Fraintendimenti sulla rivoluzione sarda e i documenti più rilevanti che la riguardano

A proposito della rivoluzione sarda esiste un luogo comune diffuso secondo cui fossero poco chiare, opache o deboli le motivazioni dei protagonisti di quella vicenda. Sia che si discuta delle diverse articolazioni della classe dirigente, sia che si prendano in considerazione le mobilitazioni popolari, una delle letture storiografiche più in voga, a livello accademico, è quella che ridimensiona la portata politica di fatti, circostanze, scelte, prospettive. Uno degli aspetti di tale lettura è la scarsa considerazione nei confronti dei documenti più significativi del partito rivoluzionario: l’inno Su patriotu sardu a sos feudatàrios e L’Achille della sarda liberazione.
Circa il livello più generale, va sottolineato che è metodologicamente scorretto applicare a vicende del passato idee, prospettive e significati del nostro tempo, così come giudicare gli esiti delle vicende dall’alto della nostra conoscenza a posteriori. È anche un torto alle persone che presero parte a quegli eventi, senza sapere come sarebbero andati a finire, con le loro speranze, le loro aspettative, le loro paure.
Nessuno dei protagonisti del periodo rivoluzionario sardo, dai più noti e conosciuti a quelli più anonimi e defilati, aveva idea di cosa sarebbe successo, nemmeno quando i propositi erano chiari. Contribuisce all’opacità che si attribuisce di solito ai progetti dei rivoluzionari sardi la circostanza pratica – colpevolmente sottovalutata – che allora ci si muoveva in uno scenario tutt’altro che democratico, in cui non era affatto garantita la libera agibilità politica delle persone, nemmeno di quelle altolocate, né era legittimo esprimere apertamente il proprio pensiero, soprattutto se contrastava con gli interessi e i disegni governativi. Caso mai va considerata sorprendente la chiarezza con cui, almeno nelle fonti più rilevanti, gli obiettivi politici erano esposti.
Con tutti i rischi che essa comportava.Gli obiettivi delle popolazioni rurali si possono facilmente rinvenire nei patti di concordia e mutuo soccorso sottoscritti da molti villaggi nel periodo più caldo degli avvenimenti rivoluzionari. Il primo era senz’altro l’abolizione del feudalesimo. Uno scopo tutt’altro che banale, specie se perseguito con mobilitazioni dal basso, di segno evidentemente sovversivo. L’obiettivo della leadership rivoluzionaria più radicale era un mutamento più generale dell’ordine delle cose esistenti, in cui certo rientrava anche l’abolizione del feudalesimo, insieme alla costituzionalizzazione delle relazioni tra sovrano e Nazione.
In questo senso, le dichiarazioni dell’Achille sono di una limpidezza straordinaria. Una limpidezza molto rischiosa, come detto. Tant’è che l’accusa di essere il redattore di questo testo procurò i peggiori guai a Michele Obino, costretto all’esilio. Meno gravi le conseguenze per il presunto autore dell’inno Su patriotu sardu, Francesco Ignazio Mannu, che sfuggì alla repressione sabauda. Il fatto che Su patriotu fosse scritto in sardo forse ne rese meno comprensibile, allora, la portata politica.
Poco accettabile è invece la sua sminuizione costante al giorno d’oggi. Basandosi su una cattiva interpretazione dei suoi primi versi – il celebre “Procurade ‘e moderare, barones, sa tirannia” – storici e commentatori dei nostri tempi cadono nell’ingannevole convinzione che non si tratti di un inno realmente rivoluzionario. Ma basta avere un minimo di dimestichezza col sardo per riconoscere facilmente il vero significato – condito di feroce ironia – di questa prima ottava così come delle 46 successive.
In esse l’ironia, lo sberleffo, la satira si accompagnano sempre all’esposizione degli obiettivi politici da perseguire e dall’indicazione precisa del nemico: i Piemontesi e l’aristocrazia sarda loro complice. Non dimentichiamo che si trattava di un testo rivolto al popolo, nella lingua del popolo; una sorta di appello alla ribellione e al contempo un catechismo politico. Per poter comprendere senso e portata dell’Achille, va letto in parallelo con Su Patriotu. Il testo, scritto apposta in italiano, era rivolto alla classe dirigente sarda e anche a quella di altri stati. Le sue proposizioni risuonano di concetti e orientamenti filosofici maturati in Europa nei decenni precedenti e danno l’idea di quale fosse l’orizzonte politico in cui va inscritta l’azione della leadership rivoluzionaria sarda.
D’altra parte, per un altro mezzo secolo abbondante, tutte le rivoluzioni europee saranno indirizzate a ottenere l’abbattimento sello stato assoluto e la sua sostituzione con uno stato di diritto, ossia precisamente ciò che gli autori dell’Achille auspicavano. I due testi, quello poetico in sardo e quello “scientifico” in italiano, vanno letti insieme e probabilmente – ipotesi mia – insieme furono concepiti, chiunque sia stato poi a redigerli materialmente. Anche solo la loro lettura basta a dare il senso più profondo delle aspirazioni delle migliaia di persone che, tra 1793 e 1812, si spesero per la causa e spesso sacrificarono tutto, compresa la vita, per una Sardegna più libera, dignitosa e prospera. Una lezione che ancora oggi suona attuale e necessaria.
Immagine: totusinparis.it















