de Juanne Maria Angioy – còmitu carismàticu de sa Sarda Rivolutzione – e de don Michele Obino, preideru e giurista balente.
Nos faeddat de issa, iscandalizadu, s’odiosu giuighe Giuseppe Valentino, butzinu de is rivolutzionàrios sardos. Isse iscriet chi a donna Marianna non ddi pariat birgòngia a passigiare in pùblicu cun Angioy, de dd’acasagiare in domo e de ddu laudare pro is ideas republicanas e pro sa firmesa sua.
Donna Marianna fiat cojada cun don Gavino Serra, isse puru angioyanu ma non timiat a disafiare is règulas sotziales e polìticas faende-si bìdere in pùblicu a costau de Angioy.
Dda bidimus fintzas a militare a caddu cun Obino e is frades pro fàere propaganda antifeudale. Est craru chi tantu issa cantu su pobiddu aiant pagadu pro tale militàntzia angioyana decrarada. Fiat issa chi, ausente Angioy, manteniat is legàmines intre is sighidores republicanos suos.
De issa pregunteit novas a sa mama – in una litera – don Michele Obino cando, disterradu in Parigi at a bènnere a ischire chi donna Marianna aiat sighidu su bìscamu in unu viàgiu a Pisa. A cagione chi don Obino non aiat mai ismentigadu s’amiga sua patriota.
Pro su chi pertocat un’esempro de incuru, intames, mi benint a conca fèminas meda, comente a totus is massàrgias anònimas chi ant acumpangiadu is pobiddos sighende a Angioy, cumbintas de sa netzessidade de aderire a is patos anti-feudales firmados in medas biddas de su Logudoro.
Sèbero una mama de ùndighi fìgios, donna Isabella Cugia, sitziliana, cojuada cun su visconte de Frumini Majori don Gavino Asquer Amat Manca. Is duos biviant in Casteddu.
Su 14 de cabudanne de su 1798 iscriet una litera a su visurrei pro perorare sa càusa de fìgiu suo (su de tres) don Francesco Maria, presu dae is tunisinos in Carloforte in sa note intre su 2 e su 3 de cabudanni. In sa litera, sa fèmina si chèsciat de su tratamentu retzidu dae su fìgiu, acusadu sena de neghe dae persones malas chi nde boliant su disacatu.
Is ùrtimas dies de vida de sa fèmina nòbile sunt funestadas dae s’impossibilidade de otènnere sa liberatzione de su fìgiu dae s’iscravidade, chi diat pòdidu otènnere si no aiat tentu una pèrdida manna de benes dae prus de duos annos. Donna Isabella Cugia morit in Casteddu su 16 de abrile de su 1807.
CVR:
Dae sa letura de s’ùrtimu artìculu pubblicadu dae S’Indipendente, “Donna Marianna Serra, un’angioyana militante”, essit a campu chi su chi ischimus de s’istòria de is fèminas rivolutzionàrias sunt fitianu contadas dae àteros (a su maschile ca sunt semper òmines).
Ite impatu tenet in sa chirca istòrica su fatu chi is fontes siant iscritas dae òmines de su Seteghentu, fìgios de su tempus issoro, cun custa prospetiva? As agatadu documentos iscritos dae fèminas?
AVS:
Is documentos iscritos dae is fèminas sunt pagos meda. Si tratat prus che totu de lìteras iscritas pro intertzèdere in prode de sa liberatzione de is caros issoro: donna Isabella Cugia pro liberare de s’iscravidade su de tres fìgios, Rosa Brigliano narada Brillany chi in su 1800 pedit sa gràtzia pro su rimpàtriu de su fìgiu Emanuele Crobu, ex segretàriu de Gio Maria Angioy e donna Antonia Cherchi cojuada Massidda chi perorat pro iscritu sa càusa de su tziu preideru Diego Cherchi, vicàriu parrochiale de Santu Lussùrgiu, postu in arrestu in su seminàriu tridentinu de Aristanis pro s’insurretzione de su 5 santugaine de su 1800. Nointames sa lìtera sua de testimonia, su tziu no aiat otentu sa torrada de s’esìliu.
FM:
Ti capita di immedesimarti e sentirti in qualche modo vicina alle donne che hai incontrato nei tuoi studi? Una cosa che colpisce del tuo lavoro è che cerchi di restituire la dimensione umana alle figure che racconti: questo per le personalità femminili è ancora più importante visti gli stereotipi che le riguardano e che ci impediscono di vederle come donne animate da passioni, sentimenti, contraddizioni, speranze e sogni. Sei riuscita a cogliere alcuni di questi aspetti?
Ti cumbinat de t’immedesimare e de t’intèndere in carchi modu serente a is fèminas chi as adobiadu in is istùdios tuos? Una cosa chi ispantat de su traballu tuo est chi chircas de torrare a is figuras chi contas sa dimensione umana: custu pro is personalidades feminiles est galu prus importante bistos is istereòtipos chi ddas pertocant e chi nos impedint de ddas bìdere comente a fèminas animadas dae passiones, sentimentos, contradditziones, isperos e bisos. Ses resèssida a collire unos cantos de custos aspetos?
AVS:
Pregunta bella meda! Eja, comente fèmina, su protzessu de identificatzione e immedesimazione in custas fèminas, amigas, mugeres, mamas etc. est istadu fàtzile e lestru. Sa sorte at chertu chi si tratet fintzas de fèminas sardas e sitzilianas, tando isulanas che a mie.
Apo intesu su dolore e sa soledade de sa tataresa Speranza Siscu De Peru, mugere de s’abogadu angioyanu Gioachino Mundula e mama de trèighi fìgios, intre custos Giuseppe chi aiat bìvidu s’esìliu e Paolo, is arrestos. Speranza no aiat torradu a bìdere prus su maridu, mortu esule in Parigi fortzis assassinadu dae unu sicàriu imbiadu dae su guvernu sabàudu, Salvatore Moglie. Sa fèmina, cun estrema dignidade, si fiat ocupada a sola de is fìgios minores bivende una vida grama.
Mi so compenetrata in sa coghinera e camarera de Angioy chi no dd’aiat traitu contende in s’interrogatòriu is cunversatziones segretas de is membros de su “tzìrculu“ de s’Alternos.
Mi seo cummòvida e immedesimada in sa bonesa Ambrogia Soddu chi, durante s’ispeditzione punitiva de su guvernu a Bono de su 1796, essende tullida, est istada s’ùnica ci biviat in Bono – bidda de Angioy – a non pòdere fuire a s’amparare in monte. Ambrogia est istada ochida a manera bàrbara dae is militzianos e mutilada a su sinu in su matessi letu in ue dd’aiant lassada is compaesanos suos, pessende chi nemos si diat àere atrevidu a fàghere male a una fèmina disarmada.
E apo proadu meda empatia pro donna Marianna Serra in su coràgiu suo de disafiare is règulas sotziales e polìticas tèteras de s’Ancien Régime.
CVR:
Ùrtima pregunta: si Marianna Serra diat pòdere lassare unu messàgiu a is fèminas sardas de oe, ite pensas chi diat nàrrere?
AVS:
“Fèminas istimadas de su sèculu XXI,
bos iscrio dae un’ìsula e dae unu tempus chi at connotu cadenas e rebellias, sugetzione e rivolutzione.
Tando nos aiant nadu chi su coràgiu fiat unu difetu, sa rebellia una birgòngia, sa libertade unu bisu pro òmines. Apo pòdidu contare, per sorte mia, de su sustegnu de pobiddu meu e de òmines de balia che a don Michele Obino e a is frades. Apo tentu sa fortuna de connòschere un’òmine nòbile e illuminadu comente fiat Juanne Maria Angioy, chi bos arrecumando de mantènnere s’arregordu bivu. Arregordo cun nostalgia is passigiadas a costadu suo e sa fràmula antifeudale chi animaiat ògnia atzione sua. Mai m’est parta brigòngia a fàghere mias is paràulas suas e a ddas difùndere in ausèntzia sua, arrischende s’incolumidade mia.
Nois fèminas de su tempus meu amus resistidu in su silèntziu de is campos, in una coghina fumosa, a caddu o in una dimora elegante.
Bois-àteras, chi bivides un’època prus giusta, sighide a tènnere su coràgiu de is ideas bostras e non bos ismentigheis mai su prètziu chi amus pagadu nois pro pòdere andare a in antis. Contivigiade su penseri, non sa timoria. Sa fieresa, in prus de sa fortza. Sa cumpassione e mai sa sutamissione.
Sa libertade, sorres, non si eredat ma s’annoat, si difensat, si costoit.
Ogni faeddu bostru, ògnia atzione chi portades a in antis est s’ischintidda noa de unu fogu antigu chi no s’at a dèpere istudare mai. Ànimu, sorres!“
Intalvista di Federica Marrocu (arà a sighì com’e FM) e Caterina Vittoria Roselli (CVR) a Adriana Valenti Sabouret (AVS) rializata in occasioni di la Ciurrata Mundiali di li Femini 2026. Si cunsidda l’ascultu di l’intalvista in velsioni estésa pa’ pudenn’apprizzà tutti li cuntinuti. Aréti a agattà l’audio in fundu a l’altículu. Bona littura e bon ascultu.
FM:
Lu cuntributu di li fèmini e lu rólu sóju illa stória so uggjettu d’una storica e sociali. Mintualli è un attu pulìtticu chi auni più lotti, no sólu la di pa’ la paritai di gèneri, ma ancóra la di lu pópulu saldu, la di turrassi a piddà la storia sója. Una stória undi li fèmini so stati prisenti. Paltimu da ca so: ci pói fà chalch’e nommu?
AVS:
A dólu mannu no aemu autu abbeddu da la stória e siguramenti li fèmini chi paltizipésini a lu muimentu curaggjósu chi attraissési la Saldigna da lu 1793 a lu 1812 no sarani stati sólu li chi araggju a nominà, palchì socu palsuasa chi la cilca stórica déchia basassi in manéra fidéli innantu a li documenti, ci n’aremu a satisfà.
Tra li nommi di li fèmini curaggjiósi e attivi chi paltizipésini a la càusa di la Sarda Rivolutzione vi mintuiggju Donna Marianna Serra di Ittiri, Donna Isabella Cugia, siciliana ma residenti in Cagliari, Donna Giuseppa Delrio detta Pepica, di Sassari, Rosa Brigliano o Brillany, Donna Maria Ignazia Cordiglia di Cagliari, donna Caterina Delogu di Cagliari, Maria Elena Piras di Torralba ma residente a Cagliari, Donna Antonia Cherchi di Santu Lussurgiu, Ambrogia Soddu di Bono e Speranza Sisca De Peru di Sassari.
CVR:
Candu faiddemu di rivoluzioni pinsemu più di tuttu a la palti di la militànzia, a la “primma lìnia”, ma no v’è solu chistu aspettu. La dimensioni doméstica e priata è cunsidarata unu spàziu pulitticamenti néutru, invecci la cura, lu sustegnu, lu cuntributu a lu dibàttitu, pal mezu ad esémpiu di la pruduzioni scritta, so stati cuntesti impultanti abbeddu, pensu a lu rappoltu tra Madame Dupont e Giovanni Maria Angioy.
T’andaria di cuntacci calch’e stória chi sia palti di un àmbitu e di l’altu: di la diminsioni di la militànzia e in la di la cura?
AVS:
Pa’ la frigura feminina rapprisintanti la militànzia no aggju dudi e sciuariggju di faiddavvi di Donna Marianna Serra, amica strinta di Giovanni Maria Angioy – capu impultanti di la Sarda Rivolutzione – e di don Michele Obino, préti e valenti gjiurista sighidori soju.
Ci faédda d’idda, scandalizzatu, lu famósu gjiudichi Giuseppe Valentino, buccinu di li rivoluzionarii saldi. Scrii infatti chi donna Marianna no si valgugnaa di passiggjà in pubbricu cu’ Angioy, di riciinni ‘isiti e di ‘antallu pa’ l’idei sói ripubblicani e la so’ cundotta.
Donna Marianna éra spusata cun don Gavino Serra, iddu puru angioyanu ma no si valgugnaa di disiffidà li réguli sociali e pulìttichi mustrèndisi in pùbblicu a lu bràcciu d’ Angioy.
L’ agattemu poi a milità a cabaddu cu’ Obino e li fratéddi sói pa’ fà propaganda antifeudali. Naturalmenti, idda e lu maritu arani a pacà pa’ chista cundotta angioyana cussì abbalta. Éra idda chi, candu no v’éra Angioy, mantinia li liami tra i li sighidóri sói ripubblicani.
D’idda arà a dummandà nutízii a la mamma – in una lìttara – don Michele Obino candu, distarratu a Parigi, arà a sapé chi donna Marianna aia sigutu lu ‘escamu in un viaggju a Pisa. Una próa di lu fattu chi don Obino no smintichési mai l’amica sója patriota.
Pa’ lu chi tocca un esémpiu di cura, no mi ‘ènini in capu abbeddu nommi, senza faiddà di li cuntadini anònimi chi accumpagnésini li mariti sighendi Angioy, cunvinti di la nizissitai di sustiné li patti anti-feudali chi fùsini filmati in abbeddu viddi di lu Logudoru.
Sciuariggju una mamma di úndici fiddóli, Donna Isabella Cugia, siciliana, muddéri di lu visconti di Fluminimaggiore don Gavino Asquer Amat Manca. La coppia staggja in Cagliari.
La dì 14 di capidanni di lu 1798 scrisi una lìttara a lu viceré pa’ sustiné la causa di lu so’ di 3 fiddolu, don Francesco Maria, présu da li tunisini in Carloforte illa notti fra la dì 2 e la dì 3 di capidanni. In chista lìttara, la fèmina lamintési lu inécuu trattamentu subìtu da lu fiddólu accusatu in manéra ingjusta da passoni mali chi ni spiràani la ruina.
L’ùltimi dì di ‘ita di la fèmina fúsini sfultunati palchì fusi impussíbbuli uttiné la libbarazioni di lu fiddólu da la scjaitù chi aria uttinutu siddu no aìssia paltutu li so’ beni da più di dui anni. Donna Isabella Cugia murisi in Casteddu la dì 16 d’abrili di l’annu 1807.
CVR:
Da la littura di l’últimu altìculu pubblicatu da S’Indipendente, “Donna Marianna Serra, un’angioyana militante”, ésci a pìciu chi li ricustruzioni chi aemu di la stória di li fèmini rivoluzionàrii so a spissu cuntati da alti (Trattu lu masciulinu palchì so sempri òmini)
Cal è l’impattu chi à innantu a la cilca stórica lu fattu chi li fonti sìani sempri scritti da òmini di lu 700, fiddóli di lu tempu sóju, cun chista mirata? Ai mai agattatu documenti scritti da fèmini?
AVS:
Li documenti scritti da li fèmini so pochi avvéru. Si tratta pa’ lu più di líttari chi li mattessi scriísini pa’ faurí la libbarazioni di la puglienia sója: donna Isabella Cugia pa’ libbarà da la scjattù lu di 3 fiddólu, Rosa Brigliano ditta Brillany chi illu 1800 dummandési la gràzia pa’ lu rimpàtriu di lu fiddólu Emanuele Crobu, ex sicritàriu di Gio Maria Angioy e donna Antonia Cherchi cujuata Massidda chi sustinési pa’ iscrittu la causa di lu ziu préti Diego Cherchi, vicàriu parruccjali di Santu Lussurgiu, arristatu illu seminàriu tridentinu d’Oristanu pa’ la riolta di la dí 5 di santigaini di lu 1800. Maccari la líttara di tistimognu, lu ziu no uttinési di pudé turrà da lu distarru.
FM:
Ti cumbina di sintitti in calch’e manéra accultu a li fèmini chi ai attuppatu illi studi tói? Una cosa chi spanta di lu trabaddu tóju è chi cilchi di turrà a diminisioni umana li passunaggji di conti: chistu pa’ li passunalitai feminini è ancóra più impultanti visti li stiriòtipi chi li tòccani chi no ci li làcani ‘idé com’e fèmini animati da passioni, sintitu, pinséri cuntràrii, spirànzii e sùnnii. Séi risciuta a ‘idé calch’e unu di chisti aspetti?
AVS:
Dummanda bedda avvéru! Emmu, che fèmina, lu processu d’identificazioni e d’accustamentu a chisti fèmini, amichi, mammi etc…è statu fàcili e ràpidu. La solti à vulutu chi si fússia trattatu ancóra di fèmini saldi e siciliani, tandu isulani com’e me.
Aggju sintutu lu dulóri e la solittú di la sassarésa Speranza Siscu De Peru, muddéri di l’avvocatu angioyano Gioachino Mundula e mamma di tredici fiddóli di cali Giuseppe campési in distarru e Paolo in prisgioni. Speranza no turrési più a vidé lu maritu, moltu senza nudda in Parigi fossi ammazzatu da un sicàriu mandatu da lu guvelnu sabaudu,, Salvatore Moglie. La fèmin, cun dignitai manna, s’occupési a la sola di li fiddoli campendi una ‘ita sfultunata.
Mi socu ‘intésa accultu a la cuoca e cammiréra riera di Angioy chi no lu tradisi cuntendi, intalgata, in cuntrasti sigreti di li membri di lu “club” di l’Alternos.
Mi scu cummossa pa’ la storia di la bonésa Ambrogia Soddu chi, illa spidizione pa’ puní la vidda di Bono di lu 1796 da palti di lu guvelnu, sendi paralizzata, fusu l’ùnica abitanti di Bono – paése natìu di Angioy – a no pudé fuggjì e cuassi illa muntagna. Ambrogia vinisi ammazzata da li miliziani in manéra bàlbara e mutilata di lu simu illu lettu mettessi undi éda stata lacata da li cumpaisani, pinsend’a chi nisciunu aria pudutu fà mali a una femina ànciula.
E aggju pruatu abbeddu empatia pa’ donna Marianna Serra illu so curaggju di disifdisà li réguli rígidi sociali e pulíttichi di l’Ancien Régime.
CVR:
Un’ultima dummanda: siddu Marianna Serra pudissia lacà un missaggiu a li fèmini saldi di óggji, cosa pensi chi diciaria?
AVS:
“Cari fèmini di lu XXI séculu,
vi scriu da un’Ísula e da un tempu luntanu chi à cunnottu cateni e riolti, suggjizioni e di riolta.
Tandu ci disini chi lu curaggju éra un difettu, lu ribiddassi una ‘algogna, libbaltai un sònniu pa’ l’òmini e basta. Cuntési, pa’ bonasolti méa, innantu a lu sustegnu si me’ maritu e di òmini ‘alurósi com’è don Michele Obino e li fratéddi sói. Aési la fultuna di cunniscí un omu nóbili e allumatu com’e Giovanni Giovanni Maria Angioy di la cali vi précu di tiné incésa la mimória. M’ammentu cun frizia li passiziati accultu a iddu e la linga di fócu antifeudali chi incindia dugna so’ azioni. No pruési mai ‘algogna di fà méi li paràuli sói e di spalglilli candu éra assenti, arrischiendi la sicuresa méa.
Nói fèmini di lu tempu méu risistésimi illa mutesa di li campi, in una cucina fumósa, a cabaddu o in una casa galana.
Vói chi campéti un’èpuca più gjiusta, sighiti a aé lu curaggju di li idei ‘ostri e no smintichéti mai lu présgiu pacatu da nói pa’ andà a innanzi. Lucitéti lu pinséri, no la timènzia. La fieresa, più di la folza. La cumpassioni e mai la suttumissioni.
La libaltai, suréddi, non si ereditiggja ma si rinóa, si difendi, si galda.
Dugna paràula ‘ostra, dugna azioni chi pultéti a innanzi è la scintidda nóa d’un focu anticu chi no doarà mai spignissi. Curaggju, suréddi!”















