Le innocenti ammissioni di Comandini sulle firme

CAGLIARI – «Non è stata una bella risposta». La battuta di Piero Comandini, raccolta dall’Unione Sarda a proposito dello stallo della legge di iniziativa popolare Pratobello24, è rimbalzata come una scintilla nel dibattito politico regionale. Parole che, a prima lettura, suonano come un rimprovero alla Giunta, ma che lette con più attenzione rivelano un cortocircuito perché a pronunciarle non è un oppositore, ma l’uomo che – allora come oggi – siede ai vertici delle istituzioni regionali.
Comandini, va ricordato, è attualmente Presidente del Consiglio regionale ed era, all’epoca dell’“insabbiamento” della proposta, anche segretario del principale partito di maggioranza, il Partito Democratico. Da qui l’interrogativo, se davvero la risposta non è stata “bella”, a chi spetta la responsabilità? A un’entità astratta? O a chi guida quelle stesse istituzioni?
La questione non è un cavillo procedurale. Si parla di responsabilità politiche. O il PD sardo ammette un proprio fallimento – e con esso il suo leader – oppure è doveroso indicare chi, concretamente, avrebbe bloccato l’iter. Senza un chiarimento, la frase di Comandini rischia di restare poco più di un esercizio di autoassoluzione ovvero il classico espediente della politica che punta il dito contro un indistinto “governo regionale” per evitare di guardare allo specchio il proprio ruolo.
Eppure la legge Pratobello24, firmata da oltre 211 mila cittadini, è ancora formalmente in Consiglio e basterebbe inserirla all’ordine del giorno. Perché, allora, non farlo? Chi, se non la stessa maggioranza che Comandini rappresenta, detiene il potere di calendarizzare i lavori? Possibile che il primo partito di governo sia diventato un gigante senza nervi, incapace persino di fissare l’agenda dell’aula?
Se il presidente del Consiglio regionale non ha strumenti per incidere, il segnale sarebbe grave perché significherebbe una democrazia regionale commissariata, con istituzioni ridotte a pura scenografia. Se invece il potere c’è ma non viene esercitato, si tratterebbe di un calcolo politico:, criticare il proprio stesso governo per intercettare il malcontento popolare, continuando però a gestire – con la stessa macchina – il potere che si finge di combattere.
Un gioco antico. Ma i firmatari di Pratobello24 non sono spettatori ingenui e distinguono tra chi lotta per una reale sovranità energetica e chi, mentre applaude, tiene il freno a mano tirato.
Comandini ora ha due strade, ammettere l’errore e portare la legge in aula, o indicare chiaramente chi ha ostacolato il percorso. Diversamente, quella frase resterà soltanto un atto di finta indignazione: una carezza alla coscienza che rivela, più di qualunque documento, l’impotenza e l’ambiguità della politica di governo in Sardegna.
Immagine: dire.it















