2026, l’Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori

Siamo vicini all’anno che le Nazioni Unite hanno scelto come Anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori. Evidentemente Milani, come tanti altri artisti e autori, ha avuto la sensibilità di cogliere l’importanza del tema. La necessità che però non avevamo era quella dello storytelling usato per la promozione del film, come anche già evidenziato negli interventi di Andrìa Pili e Federica Marrocu.
Sul film La vita va così sospendo il giudizio: ne parleremo quando uscirà. Ma la campagna di Medusa Film parla già da sé: il pastore che “non ha mai preso l’aereo, mai visto Milano, entrato in acqua dopo 50 anni (nemmeno in mare!)”; la foto di Abatantuono che gli tocca il volto in un gesto paternalistico, nello stile visivo un rapido richiamo all’immaginario coloniale dell’archivio fotografico dell’Istituto Luce.
È la costruzione dell’alterità: l’altro ingenuo, esotico, ridotto a folklore da consumare. Gramsci ci ricordava che il folklore non è innocente, ma una rappresentazione “imposta dall’alto”, che mantiene i subalterni in posizione marginale. Era successo in parte anche nel documentario sul grande Gigi Riva, in cui anche là, non si è resistito alla tentazione di usare i simboli della nostra tradizione, in un contesto in cui forse non era necessario.
Ma non è solo una vicenda sarda. Lo stesso Abatantuono fu criticato in Veneto per il film “Cose dell’altro mondo”: segno che il problema riguarda tutte le periferie italiane, raramente autrici della propria voce. Gli stereotipi funzionano: fanno marketing, creano dibattito. E infatti siamo qui a parlarne. La questione non è Milani: la domanda è rivolta a noi.
Negli scorsi mesi ho coordinato due dibattiti sulle industrie culturali e creative in Sardegna e in Italia. Si parlava di modelli sostenibili che liberino l’arte dalla dipendenza dai soli finanziamenti pubblici. Ben vengano questi se rispondono a queste domande: quale ritorno economico, turistico o d’immagine ci aspettiamo da prodotti che ci raccontano sempre allo stesso modo? Perché premiamo grandi produzioni che potrebbero fare a meno del sostegno pubblico e non chi fa cinema, cultura, impresa ogni giorno senza avere strumenti di grande diffusione? Che reale coinvolgimento hanno avuto le maestranze locali in queste operazioni?
Lavorando con le nuove generazioni mi accorgo che spesso sono già lontane dalla nostra cultura e, non per colpa loro, hanno interiorizzato gli stereotipi. Cerco di portare loro i segni vivi e attuali della nostra identità. La storia di Ovidio Marras, ad esempio, parla di valori che i giovani sentono vicini: sostenibilità, legame con la terra, le stesse motivazioni che hanno alimentato fenomeni come il quiet quitting. Rivisitare la nostra cultura con i loro linguaggi è possibile.
Ma le domande vere sono: quando sarà il momento dei giovani autori, delle startup, dei ricercatori, delle imprese sociali? Come possiamo dire “qui è possibile” se siamo noi, come società e istituzioni, a non offrire vere opportunità? Dove sono i mentori? Perché cerchiamo solo freddi investitori, interessati al ritorno immediato più che a coltivare una nuova generazione di creativi?
Questa mia riflessione vorrebbe essere l’apertura di un dibattito sull’ecosistema culturale che in realtà è sempre sul tavolo. Non una critica al film, non è il mio mestiere.
Se anche una sola persona, vedendolo, rifletterà e non cederà la propria terra allo speculatore di turno o penserà prima di tutto ai valori che agli stereotipi, ben vengano le solite strategie di marketing. Ben vengano pure le passerelle di moda. Ma temo che, più realisticamente, assisteremo all’ennesimo boom turistico nei luoghi del set creando visibilità immediata e non lasciando effetti duraturi sull’industria creativa locale. Ai miei alunni l’anno scorso ho proposto il tema dell’overtourism; quest’anno, seguendo l’invito delle Nazioni Unite, parleremo di pascoli e pastorizia.

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