L’Unione Europea secondo Ursula von der Leyen e noi

Il 16 settembre scorso, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha tenuto a Strasburgo il suo discorso “sullo stato dell’Unione”.
La relazione di von der Leyen davanti al Parlamento europeo, unico organo direttamente democratico dell’UE, rivestiva una rilevanza inconsueta, per le circostanze particolari in cui si è svolto. Pochi giorni dopo, il 22 settembre, era la giornata internazionale della pace e a New York si è aperta una complicata Assemblea generale dell’ONU, le cui immagini e i cui resoconti sono stati ampiamente diffusi e commentati sui media.
Le sedi internazionali, benché indebolite dalle spinte egoistiche, violente e paranoiche di molti governi, restano fondamentali nel mondo di oggi. Non siamo abituat3 a prestare troppa attenzione agli eventi cerimoniali che vi si svolgono, benché invece siano tutt’altro che avulsi dalle nostre esistenze materiali.
In particolare, venendo all’Europa, la percezione diffusa su cosa sia l’UE, su come funzioni, su quale sia la portata delle sue politiche nelle vite della cittadinanza – anche di quella sarda – è largamente deficitaria. Del resto, la stessa Unione ha un profilo ancora piuttosto ambiguo e contraddittorio. È un’associazione tra stati-nazione di stampo otto-novecentesco, di carattere eminentemente commerciale ed economico, anche se si atteggia, nella retorica dei suoi rappresentanti, a una sorta di entità politica confederale – senza esserlo – con una propria soggettività. Nei trattati che istituiscono l’UE non c’è alcuna clausola relativa a una difesa realmente comune, per dire: si tratta sempre di accordi tra i singoli stati. E i singoli stati, disposti a cedere parti della propria sovranità in alcuni ambiti, non lo sono affatto riguardo alla difesa, all’intelligence, alla fiscalità, al welfare, alla mediazione tra i propri apparati centrali e i loro stessi territori interni; ossia quegli ambiti che, se trasformati in spazi di competenza comunitari, sovrastatali, attribuirebbero all’UE una vera capacità politica propria nello scacchiere esterno e una più forte coesione interna.
Il discorso di von der Leyen, come è inevitabile in questi casi, ha molto di retorico, è pieno di formule politiche non sempre del tutto comprensibili alle persone comuni, con messaggi che spesso vanno decrittati.
Proverei a seguire la dissertazione, nei suoi punti salienti, e cercare di analizzarne il contenuto, sia in chiave internazionale, sia riguardo al contesto più vicino.
L’esordio di von der Leyen è un inquadramento complessivo della situazione, con tanto di citazione colta:
“Era il migliore di tutti i tempi, era il peggiore di tutti i tempi.” Con queste parole Charles Dickens descrive l’Europa dei giorni della rivoluzione francese. E queste stesse parole sono una descrizione veritiera del mondo in cui viviamo.
La citazione dà il tono generale del discorso: enfatizzare gli elementi di forza dell’Unione Europea (che von der Leyen però chiama sempre Europa, come se l’UE corrispondesse in pieno all’intero continente) e al contempo esporre i grandi rischi e le crisi globali a cui bisogna far fronte.
In questo mondo l’Europa ha scelto di tracciare un suo percorso. A emergerne ora è un’Europa più forte e indipendente.
È un’Europa che salvaguarda la propria prosperità, che si affranca dalla dipendenza tossica dai combustibili fossili russi, che è diventata la più grande potenza commerciale del pianeta, che trasforma la politica industriale sostenendo nel contempo il modello sociale europeo, unico nel suo genere.
È un’Europa più che mai in grado di difendersi, che ha ripensato in modo radicale l’approccio alla sicurezza del proprio territorio, che ha aumentato la spesa per la difesa di quasi l’80% solo negli ultimi cinque anni.
È un’Europa di sostegno reciproco, come il sostegno all’Ucraina, impegnata a lottare per il proprio futuro e per la libertà europea, o il sostegno alla Groenlandia a fronte delle minacce alle quali è stata sottoposta, o il sostegno alle nostre democrazie bersaglio di droni, attacchi ibridi o disinformazione. Tutto questo dimostra una cosa: che l’Europa è al fianco degli europei. E che, nella gelida fragilità del mondo di oggi, solo l’Europa può fornire una vera sovranità agli europei.
In queste parole è possibile rinvenire tanto la prospettiva secondo cui ragiona von der Leyen e le aspettative a cui risponde, quanto una certa venatura propagandistica. Far riferimento solo alla dipendenza dai combustibili fossili di origine russa e non a quelli provenienti da fonti statunitensi o di altri paesi è una scelta precisa, ma per nulla rassicurante. Specialmente in un discorso in cui si rivendica l’indipendenza del Vecchio continente. Come se quella dagli USA e dagli umori della sua amministrazione non fosse comunque pericolosa. O come se la dipendenza fosse un problema solo se non ti piace l’entità da cui dipendi. L’accenno al caso groenlandese è un esempio di acrobazia retorica: si menziona il peccato ma non il peccatore.
La vanteria sulla corsa agli armamenti dei singoli stati – perché di questo si tratta – opacizza una realtà fatta di grande disordine diplomatico e geo-politico, dove ogni stato fa la propria strada, spesso in contrasto con altri membri dell’Unione, e il focus dei vertici UE alla fine è sempre e solo puntato sugli affari dei produttori di strumenti bellici.
Enfatizzare poi la forza dello stato sociale degli stati dell’Unione è a sua volta una verniciata di ipocrisia, nelle parole di una presidente della Commissione europea che ha da sempre orientato la sua azione a favorire gli interessi delle grandi multinazionali, non solo europee, e ha tenacemente difeso l’impostazione ferocemente neoliberista dell’Unione.
Nessun accenno ai conflitti sociali e territoriali aperti, su cui von der Leyen ha sempre fatto il pesce in barile.
Allo stesso tempo siamo tutti consapevoli delle minacce che ci troviamo ad affrontare. Con i presupposti e le relazioni del passato che vacillano, dobbiamo ora fare i conti con un mondo apertamente ostile. Nel nostro continente imperversa una guerra di aggressione territoriale; altri conflitti sono esplosi nelle vicinanze; la concorrenza globale è plasmata da rivalità per lo sviluppo di capacità industriali e uno scontro tra narrazioni mira a indebolire la fiducia nell’Europa, a paralizzare le nostre democrazie.
Ma le preoccupazioni dei cittadini non sono solo legate a queste grandi minacce globali. Gli effetti delle molteplici crisi sono una realtà per molte famiglie europee, non da ultimo gli effetti sul costo della vita o degli alloggi. Il ritmo vertiginoso dei cambiamenti e degli sviluppi tecnologici influisce sui posti di lavoro, sui mezzi di sussistenza e sulla società e ha anche effetti profondi sulla democrazia e sul dibattito pubblico.
Lo vediamo nell’ascesa degli estremismi e nel declino delle sfumature, anche nel modo in cui ci relazioniamo tra di noi.
Le preoccupazioni reali sono strumentalizzate per creare divisioni tra di noi, talvolta dall’esterno e, troppo spesso, dall’interno. Ma il percorso da seguire è chiaro: costruire un’Europa indipendente che abbia il potere di agire. Nulla può distoglierci da questo obiettivo, perché nel mondo di oggi il destino dell’Europa deve rimanere nelle mani degli europei.
La nostra scelta è quindi chiara. Vogliamo un’Europa forte e indipendente che difenda i propri valori in questo mondo? O vogliamo lasciarci frenare dalle divisioni e dalle dipendenze? Vogliamo unirci intorno all’idea europea che sostiene che insieme possiamo decidere del nostro destino? O vogliamo permettere a mandatari e burattini manovrati da attori autoritari di compromettere le nostre democrazie?
Che si parli degli ultranazionalisti o degli antieuropei, delle ingerenze o della disinformazione da parte della Russia: il nome può cambiare, ma l’obiettivo è lo stesso. Questi attori disprezzano i valori dell’Europa e vogliono fare a pezzi l’unità europea. Pertanto non limitiamoci a lottare contro queste minacce: lottiamo insieme per la nostra idea di Europa.
Anche in questi passaggi, al di là del richiamo ai “valori dell’Europa”, che però non è mai davvero chiaro quali siano e se siano davvero condivisi, è evidente una scelta di campo chiara a favore dell’alleanza strutturale con gli USA, a dispetto della minaccia rappresentata esplicitamente dall’amministrazione Trump. Minaccia che è uguale, nei valori professati, negli obiettivi, nel linguaggio e nel sostegno a tutte le formazioni di estrema destra del continente, a quella di Putin. Per certi versi, persino più preoccupante.
Giustissima la rivendicazione della democrazia come bene irrinunciabile, ma sarebbe suonata meno falsa se ne fosse data dimostrazione pratica nel corso degli anni. La democrazia a cui pensa von der Leyen è quella formale, largamente suscettibile di condizionamento da parte dei grandi centri di interesse privato, oligarchica e tecnocratica quanto a forme di esercizio del potere.
Nel resto del discorso sono richiamati il tema della competizione internazionale e quello del conflitto economico con la Cina. Anche qui non formule generiche, ma precisi orientamenti politici. Come tali, da riconoscere e vagliare criticamente.
Dare per scontato che la base delle relazioni umane – interne alle nostre società ed esterne ad esse, tra i popoli e gli stati – sia sempre e solo la competizione è una pretesa ideologica, non una verità storica sempiterna. Sarebbe altrettanto legittimo, e probabilmente più forte ed efficace anche in ottica di solidarietà internazionale e di collaborazione nelle crisi globali, puntare su condivisione, scambio paritetico, sostegno reciproco. Identificare la Cina come nemico economico, seguendo la scia degli USA, ma con molta meno forza contrattuale, è del tutto miope e controproducente.
La stessa enfatizzazione della funzione della NATO suona a dir poco irrealistica, visti i chiari di luna nello scenario internazionale.
Nessuna apertura, invece, verso una gestione delle risorse meno orientata al profitto, né verso una transizione energetica tarata sulle esigenze delle popolazioni e dei territori e non sugli appetiti dei grandi attori economici e finanziari. Tanto meno un occhio di riguardo alle richieste di autodeterminazione interne agli stati, grande tabù della politica europea. Anche il piano di semplificazione amministrativa per gli iter burocratici delle autorizzazioni, presentato come un grande progresso a livello continentale, nasconde rischi di varia natura e un’ostinata propensione a favorire gli affari privati a discapito di tutto il resto.
Abbiamo ora raggiunto l’accordo politico sulla tabella di marcia “Un’Europa, un mercato” e insieme, entro la fine del prossimo anno, possiamo e dobbiamo completare questa revisione storica del mercato unico.
Nell’economia odierna la rapidità è essenziale. Una singola autorizzazione o un semplice modulo, una connessione alla rete o una decisione di finanziamento: tutti questi elementi possono determinare la destinazione di un investimento, il luogo in cui si creano posti di lavoro. Dobbiamo muoverci molto più rapidamente: per questo motivo presenteremo proposte per accelerare ulteriormente il rilascio delle autorizzazioni.
Quando si tratta di progetti che sono nell’interesse strategico dell’Europa, dobbiamo accelerarne lo sviluppo in modo esponenziale. E nei casi in cui gli oneri amministrativi rallentano le imprese e le PMI, dobbiamo ridurli.
Il quadro che emerge dal discorso di von der Leyen nell’insieme è poco rassicurante. Al momento, la classe dirigente europea, pur considerando i limiti oggettivi cui deve sottostare, non si mostra all’altezza della situazione. Poco coraggio, poca visione, poca empatia verso la sorte delle comunità reali, delle persone in carne ossa e delle loro necessità. Le popolazioni europee sono un oggetto da prendere in considerazione in termini paternalistici, senza attribuire a esse una reale capacità politica, né specifica né collettiva. Non è contemplata alcuna possibilità di declinare i poteri e le competenze in modo scalare, partendo dal livello più vicino alle popolazioni per salire fino a quello generale dei grandi temi universali e delle grandi crisi globali.
Non è un’UE a misura di cittadin3 né delle comunità reali che la compongono e la abitano. Non la si può dunque difendere a spada tratta così com’è. Anzi, è un’UE da riformare e da ridisegnare in termini decisamente più democratici. Opera in cui dovrebbero ritagliarsi un ruolo importante le organizzazioni dei territori con aspirazioni di autodeterminazione. A patto che recuperino un minimo di spinta strategica ed escano dalla confusione e dalla depressione di questi ultimi anni.
Tuttavia l’UE è anche uno spazio in cui, per il momento, è ancora possibile vivere in una società aperta, in un sistema di diritti e di garanzie che consente libertà fondamentali, che altrove, in ampie aree nel pianeta, sono inesistenti o solo accennate.
L’Europa racchiusa e rappresentata nell’UE non è solo uno spazio geografico, ma anche un contesto culturale e politico ormai consolidato. E ha un grande peso sulle nostre vite. Disinteressarcene o limitarci alla critica astratta, rifugiandoci in spazi di comfort puramente teorici, non la cambierà in meglio. Auspicarne sic et simpliciter la dissoluzione, senza avere un orizzonte migliore in cui inscrivere la nostra azione politica e le nostre aspettative, non servirà ad altro che a favorire i disegni oscurantisti e repressivi delle forze retrive che stanno conquistando spazio nei diversi stati e nelle nostre comunità, anche a detrimento di qualsiasi obiettivo di autodeterminazione. Pur con tutto lo spirito critico necessario, è sempre bene ricordarcelo.
Immagine: europa.today.it















