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“La vita va così”: il furto dell’accento sardo, rappresentazione o imitazione?

È uscito il trailer del film “La vita va così” ispirato alla storia del pastore sardo Ovidio Marras che rifiutò di vendere la sua terra a degli immobiliaristi che volevano costruire un resort di lusso vicino al mare. Una vicenda dai connotati fortemente identitari, molto sentita dagli isolani che ancora oggi si trovano a difendere il loro territorio dalla turistificazione dei luoghi e dalla speculazione energetica sulle rinnovabili.

Il film, scritto da Michele Astori e Riccardo Milani, vede quest’ultimo alla regia e l’attrice Virginia Raffaele nei panni della figlia del pastore. Lei e Milani avevano già lavorato assieme nel film del 2024 “Un mondo a parte”, ambientato in Abruzzo, che raccontava un altro tema importante: lo spopolamento dei paesi delle comunità montane. Anche in quel caso l’attrice si cimentò in una recitazione che prevedeva l’interpretazione della parlata del luogo, quella marsicana. Raffaele è infatti diventata famosa anche per la sua abilità nel simulare accenti di ogni tipo in sketch di natura prevalentemente comica e io, personalmente, ritengo che questo tipo di recitazione dovrebbe restare entro quel confine, assumendo carattere episodico e temporaneo, onde evitare il revival di personaggi macchiettistici che sarebbe meglio ci lasciassimo tutti alle spalle.

A Hollywood si discute da almeno un decennio sull’opportunità di assegnare agli attori dei ruoli fortemente identitari, nel contesto di storie con un grande valore per una specifica comunità, anche se non vi appartengono. Il mondo della recitazione oggi è aperto a tutte le categorie di persone e, mentre ai tempi di Shakespeare che un uomo interpretasse una donna non era solo indice della bravura, ma anche della necessità di ricoprire il ruolo con le persone che si avevano a disposizione, visto che alle donne non era permesso recitare, ormai è quasi impossibile non trovare un attore che abbia anche delle caratteristiche specifiche del personaggio ritratto. In particolar modo se questo rappresenta una minoranza. Non si parla solo di etnia, ma anche di disabilità o di orientamento sessuale. 

Oggi proliferano i personaggi “diversi” nelle serie e nei film, al punto che per riempire il vuoto rappresentativo di un secolo di cinema e per stare al passo coi tempi, qualcuno percepisce una forzatura nel racconto di tutta questa “anormalità”. Eppure, è necessario fare un po’ di indigestione e rimanere fermi sul punto: la rappresentazione delle minoranze nell’arte e nei mass media è importante, in più è importante che siano le stesse persone appartenenti a gruppi sociali minoritari a raccontarsi, che il cinema sia per loro accessibile.

 Non solo per una riappropriazione della narrativa su loro stessi, sui loro corpi, sulle loro origini, ma anche perché fino a poco tempo fa un bianco poteva interpretare un nero, una persona “normodotata” poteva interpretare una persona con disabilità, ma non viceversa. Una persona omosessuale non poteva interpretare sé stessa neanche fuori dal proprio ruolo e, infine, un continentale poteva (e può ancora) interpretare una persona sarda, ma è piuttosto difficile immaginare il contrario. Qual è il personaggio “sardo” più famoso in Italia? Nico, interpretato da Giovanni Storti, che ha fatto ridere per anni italiani e anche sardi.

Perché? E, soprattutto, perché lo accettiamo? Perché è la narrativa dominante, quella attraverso la quale ci vedono gli altri e abbiamo imparato a vederci anche noi. Perché “il sardo” è un personaggio, più che una persona, che si esprime con versi simpatici e incomprensibili, quali “Eja, ajò, porceddu, patagarru”. In Italia ci si è affrancati per sempre (si spera) dalla blackface (cioè, l’usanza di far interpretare ruoli di persone nere da parte di persone bianche, con trucco per simulare il colore della pelle, in origine a scopo macchiettistico e ridicolizzante) che veniva ancora usata fino a qualche anno fa nella televisione italiana. Ma, ad oggi, non si riesce a scacciare questa odiosa tendenza riguardante l’accento, che è identità delle persone, non una figurina che si può scambiare con un’altra. 

Non c’entrano nulla le abilità attoriali: arginare queste abitudini recitative non toglie nulla alla qualità delle produzioni, anzi, né limita gli artisti che possono esprimersi in questo modo in esercizi stilistici e in contesti più adeguati, magari in performance estemporanee, non certo in un lungometraggio. Persino Giovanni Storti ha dichiarato in una recente intervista che Nico “si è ritirato”. Sono personaggi anacronistici che oggi non trovano o meglio non dovrebbero trovare più spazio. Proprio come si sono evolute le scenografie, gli effetti speciali, i ritmi narrativi, dovrebbe evolversi anche la recitazione. 

Ho letto dei commenti entusiasti rispetto all’uscita de “La vita va così”, anche da parte di persone sarde. Ci si è espressi a difesa della scelta di Virginia Raffaele sostenendo che in Sardegna non ci sono attrici abbastanza conosciute per recitare in un film del genere e non ce ne saranno mai, aggiungo io, se continueremo a far raccontare le storie sarde agli altri. In ogni caso ipotizzo che tali attrici non siano state neanche cercate, infatti il ruolo di Ovidio Marras è stato assegnato all’esordiente Ignazio Mulas. Perché? Ma perché un attore non sardo, con una cadenza forzata, sarebbe stato poco credibile in quanto protagonista. Così come lo è Virginia Raffaele, nonostante dal trailer si evinca che la sua interpretazione voglia essere bilanciata, non caricaturale. 

Il film deve vendere, quindi sono ammessi solo attori famosi e, apparentemente, un cameo di Geppi Cucciari, attualmente unico volto sardo conosciuto al paese assieme ad Alessia Orro. Se fosse interessato realmente raccontare una parte della storia e delle problematiche contemporanee della Sardegna, lo si sarebbe fatto valorizzando la comunità sarda, a partire dagli interpreti. Ma probabilmente si è deciso di prendere in prestito una storia originale, di resistenza viscerale, di luoghi remoti e di italianizzarla quel tanto che basta da renderla appetibile al palato della penisola, per farci dei bei soldini. Avete presente la famosa appropriazione culturale? Non è altro che questa: un furto identitario è tale anche quando avviene nei confini di uno stesso Stato. Se una storia sarda, per quanto validissima sulla carta, ha bisogno di un’ambasciata non sarda per essere ascoltata, abbiamo un gravissimo problema. Ma non lo notiamo, perché l’isolamento ci impone la gratitudine per ogni briciola che ci viene lasciata.

Qualcuno sui social sottolineava che il film mica è solo per i sardi e che solo loro potranno accorgersi dell’accento finto dell’attrice e che, insomma, l’importante è la storia e che “almeno parlino di noi”. Allora mi chiedo: abbiamo bisogno che qualcuno parli di noi o che qualcuno ci ascolti? Se continuiamo ad accettare che siano gli altri a raccontarci a modo loro, a decidere per noi, possiamo comprendere perché questo film che parla di Sardegna non sia né sui sardi né per i sardi, ma per l’intrattenimento altrui. Come il nostro mare, che esiste solo tre mesi all’anno. 

Forse saranno solo le orecchie sarde ad accorgersi che qualcosa stona, ma ritengo che rafforzare il concetto che una persona non sarda possa imitare accento e lingua in un film, possa creare un precedente quantomeno fastidioso. Perché non è stato risolto un nodo cruciale: il rapporto tra colonizzatore e colonizzato, tra Stato italiano e Sardegna. Dal momento in cui c’è un rapporto di potere tra due realtà, che passa anche per la minorizzazione linguistica di un territorio periferico rispetto a uno centrale, chi detiene il potere narrativo (non Virginia Raffaele, ma il cinema e la cultura italiani) non può permettersi di appropriarsi di quella stessa lingua che ha affossato e ridicolizzato da che la Sardegna è diventata italiana. 

Non si può buttare un accento in bocca a un’attrice (comica, tra l’altro) da un giorno all’altro, come se quella stessa lingua fino a un secondo prima non fosse stata fonte di divertimento per il resto del paese. Come se non fosse una delle cadenze più prese in giro nella penisola. Come se per la cultura italiana quella stessa lingua non fosse e non sia spia dell’arretratezza e dell’ignoranza di un popolo. Non si potrà mai scorgere il confine tra imitazione e interpretazione, fintanto che questo rapporto di potere non cesserà. Per questo motivo può andar bene, se proprio vogliamo, che uno statunitense interpreti un personaggio simulando l’accento di un altro Stato all’interno degli USA, perché il rapporto fra quegli Stati è tutto sommato paritario: sarà chiaramente un’interpretazione attoriale e non un’imitazione. Questo concetto prescinde totalmente dalle buone intenzioni dell’attrice e dalla sua volontà (che non metto in dubbio) di fare un lavoro professionale e di interpretare una persona sarda piuttosto che imitarla. Il problema è che questo non può accadere quando il rapporto tra i territori, quindi tra culture, è sbilanciato.

Ipotizzo anche che questa scelta attoriale sia stata fatta per rendere la narrazione più scanzonata e divertente, in virtù del fatto che l’accento sardo viene percepito come buffo in continente e del fatto che l’umorismo caricaturale linguistico va ancora fortissimo in Italia. Il problema è che l’ultima volta che dei continentali si sono divertiti in tv con l’accento sardo è stato negli anni ’90 e le persone sarde fuorisede ne sentono ancora l’eco e che nell’immaginario italiano siamo rimasti fermi lì. Per questo motivo temo che l’imitazione dell’accento ruberà la scena alla storia. Forse sceneggiatori, regista e cast dovevano pensarci un po’ meglio. 

Alle persone sarde che si sono espresse positivamente al riguardo, chiedo se apprezzino anche l’artigianato “sardo” prodotto nei paesi dell’Asia e venduto a pochi euro nei negozietti di souvenir, perché è la stessa cosa. La stessa imitazione. Altro che Elisabetta Canalis con “la mia Liguria!”


Foto © Claudio Iannone

Cumpartzi • Condividi

2 commenti

  1. Premesso che: 1) condivido i presupposti di partenza dell’articolo e 2) non ho visto e non andrò a vedere il film; mi chiedo se abbia senso (per quanto capisca anche questo) impostare il discorso *solo* sul piano “culturalista” e dell’indignazione identitaria. Ripeto, condivido totalmente il punto di partenza, ma forse sarebbe anche utile tenere conto dei dati e affrontare la questione in maniera sistemica: tanto sul piano culturale quanto su quello materiale. Es.: come vengono assegnati i fondi per girare i film in Sardegna? Chi e come vince i bandi per la Sardegna Film Commission? Chi si muove per promuovere gli attori sardi nel panorama cinematografico regionale e nazionale?
    Poi, leggo: “un continentale poteva (e può ancora) interpretare una persona sarda, ma è piuttosto difficile immaginare il contrario.” Falso, basti pensare a Maria Carta in “Gesù di Nazareth” (Zeffirelli), o ai film con Nanni Loy, o per guardare all’attualità, a Jacopo Cullin che interpreta un carabiniere pugliese o che faceva “il continentale” nel film di Zucca. Certo, sono esempi non immediati (a parte Cullin), che però contano per un cultore di cinema (sardo e non) che magari legge questo articolo e vedendo questo dato distorto non ritiene credibile l’argomentazione di fondo.
    Io non mi offendo perché Virginia Raffaele fa il suo lavoro (recitare). È ridicolo pensare che Milani abbia fatto una scelta volutamente irrispettosa nei confronti dei sardi. Recitare un accento diverso dal proprio non è mica un’esclusiva dei film girati in sardegna. Nelle scelte di cast ci sono spesso ragioni contrattuali. Di attori che recitano con accento altrui ce ne sono a bizzeffe: Lo Cascio fa l’accento romagnolo (Delta), Cullin e Ranieri che fanno quello pugliese (Lolita Lobosco), Mastandrea, Germano, Accorsi, Favino, hanno tutti fatto accenti diversi dal proprio.
    Poi certo, il problema resta perché sul sardo gravano anni di rappresentazioni (anche televisive) stereotipate e macchiettistiche il più delle volte degradanti.
    Ma se dovessi indignarmi per qualcosa, rispetto a questo film, non è tanto la scelta attoriale, ma la narrazione problematica dei pastori sardi “cocciuti” e orgogliosi che difendono il territorio, perpetuando così lo stereotipo primitivista dei sardi legati a una civiltà arcaica incompatibile con la modernità. Una narrazione che cozza con una realtà ben diversa: immobilismo politico regionale e concessioni sconsiderate a enti danarosi che creano profitto solo per loro, ma non viene reinvestito nelle risorse della regione. Questioni che un pastore, da solo, ahimè non può affrontare.
    Se i problemi culturali e materiali sono fondamentali, perché poi il tasso affluenza quando c’è da votare fa abbastanza piangere? Di cosa ci lamentiamo se non siamo in grado di scegliere i nostri rappresentanti, che magari potrebbero far qualcosa anche su questioni cinematografiche e investire su rappresentazioni artistiche della Sardegna credibili e dignitose a livello nazionale?

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