Il manifesto delle comunità di Sardegna, il Cagliaricentrismo e il falso scontro città-campagna

De Ivan Monni

Eliseo Spiga, Francesco Masala e Placido Cherchi sono dei grandi intellettuali, giganti che hanno lasciato il segno, che hanno contribuito a costruire le basi della proposta indipendentista, criticato l’industrializzazione coloniale nord-italica e quella politica romana.

Hanno contribuito, insieme a Simon Mossa e ad altri, alla costruzione della coscienza nazionale, a denunciare lo sfruttamento coloniale industriale e militare, proponendo la questione linguistica e grafica, la questione sociale e sindacale, narrando la desardizzazione, tuttora in corso.

Tuttavia un pezzo della loro narrazione, perlopiù quella di Eliseo Spiga, ha contribuito ad alimentare alcuni stereotipi sull’indipendentismo rivolto al passato, fatto di paesitudini, antimodernismo e decrescita felice. Il Manifesto delle comunità di Sardegna, si schiera contro le città (soprattutto Cagliari, “città necropolitana“), colpevoli, a detta loro, di parecchi guai dei paesi.

La città è oggi il traino economico di un territorio, sbocco delle produzioni delle campagne stesse. La dimensione delle città determina il grado di specializzazione del lavoro e delle attività commerciali. Per fare un esempio, a Londra esistono negozi che vendono solo scacchi di tutti i tipi, forme e materie.

La specializzazione è alla base dell’innovazione, dello sviluppo e della crescita, di cui anche i paesi possono avvantaggiarsi. Dove venderebbero le merci i sistemi agropastorali se non nelle città? Lo scambio tra città e campagna deve essere cooperativo, non competitivo.

Uno dei problemi dei paesi, tra i tanti, riguarda le infrastrutture, soprattutto comunicative, banda larga, strade e servizi, inclusi quelli sanitari. L’emorragia dello spopolamento e dell’emigrazione è un dramma per i paesi interni, ma il problema non è solo sardo. L’urbanizzazione interna d’altro canto può essere un’alternativa all’emigrazione all’estero, un male minore, per cui andare a vivere a Cagliari, o a Sassari, o a Nuoro, può essere meno traumatico che andare a vivere e lavorare a Parigi o a Londra.

Le idee del Manifesto sono entrate nella proposta programmatica e comunicativa indipendentista, che stenta a far presa nel tessuto urbano. Il ritorno ad un’economia agropastorale alimenta un immaginario antimodernista in una popolazione prevalentemente urbanizzata. Niente contro l’economia agropastorale, anzi andrebbe tenuta in giusta considerazione e sostenuta per motivi geostrategici, e perché produce un tipo di economia che esporta. Ogni territorio faccia la sua parte.

Per lungo tempo ha tenuto banco l’idea dell’autosussistenza alimentare, come mito, senza alcun fondamento, da perseguire. Il grosso del budget delle famiglie va via in bollette, telefoni, benzina, assicurazioni, affitti, abbigliamento, tecnologia; solo una minima parte è destinata all’alimentazione, per cui anche raggiungendo l’autosufficienza autarchica alimentare saremmo in deficit con gli altri settori.

E poi c’è il fatto che oggi molti sardi consumano prodotti che qui non si producono e, in assenza dei quali, saremmo costretti ad avere un menu più ristretto. In economia internazionale si chiama “amore per la varietà” per cui posso esportare formaggio pecorino ed importare formaggio parmigiano. Nei banchi dei negozi il parmigiano grattugiato è di gran lunga più offerto rispetto al pecorino grattugiato, abbiamo modificato alcune abitudini alimentari senza dubbio.

Si sente spesso dire che importiamo l’80% dei beni agroalimentari“, allo stesso tempo però esportiamo agroalimentare. Occorre guardare al saldo totale, non solo sul lato dei consumi. Uno degli elementi base di un’economia moderna globalizzata è la specializzazione (ma non in un unico settore) su cui si può costruire la brand awareness del sistema Sardegna, ancora meglio se in settori ad alto valore aggiunto. Poi guardando la bilancia commerciale nel suo totale, non nel parziale dell’alimentare, scopriamo che esportiamo quasi solo petrolio* e poco agroalimentare. E questo è un problema.

Il problema delle città, la crisi, è semmai di identità, come vocazione economica, e come identità culturale. Storicamente hanno avuto un ruolo amministrativo e commerciale. Quest’ultimo punto, già messo in crisi dai centri commerciali, è sotto attacco oggi da Amazon. Devono reinventarsi dal punto di vista economico-commerciale. Il secondo punto dell’identità delle città sarde riguarda la cultura storica, la lingua, il tempo libero, ridotta al lumicino. Eppure Cagliari aveva tra i migliori cantadoris campidanesi (Farci e Loddo intra is mannus) e parecchie tradizioni ormai perse (come su “cantu a sa bastascina“). I turisti pagherebbero per vedere una gara tra poeti (tradotta su megaschermo).

Si immagina la globalizzazione come qualcosa di uniforme, personificata idealmente in un nuovo Leviatano, invece che come un puzzle composto da tante culture locali, in cui anche noi dovremmo fare la nostra parte. Il problema non è isolarsi dal mondo e dalla modernità, il problema è aprirsi avendo qualcosa da dire e da dare al mondo globale. Mentre la dialettica tradizione/modernità paradossalmente, e spesso erroneamente, ci narra di una popolazione che tende alla conservazione, deve tenere conto dell’industrializzazione indotta che ha rivoluzionato la società.

D’altra parte consolarsi in un ipotetico ritorno a su connotu, quando il contesto esterno è estremamente mutevole, è rischioso. Questo non significa che la società sarda sia immobile, arroccata in difesa dello status quo. Sono tanti gli imprenditori, lavoratori e intellettuali che navigano fuori dal porto sicuro. È fondamentale che siano i sardi ad innovare, per evitare di ricadere nel modello Piano di Rinascita, mantenendo il nostro punto di vista, innovando il nostro modo di essere, traghettando nella normalità di tutti i giorni i codici culturali identitari che riteniamo siano utili e necessari per il futuro.

Oggi il covid ha parzialmente disincentivato la vita nelle città, lo smart working ha incentivato un ritorno alla vita nei paesi, almeno potenzialmente, ma il fenomeno non è ancora misurato nella sua dimensione. Il biennio del covid 2020-2021 ha lasciato sul tappeto un’economia azzoppata, un governo italiano che ha ridotto gli spazi di libertà abusando ampiamente di provvedimenti liberticidi, un tessuto sociale disgregato e istericamente diviso, con i mass media che soffiano su quel fuoco, al servizio del potere: niente di nuovo.

Bisogna ricucire il tessuto sociale e ricostruire il sentimento nazionale sardo.


Fotografia: un murale di Giorgio Casu, presa da qui

Bibliografia e fonti

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