Sanità sarda: intervista al Dottor Anghelu Fantzellu

La situazione sanitaria in Sardegna è ormai oltre il limite dell’allarme, è una vera emergenza. Non è soltanto l’ultima ondata di Covid a mettere in crisi le strutture ospedaliere e territoriali ma la totale incapacità della Giunta regionale di affrontare e programmare sia l’ordinaria che la straordinaria richiesta degli utenti/pazienti sardi. Si comincia con l’impossibilità a effettuare qualsiasi attività di prevenzione e controllo se non nel privato o in intramoenia con costi esorbitanti, in quanto le liste d’attesa sono infinite e intollerabili anche in caso di urgenze, alla chiusura di piccoli ospedali come Isili, Ghilarza o Muravera situati in aree isolate rispetto ai grandi centri, o di ambulatori e centri specialistici (punti nascita, cardiologia, diabetologia, centri per la sclerosi multipla) senza ipotesi di sostituzione. L’apice della gravità si raggiunge nelle aree interne dove ampie zone non hanno più la copertura di medici di base, pediatri e guardie mediche e restano pertanto privi di qualunque servizio di assistenza sanitaria. Per la struttura pubblica non ci sono soldi, ma intanto la Regione elargisce cospicue somme di denaro al Mater Olbia che, tra le altre cose, assorbe buona parte delle terapie riabilitative sottratte a Alghero e a Sassari costringendo a complicati spostamenti nel capoluogo gallurese. Oppure ci si rivolge a agenzie private per ingaggiare medici a ore e magari anche privi dei titoli necessari, con costi esorbitanti, all’ospedale San martino di Oristano. “La Salute va mantenuta, sempre. Una volta che si perde, ogni persona che si ammala ha diritto ad essere curata nel miglior modo possibile, gratuitamente”. Ne parliamo con Angelo Fancellu, medico ospedaliero, diabetologo, volontario di Emergency.


De Ninni Tedesco Calvi

Buongiorno Angelo. Ci racconti come è la situazione attuale nelle strutture ospedaliere di cui sei a conoscenza? Si riesce ad esempio a svolgere l’attività ordinaria rispetto all’emergenza Covid?

«Per quanto mi viene riferito, la situazione degli ospedali di Sassari sembra quasi completamente assorbita dall’emergenza Covid pur non essendoci più i numeri e i problemi dell’autunno 2021. L’attività di routine è stata sospesa, vengono garantiti solo i ricoveri e gli esami specialistici in urgenza. I ricoveri ordinari nei reparti chirurgici non vengono più eseguiti, per cui gli interventi di colecistectomia, di ernia inguinale, di cataratta e quant’altro vengono rinviati a data da stabilirsi. Anche importanti interventi per tumori (colon, mammella, etc) vengono posticipati e alcuni rinviati di mesi, spesso trasferiti in altri presidii ospedalieri.

Si ha la sensazione che tutto venga rinviato a tempi migliori e in questa situazione di disagio le persone si augurano di non ammalarsi, di non aver necessità di un ricovero o di una prestazione urgente in Ospedale. Si ha paura di attraversare la soglia del Pronto Soccorso e molti fanno a meno di andarci. Altre realtà ospedaliere sarde soffrono dei medesimi disagi e in talune zone servizi e reparti sono stati chiusi fino a nuovo ordine (vedi la chiusura del punto nascita di Lanusei). Per non parlare della ormai carenza cronica di medici e infermieri che ha drasticamente ridotto l’attività di assistenza di routine nella stragrande maggioranza degli ospedali sardi.» 

Purtroppo però la gente si ammala e non solo di Covid…

«La gente continua ad ammalarsi di tumore, continua ad avere accidenti cerebrovascolari o infarti del miocardio, o quant’altro. La paura del ricovero o delle lunghe attese in Pronto Soccorso, spinge le persone a ritardare il ricorso agli accertamenti sanitari e spesso la malattia viene diagnosticata in ritardo, con la conseguenza di ritardare la cura e quindi mettere in discussione la possibile guarigione della malattia stessa.» 

Ritieni che in questi due anni di “emergenza” si sia fatto abbastanza nelle varie cabine di regia per affrontare e risolvere i problemi?

«La percezione è che in questi due anni si sia affrontata l’emergenza alla meno peggio, con improvvisazione e senza una cabina di regia univoca e condivisa con i territori. Purtroppo si è navigato a vista, cercando di tamponare le falle più evidenti con misure temporanee prive di soluzioni definitive. Le ingenti risorse economiche messe a disposizione per l’emergenza COVID non hanno determinato un miglioramento dell’assistenza o quantomeno una attenuazione dei disagi. Quotidianamente si assiste alla chiusura di quel reparto, di quel servizio, di quella postazione territoriale di assistenza primaria.

Ci sono persone che non hanno più un medico, che non hanno più un pediatra, che non fanno più controlli specialistici, che non fanno più un esame. Ma stanno relativamente bene e continuano la loro vita incuranti delle patologie che possono sopraggiungere. E ci sono persone che hanno bisogno di un medico, di un pediatra, di uno specialista, di un esame, di una analisi, ma non trovano risposte alla loro domanda di salute, in quanto gli si nega quotidianamente l’accesso ai servizi essenziali di assistenza. Ecco, i cosiddetti LEA (livelli essenziali di assistenza) non vengono erogati, sembrano sospesi, rinviati e addirittura cancellati.

La Sanità pubblica è in continuo affanno, non risponde più a sufficienza alla domanda di salute della gente. In questa situazione prolifera e fa affari la Sanità privata, sempre più attenta al tornaconto economico piuttosto che alla qualità del servizio erogato.» 

Se potessi indicare una priorità di interventi quali suggerimenti avresti da proporre per dare risposte al disastro sanitario?

«Tra le priorità avrei di sicuro escluso la riforma sanitaria sarda voluta e portata avanti dall’attuale Giunta Regionale, una riforma inutile e dispendiosa, che rimette tutto in discussione senza purtroppo cambiare registro. Una riforma che ha il solo compito di moltiplicare le cariche politiche piuttosto che tecniche, che tende all’occupazione clientelare della sanità pubblica senza la minima preoccupazione di risolvere i problemi. In altri termini, la solita politica degli amici degli amici che vanno comunque sistemati a discapito delle competenze che in genere rimangono fuori dalla gestione delle problematiche socio-assistenziali.

Mi pare completamente inapplicabile la proposta dell’assessore alla Sanità di oltre 70 Case di Comunità dislocate nell’intera isola, una sorta di strutture a metà tra Case della Salute e Ospedali di Comunità, senza peraltro avere le caratteristiche né dell’una o né dell’altra. Ma soprattutto senza dire quali servizi assistenziali verranno erogati e da quale personale.

Niente si fa per risolvere la cronica carenza di medici e di personale di assistenza. Non si fanno concorsi e non si assumono dipendenti. Si ricorre sempre più spesso alle Agenzie Interinali per avere servizi di personale OSS, di infermieri e ultimamente anche di medici. In altri termini si ricorre ad una moderna forma di caporalato, dove i diritti dei lavoratori vengono misconosciuti, dove il precariato da temporaneo diventa a vita, dove l’assunzione avviene per conoscenza o per favore personale piuttosto che per competenza, dove la politica clientelare può prosperare e autorigenerarsi. Questo tipo di risposta ai problemi della gente e alla disoccupazione è deprimente. Finché la politica continuerà a essere la vorace distruttrice dei saperi e delle competenze, non potrà mai determinare un miglioramento delle condizioni sociali ed economiche della popolazione.» 

Cosa proponi in alternativa?

«Di fronte a interi territori senza medici di base, senza pediatri, senza guardia medica, senza reparti ospedalieri e senza Pronto Soccorso, la risposta possibile è quella di creare medici. Ma i medici si formano nelle Università, e allora occorre rimodulare l’attuale numero di accesso alla Facoltà di Medicina e rivedere in modo critico e costruttivo il concorso stesso di ammissione, trasformandolo da nazionale unico (deleterio per i sardi) a quello per singole Facoltà, magari con il ricorso allo Statuto Autonomo della Sardegna. Migliorerebbe senza dubbio il numero di giovani sardi che avranno accesso al corso di Laurea in Medicina e alle successive specializzazioni.

Altra priorità assoluta sono gli incentivi che occorrono per far rimanere i medici negli ospedali periferici o nei territori disagiati. Incentivi non solo economici ma anche come presenza di servizi essenziali per la popolazione (scuole, poste, banche, trasporti, etc). Inutile fare proclami contro lo spopolamento delle zone interne se poi non si fa niente per mantenere le persone e soprattutto se non vengono mantenuti i servizi essenziali in tutti i territori della Sardegna.

In questo marasma di proposte, non si capisce quale sarà il futuro della Medicina di Base e della Pediatria di Libera scelta. È indispensabile pubblicare le sedi carenti per il corrente anno e fare in modo che possano concorrere anche i medici che hanno maturato l’idoneità nell’ultimo anno, onde evitare che i bandi vadano deserti o quasi.

Altro problema da affrontare è la migrazione dei medici dagli ospedali periferici a quelli di Cagliari e Sassari, che la suddivisione nelle 8 ASL e nelle tre aziende ospedaliere rende difficilmente governabile, in quanto una persona si può dimettere da una azienda per poi essere assunta in un’altra. Anche in questo caso, gli incentivi economici possono essere determinanti.

Anche la medicina preventiva merita di essere rinforzata. Occorre ripristinare dove possibile la figura dell’ufficiale sanitario in modo da praticare le vaccinazioni obbligatorie e quelle raccomandate il più vicino possibile al luogo di residenza, onde evitare assembramenti e disguidi negli Hub vaccinali centralizzati.

Naturalmente acquista valore sociale fondamentale la ripresa dello screening di massa per la diagnosi precoce dei tumori della mammella, del colon, della cervice uterina e dei polmoni, nonché lo screening per le malattie metaboliche quali diabete e dislipidemia. Una volta superata l’emergenza Covid andranno riprogrammati nelle strutture pubbliche tutti gli accertamenti necessari, sia strumentali che specialistici, per porre diagnosi precoci ove possibile, al fine di curare al meglio le patologie croniche e neoplastiche.

La Salute va mantenuta, sempre. Una volta che si perde, ogni persona che si ammala ha diritto ad essere curata nel miglior modo possibile, gratuitamente. Non si possono fare affari con le malattie, per questo proporrei di eliminare il termine Azienda dalle strutture sanitarie pubbliche.» 

Grazie Angelo.

«Grazie a voi.» 

Fotografia: Ashkan Forouzani (Unsplash)

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