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15 settembre, Giornata della Democrazia. In Sardegna bandiere a mezz’asta

La democrazia negata

Il 15 settembre, in tutto il mondo, si celebra la Giornata Internazionale della Democrazia, istituita dall’ONU nel 2007. In Sardegna, più che festeggiare, sarebbe il caso di mettere le bandiere a mezz’asta. Perché qui la democrazia non si celebra: si oltraggia. Lo fa un manipolo di oligarchi che occupa le stanze del potere grazie a una legge elettorale profondamente antidemocratica che ricorda molto da vicino la fascistissima legge Acerbo con cui la dittatura imbrigliò dissenso ed opposizioni. L’attuale legge elettorale è stata concepita dai principali partiti di maggioranza e di opposizione per blindare il sistema in un gioco di specchi di falsa alternanza, ridurre al silenzio la maggioranza dei sardi e riprodurre a colpi di sbarramenti e premi di maggioranza una casta di governo senza merito e radicamento popolare.

Le prese in giro di chi vuole cambiare la legge elettorale soltanto a parole

Nonostante questo da tempo gli stessi oligarchi che occupano gli scranni del potere, si ripropongono di cambiare la legge elettorale. A parole sono tutti d’accordo, ma poi – chi sa come – arrivati al dunque, la legge resta sempre la stessa.

A questi, di tanto in tanto, si affiancano movimenti e soggetti di vario genere che, presentandosi come alternativi e antagonistici, agitano la bandiera di una nuova legge elettorale proporzionale che colorano con le parole più belle del mondo, organizzano qualche convention partecipativa e dinamica e poi aspettano fiduciosi che gli oligarchi li ascoltino perché, come hanno recentemente dichiarato alcuni di questi esponenti, «non si può cambiare la legge elettorale senza coinvolgere i partiti politici che rappresentano i cittadini nelle istituzioni».

Qualcuno di questi novelli Masaniello viene poi puntualmente ricompensato con qualche candidatura “indipendente” nei vari listoni “civici” a sostegno del medesimo sistema oligarchico e così ricomincia la corsa..

La proposta di legge SarDegna

Però in Sardegna non tutti si sono rassegnati al gattopardo e pochi giorni fa è stato pubblicamente rilanciato il guanto di sfida ai massimi vertici dell’oligarchia: «quanto vale la parola di un Presidente?»

A chiederselo è sui suoi social Lucia Chessa, segretaria dei RossoMori e proponente della legge di iniziativa popolare SarDegna – Liberamus su votu.

Ma prima di entrare nel merito della querelle è bene fare un po’ di contesto.

La legge di iniziativa popolare SarDegna nasce dalla volontà di restituire ai sardi un sistema elettorale più giusto, trasparente e rappresentativo. È stata elaborata scritta dall’autorevole penna del costituzionalista Omar Chessa ed è stata poi adottata dalla rete di comitati, sindacati e movimenti “SarDegna iniziativa popolare. Liberamus su votu”, guidata da Lucia Chessa i quali non si sono rivolti alla casta oligarchica seduta in Consiglio ma direttamente ai cittadini sardi, raccogliendo le firme nelle piazze di tutta la Sardegna. L’idea è semplice: porre fine a una legge elettorale che negli ultimi quindici anni ha distorto la rappresentanza, cancellando intere fette di elettorato e consegnando il potere a élite politiche arroccate in un Palazzo sempre più settario.

La proposta punta a reintrodurre un sistema proporzionale puro, nel quale ogni forza politica possa ottenere seggi in Consiglio regionale in rapporto reale ai voti ricevuti, eliminando così quel meccanismo mefistofelico che spinge anche le forze potenzialmente antagonistiche a rientrare nei ranghi dei due schieramenti romani.

La partecipazione popolare è «inammissibile»

Per dare forza alla proposta, la rete SarDegna ha raccolto 8.189 firme. Sembrava un risultato importante, tanto più che in regioni ben più popolose della Sardegna – come la Toscana o la Lombardia – ne bastano 5.000 per presentare una legge di iniziativa popolare. E invece no: il presidente del Consiglio regionale – con un atto monocratico – ha dichiarato la proposta inammissibile perché non raggiungeva le 10.000 firme richieste dall’articolo 29 dello Statuto speciale. Peccato che quell’articolo sia stato cancellato nel 2001 da una riforma costituzionale e dunque non abbia più alcun valore. Gli uffici del Consiglio hanno però deciso di considerarlo ancora applicabile, sostenendo che, in mancanza di una norma nuova, bisogna continuare a fare riferimento a quella vecchia. In altre parole, una norma inesistente viene riesumata per respingere la voce dei cittadini che chiedono un cambiamento in senso democratico del sistema elettorale.

Siamo di fronte ad un nuovo fulgido esempio di “democrazia” e “movimentismo civico” da parte di questa maggioranza che ha di recente già dimostrato ai sardi quanto tenga in considerazione il parere dei suoi cittadini.

La Giunta Todde ha infatti già ignorato la volontà di ben 210.729 sardi che chiedevano di legiferare contro la colonizzazione energetica e ora ignorano la volontà di quasi diecimila che chiedono di cambiare una legge elettorale di stampo autoritario che non solo annienta le minoranze e favorisce la prostituzione politica, ma tiene fuori dall’esercizio della democrazia la metà dei sardi che semplicemente non votano più.

Nel primo caso la scusa accampata dalle élites dominanti è consistita nel fatto che la Legge Pratobello 24 sarebbe stata impugnata e invece poi ad essere impugnata è stata la legge 20 partorita dalla maggioranza. Nel secondo caso si applica addirittura una normativa abrogata.

In entrambi i casi ciò che emerge è il disprezzo e lo snobismo delle élites al potere che fondamentalmente detestano e temono le mobilitazioni popolari, e vedono come fumo negli occhi le voci critiche e ogni spinta politica che non sia sotto il loro diretto controllo o che rientri nel ristrettissimo campo dei “diritti” da essi contemplato.

A dispetto dell’aggettivo “democratico” che campeggia nel nome del principale partito di maggioranza e dell’ aggettivo “movimento” del suo socio di maggioranza, si tratta di una nuova oligarchia priva di colore politico.

La sfida di SarDegna

Ma i promotori di SarDegna non ci stanno e per tramite di Lucia Chessa fanno sapere che considerano questa decisione non solo un atto di arroganza politica, ma un vero e proprio attacco alla democrazia e alla legalità. Pretendere 10.000 firme in Sardegna, con un milione e mezzo di residenti, significa limitare oltremodo l’utilizzo di uno strumento di partecipazione che la Costituzione e lo Statuto garantiscono.

Si tratta di un vero e proprio sistema di anticorpi che tutela l’oligarchia coloniale al potere e che riesce sistematicamente a tenere fuori ogni – seppur blando – tentativo di garantire un’alternativa politica al duopolio della destra e della “sinistra” coloniale.

Così, davanti al consueto muro di gomma del sistema oligarchico e al rifiuto di discutere in Consiglio Regionale la legge di iniziativa popolare, Lucia Chessa, sui suoi social, ha lanciato il guanto di sfida al Presidente del Consiglio regionale della Sardegna Piero Comandini (PD):

«ho incontrato Piero Comandini due volte. La prima, cinque anni fa, a Villanova Tulo, durante un convegno sulla legge elettorale. Io, da sempre critico irriducibile della normativa, mi preparavo al confronto. Lui, esponente di punta del PD, partito che la legge l’aveva votata nel 2013, avrebbe dovuto difenderla. Invece no: si dichiarò convintamente proporzionalista. “Il sistema proporzionale è nelle cose, tra le persone” disse. Io annuii, lui annuì. Tutto finì lì.

La seconda volta è stato quando abbiamo consegnato le 8.189 firme raccolte per la proposta di legge popolare Liberamus su votu. Lì, prima ancora di iniziare, Comandini ci annunciò di aver già disposto l’invio della proposta in Commissione. Sembrava un’apertura, sembrava coerenza. Ma tra dire e fare c’è di mezzo un abisso, e infatti il 7 settembre è arrivata la doccia fredda: la proposta dichiarata inammissibile perché non corredata dalle famigerate 10.000 firme.

Peccato che quell’obbligo non esista più. È stato cancellato nel 2001. Ma la Segreteria Generale del Consiglio regionale ha stabilito che “siccome non c’è una nuova norma, si continua a fare come se ci fosse”. Una norma fantasma, riesumata solo per respingere i cittadini».

Per questo motivo la rete SarDegna non intende arrendersi. Dopo aver denunciato pubblicamente la contraddizione, ha annunciato ricorso ai tribunali: «sarà un Tar o un giudice ordinario a stabilire se a prevalere debba essere la Costituzione o l’arbitrio del Palazzo».

La battaglia ormai non riguarda più soltanto la legge elettorale, ma una postura autoritaria e strafottente dell’oligarchia che tira dritta in ogni caso e percepisce ogni voce non controllata e disorganica al proprio apparato di dominio, come lesa maestà.

Ora la palla passerà ai tribunali: «non è bello che i rapporti tra cittadini e istituzioni debbano risolversi in un’aula giudiziaria» – prosegue Lucia Chessa, «ma la Sardegna di oggi è questa: un Consiglio regionale che applica norme abrogate pur di respingere la voce popolare, una maggioranza chiusa in se stessa, un’opposizione inesistente».

Una nuova Sarda Rivolutzione contro i morti-viventi al potere

Il ghiaccio è sottile e l’isola sembra sempre di più una pentola a pressione pronta ad esplodere. Il punto di caduta per far saltare il banco sarebbe quello di saldare le tante lotte che pure stanno mettendo in croce una giunta nata morta che assomiglia sempre di più ad un’armata Brancaleone di morti-viventi. Ma servirebbe coraggio e lungimiranza e una direzione generosa capace di uscire fuori dalle faide personalistiche e arriviste. Invece si moltiplicano i congressi nelle cabine telefoniche, le pseudo sigle antagoniste che poi in realtà – all’ora X – traghettano voti ai soliti noti, anche grazie a legami parentali o di clan e soprattutto si droga il dibattito pubblico con questioni provenienti d’oltreoceano che qui arrivano storpiate e incomprensibili alle orecchie delle persone normali.

Allora questa solitaria e coraggiosa battaglia dei comitati SarDegna – liberamus su votu è da accogliere come un vento fresco, un punto politico solido attorno a cui raccogliersi e fare corpo per un nuovo sardismo combattuto nell’interesse delle comunità sardi, delle istanze popolari, della democrazia reale.

Che sia la volta buona in cui cadrà la foglia di fico del grande Leviatano che domina la Sardegna con piglio autoritario? C’è da augurarselo!

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