“La terra resta, i soldi volano”, Ovidio Marras ispira l’industria cinematografica

“La terra nostra è capricciosa signor giudice, se voi negate che Anna è la proprietaria, fate un torto non solo a lei, ma lo fate al vostro passato, rinnegate le vostre radici. Noi siamo sardi signor giudice e la nostra parola vale molto più di qualsiasi pezzo di carta e di tutti i soldi che ci possono offrire i forestieri”.
Sta per arrivare nei cinema il nuovo film di Riccardo Milani, “La vita va così”, che ricalca la storia di Ovidio Marras. Poco più di un anno fa è uscito “Anna” di Marco Amenta, da cui è tratta la frase ‘chiave’ in apertura di questo articolo, ispirato anch’esso alla figura del pastore che salvò dalla speculazione edilizia il promontorio di Capo Malfatano.
Con un titolo poco mirato, la pellicola non ha avuto la risonanza di pubblico che meritava, seppur pluripremiato ed esportato anche in Francia.
La storia di “Anna” nasce dall’intreccio tra le vicende di Marras e di una pastora nei pressi di Civitavecchia. Un film molto amato dai sardi e non solo. Un regista siciliano e uno sceneggiatore romano sono riusciti a comprendere, e mettere sullo schermo, un sentimento profondo come il legame dei sardi con la propria terra.
“Questo film si poteva fare solo in Sardegna – ha spiegato il regista – i valori, la caparbietà, l’estremismo del personaggio che viene da Ovidio Marras, sono puramente sardi. E poi “la parola data” cioè ciò che risolve il film, per me è molto importante, è l’antico onore siciliano, sardo, in senso positivo. Forse c’è una dimensione di valori arcaici che nelle isole si è mantenuto di più”.
Marras aveva 79 anni quando nel 2010 la Sitas (Società Iniziative Turistiche Sarde) decise di costruire un resort a Tuerredda e iniziò a comprare terreni dagli abitanti della zona promettendo posti di lavoro. Il pastore, però, non voleva lasciare la sua terra e rifiutò offerte da capogiro: “Sa terra abbarada, su dinai bolada” diceva Marras, “La terra resta, i soldi (anche se non hanno le ali), volano”. Mentre la Sitas iniziava a costruire in modo illecito sui suoi terreni, iniziò una battaglia legale in cui il pastore si inimicò buona parte della comunità che aspirava a una vita ritenuta più comoda. Nel 2016 Marras riuscì a vincere la causa contro i magnati del cemento grazie alla forza della “parola data”. Una vittoria straordinaria che fece il giro del mondo ispirando registi, scrittori e musicisti.
Abbiamo incontrato il regista Marco Amenta e la protagonista Rose Aste, fuori dalla Sardegna, in una sala piena di gente che, tra applausi e domande, ha trattenuto a lungo i due ospiti. In questo film, la Sardegna, l’amore per la propria terra e valori profondi, hanno toccato corde comuni che vanno oltre i confini geografici o culturali.
Il film è stato girato tra Capo Ferrato e Marceddì con tutti attori sardi.

Marco: Ci sono voluti mesi di preparazione. Mi sono trasferito a Cagliari e, tutti i giorni, senza la produzione, ma solo con Rose e gli altri due protagonisti, andavamo alla fattoria che ci hanno messo a disposizione prima delle riprese per abituarci alle sue dinamiche. Era importante per me, che il film non sembrasse falso o artificiale. Era fondamentale che Rose acquisisse i percorsi con le capre e imparasse a dar loro da mangiare. Infatti il pubblico mi chiede sempre se Rose fosse una vera pastora. Serve un’attitudine di base, ma il lavoro di recitazione è un’altra cosa.

Rose (applaudita a più riprese): Non è mai scontato sentire riconosciuto il proprio lavoro. Avevo già fatto una parte del film “L’agnello” di Mario Piredda, ma questa è la prima prova da protagonista. Ho iniziato nel 2015 e mi sono formata in Sardegna facendo tanto teatro. Per me è un enorme orgoglio, a livello identitario, aver interpretato una donna sarda, forte e che lotta.
Il dialetto stretto lo avete imparato o già lo parlavate?
Marco: Intanto il sardo è una lingua, non un dialetto. Nessuno degli attori è doppiato, sono tutti sardi. A volte il set si è bloccato per ore su come si pronunciava la U o la E su una parola perché ognuno aveva la sua variante anche minima. La lingua ha aggiunto tantissimo e ho insistito molto sul suo uso perché dà visceralità al racconto. Poi è una lingua antica, viene da lontano, è aspra come il personaggio, come la terra sarda. È stato fondamentale prendere attori locali per questo motivo. Se non ci si limita a quelli famosi, si può trovare tantissima gente brava ancora non conosciuta.
Rose: sono nata e cresciuta in Sardegna, ma a casa mia il sardo non si è mai effettivamente parlato. Mio padre è di Carloforte, una colonia genovese, mia madre era pugliese. Sono cresciuta con quella sonorità, specie con gli amici, ma non l’ho mai parlato fluentemente. Durante le riprese c’è stato un lavoro collettivo sulle battute vere e proprie e sui termini che potevano servire, ma temevo il giudizio in Sardegna: non lo avevo mai parlato nella vita, figuriamoci recitare. Invece anche da questo punto di vista ho avuto enormi soddisfazioni: ho vinto il premio Isola Cinema al Festival di Tavolara per la mia interpretazione e una delle motivazioni era l’uso naturale e puntuale della lingua.
Nel film c’è una storia di violenza sulla protagonista, è vera?
Marco: Nel film è inventata, ma nella realtà le storie di femminicidi e violenze sulle donne ne ascoltiamo troppe e ogni giorno. Sono due le storie da cui ha avuto origine il film. Una è quella di un anziano pastore sardo che ha fatto una battaglia legale, uguale ad Anna, contro un gruppo immobiliare; all’inizio con la complicità del Comune e degli organismi locali, hanno iniziato costruire pensando che quel vecchio sarebbe stato zitto, invece ha detto no e poi ha vinto la causa. Purtroppo non hanno distrutto le infrastrutture (nel film sono tutte ricostruzioni digitali), le ho viste quando ho incontrato Marras prima che morisse. Poi c’è una seconda storia vera. Avevo fatto un documentario su una pastora di Tolfa a nord di Roma che alleva le vacche maremmane allo stato brado. Ha ereditato la fattoria dal padre e sua madre vorrebbe farle cambiare mestiere, ma lei insiste nonostante la fatica e le difficoltà economiche. Mi colpì il suo rapporto quasi materno con gli animali e la terra. Quindi in fase di sceneggiatura abbiamo fatto una commistione fra le due storie, anche per congedare lo stereotipo del vecchio pastore sardo, inserendo una protagonista donna che ci avrebbe permesso di parlare anche di altro, come la storia della violenza.
Rose: Avrei tanto voluto incontrare Marras, ma non ho fatto in tempo. Un Davide contro Golia dei giorni nostri. Ci sono delle sue frasi che sono diventate iconiche e segnano una storia di resistenza potentissima. Quando ha vinto la causa gli hanno chiesto se fosse contento che poteva tenere la sua terra e lui ha risposto: “Ma non è la mia terra. La terra è di tutti”. Nel film, la scelta di creare una protagonista femminile dà sicuramente spunti drammaturgici, ma penso anche che ci sia molto bisogno oggi di dare al pubblico dei personaggi femminili forti.
Secondo voi essere isolani, ha influito nella vostra formazione storico artistica?
Rose: Inevitabilmente crescere su un’isola porta a vivere in una realtà circoscritta, in una condizione di chiusura, per certi versi, nel fare rete con realtà esterne. Di contro, fare rete fra di noi è più semplice, c’è un forte senso di comunità, ci si sente in un nido sicuro. Lavorare a Roma, dove si fa tipicamente il cinema, ci porta in una realtà immensa, si allargano gli orizzonti, ma c’è molta più concorrenza, meno sostegno. Infatti il mio primo film da protagonista l’ho girato in Sardegna.
Marco: Le isole trasmettono un’appartenenza più forte, infatti quando si va all’estero diciamo sono siciliano, sono sardo, non italiano; e lo stesso vale per gli irlandesi, i cubani… Ci appartiene anche la diffidenza verso il continentale, lo straniero che è venuto a invadere. In Sardegna ancora più che in Sicilia, dove l’Invasore ha costruito centinaia di basi militari, compromettendo ambiente e salute. In Sicilia, c’è una resistenza, ma forse siamo più aperti perché abbiamo avuto tantissime onde di conquista quindi siamo una fusione di culture.
Alcuni dicono che hai raccontato la Sardegna meglio di altri registi locali
Marco: Mereu ha fatto film forti che raccontano la sardità molto bene. “Padre padrone” è un altro film bellissimo fatto da registi toscani. Io nasco come giornalista e fotoreporter, poi come documentarista. Questo mi ha insegnato a entrare in una situazione, viverla, percepirla, studiarla, osservarla tanto, per poi raccontarla. È quasi un lavoro da antropologo, rispetto al lavoro di finzione come può essere quella del regista che ha una sceneggiatura e crea una nuova realtà facendo recitare gli attori. Per “Anna” c’è stata una lunga preparazione e fa la differenza provare nei luoghi reali. Un po’ come nel Neorealismo italiano, lavori con la finzione immergendoti nella realtà. Spesso abbiamo cambiato delle scene perché provandole venivano innaturali, specie quelle con le capre o il formaggio. Gli attori sardi hanno fatto la differenza. Per esempio, nel film, il riferimento a una data legata allo scudetto del Cagliari, lo ha aggiunto un attore, non era in sceneggiatura.
Immagine di copertina, poster Anna
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..” Anna”, che sono andato a vedere con una certa dose di scetticismo, è invece un film bello ed emozionante, recitato benissimo da tutti, in special modo dalla sorprendente Rose Aste: spero in un suo passaggio televisivo perché merita davvero.