Non esiste transizione energetica senza transizione culturale e politica

Nella puntata del 5 settembre del podcast Ossigeno, di Chora Media, condotto da Francesco Zaffarano, tra le altre cose interessanti si  dava conto di sue progetti relativi alla transizione energetica. Il primo, su vasta scala, riguarda lo sfruttamento dell’energia eolica in Cina attraverso rotori aerei, ossia montati su apparecchi volanti, tipo dirigibili a elio. Pare che l’efficienza di questi dispositivi sia enormemente superiore ai classici rotori a terra, anche per il fatto di poter variare la quota a cui attingere il vento. Il che consentirebbe anche di valutare le rotte dell’avifauna e altre variabili ambientali. Per inciso (di questo la puntata di Ossigeno non parla), in Cina si lavora molto alla ricerca sulle batterie ai cristalli di sodio, in sostituzione del litio, molto più raro e costoso (anche in termini ambientali e sociali). Il sodio: un elemento che in Sardegna abbonda. Un altro progetto, su scala minore ma in via di diffusione, è la costituzione di una sorta di comunità energetiche nel Kurdistan iracheno, basate sul fotovoltaico, volte soprattutto a stabilizzare la fornitura di energia elettrica, da cui dipende poi gran parte dell’attività agricola locale, sia per l’irrigazione, sia per la possibilità di conservazione delle derrate alimentari.

La transizione energetica ha tante facce e implica una costante ricerca di soluzioni situate, adattate ai territori e alle comunità, sia per scala, sia per fonti da sfruttare, sia per le modalità della distribuzione. Il presupposto di partenza deve essere da un lato la sostituzione dei combustibili fossili ovunque sia possibile, a parità di efficienza, ma soprattutto la democratizzazione dell’accesso all’energia, sottraendone produzione e distribuzione alle mere logiche del profitto privato e ai disegni strategici e geo-politici di multinazionali e/o di governi centrali.

Una componente essenziale di tutto questo processo dovrebbe essere la ricerca, sia quella di base sia quella applicata. La Sardegna è priva di grandi aziende tecnologiche ed è vincolata, a causa di un’industrializzazione estranea al territorio, energivora e inquinante, a processi produttivi che erano già obsoleti nel secolo scorso. L’unico attore in grado di alimentare ricerca e innovazione tecnologica sarebbe l’università. Nel nostro caso, le due università statali di Cagliari e Sassari. Con l’aggiunta di enti come Sardegna ricerche e il CRS4, che però sono stati relegati da tempo al rango di carrozzoni clientelari senza ricadute effettive di natura scientifica e/o tecnica.

La ricerca costa. Ma le università e gli enti scientifici dell’isola non sono privi di risorse. Ai finanziamenti statali (come i 200 e rotti milioni di euro arrivati dal Ministero) si sommano quelli della RAS (come i 18 messi a bilancio nel 2026 per il triennio fino al 2028). Dei fondi del PNRR non è chiaro cosa ne sia stato. Ma questi ultimi sono finanziamenti una tantum e pure “a debito”, su cui non si può fare affidamento in termini strutturali.

In ogni caso, pochi o tanti che siano i denari pubblici destinati a università e ricerca in Sardegna, andrebbe fatto un ragionamento e anche un calcolo prosaico sui risultati. E prima ancora andrebbe pianificato un orizzonte strategico in cui inserire i finanziamenti. Il problema delle due università statali, dunque dipendenti dalle scelte ministeriali (entro certi limiti, sia chiaro), andrebbe superato finalmente con l’istituzione di una libera università sarda, a capitale pubblico o prevalentemente pubblico, un po’ sulla falsariga dell’Università di Bolzano.

Ciò consentirebbe di programmare investimenti e attività di ricerca (oltre che la didattica, dunque le discipline a cui dare spazio) in termini del tutto autonomi rispetto alle scelte strategiche italiane. Servono soldi? Sì, certamente. Ma siamo proprio sicuri che nel bilancio della RAS, eliminate spese clientelari e sprechi, non ci siano risorse bastanti? Senza considerare i fondi europei, a cui bisognerebbe saper attingere con intelligenza e competenza.

Tornando al tema della transizione energetica, è evidente che fin qui la Sardegna la sta solo subendo, nei termini predatori, speculativi ed estrattivisti che contraddistinguono le politiche italiane nel settore. Il vantaggio per l’isola e chi la abita al momento è pressoché nullo e non rientra nei piani di chi propone progetti di grandi e impattanti impianti industriali, specie eolici ma non solo. A questo disastro si somma, o è in procinto di sommarsi, anche qualche altra disgrazia: la ricerca delle cosiddette “terre rare” e l’impianto di un grande data center nel Sulcis. Iniziative che non sono un male di per sé, ma lo diventano nel momento in cui sono calate dall’alto e dall’esterno, senza alcuna considerazione per le necessità basilari della popolazione sarda, nemmeno come risultato accessorio.

Dovrebbe essere la politica sarda a imporre un percorso strategico proprio in questi ambiti, anche negoziando con i governi italiani o, dove il caso, entrando in aperto contrasto (e non su conflitti di competenza nati dalla cattiva scrittura di questa o quella legge). A sollecitare tale cambiamento di rotta dovrebbe essere a sua volta il ceto medio istruito, compresa la sua componente accademica, l’intellighenzia locale. Invece questo ceto sociale in Sardegna è completamente alienato alla propria realtà. Segue spasmodicamente le cronache italiane e il relativo, provincialissimo dibattito pubblico. Si straccia le vesti per Ranucci, facendone l’oggetto di una sorta di culto della personalità.

Si abbevera delle tematiche imposte dall’agenda politica italiana, arrivando persino a sposarne il punto di vista *contro* la Sardegna. Gli stessi ceti produttivi, in Sardegna, non riescono a costituire una componente sociale quanto meno in rapporto dialettico con la politica. Non disponiamo di una borghesia “nazionale” che legga la nostra realtà in modo lungimirante e agisca in termini congrui, sollecitando risposte nuove dentro una strategia di riscatto generale.

Così siamo presi in una morsa letale, tra le destre nazionaliste italiane o banalmente clientelari e affariste, e un centrosinistra, o campolargo che dir si voglia, totalmente avvinto da una mentalità auto-colonizzata, guidato e animato da personaggi ignorantissimi ma arroganti. E così, anche laddove potremmo avere risorse materiali e umane nonché infrastrutture adatte a generare conoscenza e soluzioni tecnologiche innovative, siamo soffocati da una mortifera condizione di subalternità e dipendenza.

Non è un destino segnato. Non dipende, come invece afferma la nostra politica istituzionale – anche quando sedicente progressista – da deficienze congenite nella nostra selvatica genia. È una condizione storica indotta e perpetuata sia dal rimbecillimento indotto dai media italiani, sia dalla casta locale di intermediari e meschini podatari che occupa le istituzioni e tutti i ruoli decisionali dell’isola.

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