Il rapporto Caritas toglie la maschera al circo Todde

C’è una Sardegna che esulta e un’altra che soffre.
Quella che esulta, mentre nelle piazze e sui social si da arie da sinistra radicale vicina ai dannati della terra, in aula si intesta bonus da 250mila euro a Consigliere regionale da elargire su segnalazione personale degli onorevoli (link all’articolo).
Per stare a galla i signori e le signore al potere raccontano di un’isola “in cima alla classifica nazionale”, che cresce “più della media italiana”, che “valorizza le proprie risorse” e costruisce “un futuro di innovazione e impresa”. È la Sardegna di Alessandra Todde che, con toni da trionfo imperiale, interpreta in maniera a dir poco ottimistica i dati del Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere che parlano di una crescita economica isolana del +3,74%.
Un risultato che ha portato l’establishment “progressista” a cantare vittoria e addirittura a presentare la Sardegna come un modello virtuoso da esportare. A «trainare questa crescita» – spiega l’ex vice ministra del governo Draghi – «sono in particolare l’agricoltura e il turismo, settori che continuano a rappresentare motori fondamentali dell’economia isolana, grazie anche alla qualità dei servizi e alla capacità di innovarsi» (fonte).
Se gli oligarchi battono le campane a martello per celebrare lavoro povero ed economia assistita, chi non ha nulla da festeggiare sono i sardi, quelli reali, quelli che faticano sempre di più ad arrivare a fine mese e che tirano la cinghia semplicemente per mettere insieme il pranzo con la cena.
Se usciamo fuori dalla bolla della propaganda dem e pentastellata la Sardegna reale è raccontata nel freddo e impietoso rapporto del Rapporto Caritas 2024, recentemente reso pubblico . Il Rapporto evidenzia un aumento della povertà relativa in Sardegna, che coinvolge circa 128.000 famiglie e un aumento delle richieste di aiuto totali. Il documento sottolinea inoltre la crescita del disagio socio-economico, con l’emergenza legata alla povertà materiale (soprattutto alimentare) e un preoccupante legame tra difficoltà economiche e salute mentale, come il preoccupante aumento della depressione.
I sardi sono diventati, in gran parte, un popolo che chiede pacchi alimentari e sostegni per pagare le bollette, altro che crescita record! Tra queste due narrazioni corre il solco profondo di un’isola coloniale, dove la “crescita” è misurata non dal benessere dei suoi abitanti ma dal profitto estratto da pochi, spesso portatori d’interesse e lobby a stretto contatto con le leve del comando politico.
L’economia che cresce senza la gente
Secondo il rapporto Tagliacarne-Unioncamere, nel 2024 la Sardegna ha registrato un aumento del valore aggiunto del +3,74%, contro il +2,14% della media italiana. Ma che cosa cresce, davvero?
Non il reddito delle famiglie, che cala in termini reali. Non l’occupazione stabile, sostituita dal lavoro nero e dal precariato stagionale. Non la natalità — i nati sardi sono ai minimi storici — né i servizi essenziali, ridotti al lumicino. Crescono invece i flussi turistici, i profitti delle grandi catene alberghiere, il business energetico eolico e fotovoltaico in mano a società straniere. Cresce l’export delle materie prime e delle risorse che vengono saccheggiate (il prossimo campanello d’allarme risulterà sempre di più il business delle terre rare), mentre i sardi emigrano in massa.
La “crescita” celebrata dalle elites è dunque la crescita coloniale: quella che misura l’espansione dei profitti dei padroni del territorio, non la qualità della vita della popolazione che lo abita.
La povertà come sistema
Questo non è un incidente. È il risultato logico di un modello di sviluppo fondato sull’estrazione — energetica, turistica, agricola — e sullo smantellamento dello Stato sociale e dell’idea stessa di Sardegna come popolo.
Nel 2025, secondo i dati Istat, il 17% dei sardi ha rinunciato a curarsi: non per scelta, ma per impossibilità economica. E mentre il governo regionale si compiace dei “dati macroeconomici”, la realtà quotidiana delle famiglie sarde è fatta di file ai centri Caritas, bollette non pagate, paesi e città sempre più vuoti e frigoriferi vuoti.
La fuga dei giovani e la desertificazione demografica
Intanto, la Sardegna continua a spopolarsi. I giovani emigrano — non per “cercare esperienze”, ma per sopravvivere. Le nascite crollano a livelli da dopoguerra, i paesi interni muoiono uno dopo l’altro, e persino nelle città la vitalità sociale si spegne.
Il mito della “Sardegna che innova” non riesce a nascondere la realtà di una terra svuotata, dove interi territori sono destinati alla speculazione energetica o al turismo stagionale e quindi sacrificati al lavoro popolo, quando non alla malavita organizzata.
Cosa c’è da rallegrarsi di un sistema basato sulla diseconomia coloniale e subalterna, che trae profitto dalla morte indotta di un popolo, da quello che in altri articoli ho definito “genocidio
bianco”, “sardicidio” e democidio”, con grande scandalo di parrucconi e pseudo-antagonisti.
Questa desertificazione non è casuale: è la condizione ottimale per la colonizzazione. Più il popolo è disperso, anziano e silenzioso, più facile è occupare le terre, espropriare, trivellare, cementificare, installare pale eoliche e pannelli fotovoltaici, intensificare ed estendere l’occupazione militare o adibire il territorio a discarica, senza resistenza.
La propaganda come arma coloniale
Il compito delle élite — oggi come ai tempi del colonialismo classico — è costruire la narrazione del progresso. Si parla di “crescita inclusiva”, di “valorizzazione dei territori”, di “transizione energetica”.
Ma dietro queste affascinanti parole si nasconde la stessa logica di sempre: appropriazione delle risorse e marginalizzazione del popolo.
È la lingua di quella che Aníbal Quijano ha chiamato colonialità del potere, ciò che trasforma lo sfruttamento in “sviluppo” e la sottomissione in “opportunità”, che perpetra il sistema coloniale anche in presenza di parità di diritti formali tra colonizzatori e colonizzati.
La presidente Todde e si suoi gregari possono celebrare la “Sardegna che cresce”, ma il loro è il linguaggio dei viceré che rispondono alla corona e non al popolo. È la retorica di chi descrive la prosperità dei dominatori come se fosse il bene comune.
Riprendersi la realtà
Non c’è “modello Sardegna” da esportare, ma un modello coloniale da smantellare.
Finché il potere economico e politico resterà nelle mani di questa classe trasversale viceregia e finché i sardi non avranno controllo sulle proprie risorse, ogni “crescita” sarà una menzogna, ogni percentuale sarà fumo negli occhi dei sardi.
Bisogna tornare a parlare di autogoverno, di sovranità economica e culturale, di mutualismo sociale se si vuole avere qualche speranza di rinnovamento.
Non serve un’altra statistica trionfale, ma una rivoluzione dei bisogni reali: lavoro dignitoso, sanità pubblica, istruzione diffusa e sardizzazione della scuola, opportunità per restare nella propria terra.
Il circo fa ridere i bambini, ma quando circa la metà della popolazione ha seri problemi di sopravvivenza, una grande parte della nazione è sotto minaccia speculativa, le culle restano vuote e gli elementari diritti politici e sociali vengono sacrificati, non abbiamo bisogno di pagliacci che ci fanno festeggiare ma di consapevolezza che ci porti ad alzarci in piedi!
Immagine tratta da: vedi articolo
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I dati macroeconomici sono da tempo o le statistiche dei potenti mentre chi sta sotto di loro è destinato a contemplare la magnificenza dei risultati che però non vede nella realtà.