La Sardegna oltre la cronaca: una questione nazionale

Ci sono numeri di una rivista che meritano di essere letti non soltanto per ciò che raccontano, ma per ciò che, magari senza averlo ancora formulato fino in fondo, rendono possibile pensare. È questo il caso del numero di settembre de L’Indipendente, significativamente intitolato “La Sardegna è sotto assedio“.

Il merito principale del dossier non sta semplicemente nell’aver dedicato diverse pagine alla Sardegna. Non sarebbe la prima volta che un giornale “nazionale” osserva la Sardegna. La novità sta nello sguardo non “orientalista”, sta nel tentativo di ascoltare le istanze profonde, sta nell’aver messo in relazione fenomeni che il discorso pubblico italiano tende abitualmente a separare: la speculazione energetica, la pressione immobiliare e turistica, l’occupazione militare, la questione linguistica, la mobilitazione popolare e l’opzione indipendentista. La copertina sintetizza questa impostazione parlando di un’isola “assediata su tre fronti”: resort di lusso, servitù militari e speculazione energetica fatta passare grazie all’allarme del riscaldamento climatico.

Ed è proprio qui che il numero assume un significato politico e culturale più ampio.

Dalla “questione ambientale” alla questione del potere

L’inchiesta di Salvatore Toscano, “Sardegna, terra di conquista“, parte da Tavolara e dal progetto del maxi-resort di Tavolara Bay. Il punto interessante non è soltanto la denuncia della trasformazione di un’area di straordinario valore paesaggistico in uno spazio destinato al turismo di lusso. È il meccanismo politico-istituzionale attraverso il quale questa trasformazione viene resa possibile.

Il ricorso alla “Zona Economica Speciale” e a procedure che concentrano il potere decisionale al centro, viene presentato come esempio di una dinamica nella quale il territorio interessato finisce per essere destinatario di decisioni prese altrove. Sono i meccanismi del sistema coloniale spiegati in modo che tutti lo capiscono. L’inchiesta sottolinea proprio il carattere “calato dall’alto” di tali decisioni e il conseguente svuotamento della capacità del territorio di determinarne gli effetti.

Per fare il salto qualitativo da una cronaca superficiale – magari estiva o esotica della Sardegna che pure lascia qualche residuo ad inizio inchiesta (Sardegna “terra selvaggia”) – ad un’analisi anticolonialista, questo passaggio è decisivo.

Il problema non è infatti soltanto che cosa viene costruito, ma chi decide che cosa può essere costruito, per quale interesse e a vantaggio di chi. Insomma chi è il soggetto. Se la risposta è sempre e soltanto “lo stato”, il centro, il sistema oligarchico, allora c’è qualcosa di marcio e il discorso democratico salta per aria.

«Chi decide?» è la domanda che fa saltare anche il discorso “ambientalismo”. Se un territorio produce valore ma non dispone pienamente degli strumenti per decidere come quel valore debba essere prodotto, distribuito e utilizzato, allora siamo di fronte a una questione che riguarda i rapporti di potere. Potere coloniale, ovviamente. Perché in Sardegna neppure le classi dirigenti decidono e addirittura vengono redarguite quando sono troppo poco solerti nell’obbedire al piano deciso a Roma o Milano. 

Il «ritorno dell’indipendentismo»

Nell’inchiesta ci sono però aspetti critici che riguardano il livello più propriamente politico. 

Toscano scrive ricostruisce la storia dell’indipendentismo in questo modo: «dopo un’intensa stagione vissuta tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’80, il movimento ha vissuto un progressivo calo di intensità, dettato da ricambi generazionali, divisioni interne e repressione giudiziaria. Oggi, però, proprio la generazione dell’euro, nata al tramonto di quella stagione indipendentista, ha deciso di rimboccarsi le maniche, attivandosi sui territori e ricucendo i fili col passato».

Questo è il preambolo all’intervista a un certo Michael Ardu, influencer di un recente fenomeno social noto come “Surra”.

Non è certo colpa di Toscano se la storia moderna del neosardismo e dell’indipendentismo abbia lasciato poche tracce di se, ma soprattutto all’inizio degli anni Duemila l’indipendentismo politico ha vissuto un revival degno di rilievo. 

Non è questo il luogo per ricostruirne la storia, ma brevemente possiamo ricordare l’exploit di IRS, la nascita di A Manca pro s’Indipendentzia (mi permetto di segnalare una ricostruzione della sinistra indipendentista curata da me e Omar Onnis: Falce e pugnale. Per un socialismo di liberazione nazionale, Catartica, 2019) e la candidatura di Sardegna Possibile alle elezioni del 2014 che arrivò a sfiorare l’entrata in Consiglio regionale incassando più di 70mila voti.La coalizione guidata da Progres (un partito indipendentista nato dalla scissione di IRS) non ebbe rappresentanza solo a causa di un’assurda e antidemocratica legge elettorale tutt’ora in vigore. 

È vero che negli ultimi tempi lo scenario politico indipendentista appare desolante, a causa di dirigenze sclerotizzate e opportuniste e anche di un’ondata repressiva che ha spazzato via la sinistra indipendentista (operazione Arcadia, luglio 2006), ma è anche vero che tutte le lotte segnalate da Toscano sono state animate da militanti, dirigenti, intellettuali «sardisti popolari» e indipendentisti. 

Questo è cruciale per capire che l’indipendentismo, o meglio ancora la cultura dell’autodeterminazione, non sta semplicemente «tornando». È già dentro molte delle mobilitazioni raccontate dallo stesso speciale.

Lo si vede con particolare chiarezza nella lotta contro la speculazione energetica. La vicenda della Pratobello 24, con le sue 210.729 firme, non è stata una battaglia contro le rinnovabili (come cercano di far passare alcuni media prezzolati): è stata una gigantesca mobilitazione popolare intorno alla questione di chi debba decidere del territorio sardo e del suo futuro, cioè una battaglia per l’autodeterminazione della Sardegna. Lo stesso speciale racconta come cittadini, comitati, sindacati e movimenti politici abbiano costruito quella mobilitazione dal basso e abbiano portato il «popolo sardo» a diventare legislatore.

Lo stesso schema ritorna nella protesta contro la speculazione turistica a Cala Finanza, nelle mobilitazioni di Saccargia, nella «rivolta degli ulivi» di Selargius contro il Tyrrhenian Link, nelle battaglie contro la militarizzazione e nelle diverse vertenze territoriali. Sono esperienze differenti, con storie, linguaggi e soggetti diversi, ma attraversate da una domanda comune: perché decisioni fondamentali sul destino della Sardegna devono essere prese altrove e poi semplicemente imposte ai territori?

È precisamente questa la sostanza politica dell’autodeterminazione. E lo speciale, forse senza rendersene pienamente conto, la documenta molto meglio di quanto faccia l’intervista che dovrebbe rappresentarne la «riscoperta».

Attenzione dunque a confondere la visibilità digitale con il radicamento politico

Dal paradigma della “regione svantaggiata” a quello della dipendenza

Lo speciale pèerò ha un altro importante merito, quello di nutrirsi di un paradigma decoloniale. Per decenni la Sardegna è stata raccontata attraverso il paradigma dello svantaggio regionale: arretratezza, insularità, disoccupazione, spopolamento, infrastrutture insufficienti.

Alcune di queste sono questioni reali, naturalmente. Altre (come l’insularità) sono pura retorica della sudditanza.

Ma questo paradigma presenta un limite strutturale: tende a trasformare una relazione politica in una semplice condizione geografica.

La Sardegna diventa così una regione “svantaggiata” che lo Stato dovrebbe aiutare.

Il paradigma della questione nazionale, invece, pone una domanda diversa: quali rapporti di potere producono e riproducono quello svantaggio?

È una differenza enorme.

Nel primo caso la Sardegna è destinataria di politiche.

Nel secondo caso diventa soggetto politico.

È questo, a mio avviso, il contributo più originale che si può ricavare dal numero: la possibilità di spostare il discorso dalla lamentazione sulle conseguenze alla comprensione delle strutture che le producono.

La stessa impostazione editoriale de L’Indipendente va in questa direzione. Il direttore Andrea Legni rivendica la scelta di non inseguire necessariamente la cronaca, ma di cercare numeri, contesto, cause, interessi e responsabilità, costruendo un’agenda informativa alternativa.

La Sardegna, in questo senso, è un caso perfetto di questa impostazione giornalistica: ciò che appare come una serie di vicende separate può essere interpretato come manifestazione di una struttura più ampia e profonda.

Un passo ulteriore che il dossier invita a compiere

Proprio perché il numero è importante, però, vale la pena indicare anche ciò che ancora manca.

Il dossier descrive molto bene l’assedio. Meno sviluppata è la teoria del soggetto nazionale sardo capace di opporvisi.

Viene mostrata la protesta, vengono raccontati i comitati, vengono intervistati un gruppo di influencer. Ma rimane ancora da costruire fino in fondo il ponte fra questi elementi.

Quel ponte è precisamente il concetto di questione decoloniale sarda.

Non significa semplicemente dire che “i sardi sono diversi dagli italiani”. Significa interrogare storicamente i rapporti fra Sardegna e Stato, la formazione delle classi dirigenti, l’uso delle risorse, la struttura della proprietà, il ruolo delle servitù militari, le politiche energetiche, i processi di accumulazione, la dipendenza economica, la subordinazione culturale e linguistica e, soprattutto, la capacità dei sardi di esercitare un potere effettivo sulle decisioni che riguardano il proprio territorio.

In questa prospettiva, l’anticolonialismo sardo può fare scuola perché in realtà ha prodotto non solo tesi articolate (guardare per esempio i due volumi del collettivo Filosofia de Logu editi da Meltemi: Filosofia de logu; Logu e logos), ma anche un’interessate realtà associativa come Assemblea Natzionale Sarda il cui perno – al contrario di alcune eruzioni social spacciate come “movimenti” – è la democrazia, la partizione e il lavoro sul territorio. 

Sono tutti strumenti di sovranità materiale e immateriale che dobbiamo mettere sul piatto, per fare in modo che la questione sarda non sfumi come un bel fiore senza radici o peggio non venga utilizzato da manovratori occulti per raggiungere obiettivi che con l’emancipazione del popolo sardo hanno poco a che fare.

Un numero che rompe un tabù

Per questo il valore del dossier va oltre la qualità delle singole inchieste e anche delle sue intrinseche criticità.

In un panorama mediatico italiano nel quale la Sardegna compare spesso quando c’è un’emergenza — incendi, siccità, turismo, proteste contro l’eolico, basi militari, spopolamento — L’Indipendente compie un’operazione diversa: mette la Sardegna al centro e prova a raccontarla come soggetto di conflitti politici, economici e culturali.

E soprattutto accosta, nello stesso spazio editoriale, la devastazione territoriale e il ritorno dell’indipendentismo.

È una scelta tutt’altro che neutrale sul piano culturale. E per questo motivo merita la massima fiducia da parte dei nostri lettori. 

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