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“Italiani, brava gente?” Lo storico Eric Gobetti a Cagliari per parlare di fascismi e Resistenze

Invitato dal Centro Studi per la Scuola Pubblica, lo storico e scrittore Eric Gobetti ha incontrato un pubblico numeroso nell’aula magna dell’Istituto Professionale Pertini a Cagliari.

Il titolo dell’incontro: “Italiani brava gente? Mito e realtà dell’esercito italiano dal Ventennio fascista ad oggi”.

Gobetti, storico freelance ed esperto delle vicende della Jugoslavia del XX secolo, si occupa di Seconda Guerra Mondiale ed è autore di documentari e opere di divulgazione. Con il suo libro “E allora le foibe?” si è attirato odio e minacce dalla compagine neofascista, accusato di “negazionismo” per aver ribaltato la mistificazione narrativa costruita attorno all’esodo e alle foibe. Non per proporre “un’altra verità precostituita”, come lui stesso sottolinea, ma per “riportare la vicenda al suo dato di realtà”.

Lo storico ha ripercorso la narrazione ideologica che ha preso la forma di commemorazioni pubbliche e di prodotti culturali che protraggono tale mistificazione, con una politica della memoria che è disposta a confliggere con la realtà storica, a manipolarla.

Con il solo risultato di aver ostacolato la maturazione della coscienza collettiva.

L’immaginario sul passato è frutto di politiche che lo costruiscono, attraverso una narrazione che si autoalimenta e diventa parte dell’identità nazionale italiana.

“Italiani, brava gente”: molto più di un semplice mito da sfatare

Tra rimossi storici e propaganda, il rapporto tra Italia fascista e Italia repubblicana è caratterizzato da una continuità che ha plasmato la società e l’identità dello stato-nazione italiano. Tale continuità, secondo Gobetti, ha fatto parte del processo di nation-building di uno stato -quello italiano- frutto dell’unificazione di un territorio fortemente diversificato, perennemente impegnato nel tentativo di cercare una propria fisionomia, che però risolve questa tensione solo nel centralismo e nell’imposizione di una logica nazionalista. Una logica che non integra le differenze come ricchezza, ma le tratta come minaccia a un’unità da difendere, non si è mai capito bene da chi.

Cosa significa per Eric Gobetti smontare il mito degli “italiani, brava gente”? Sicuramente l’esito della disamina storica non può essere quello di dimostrare che esistono popoli buoni e popoli cattivi, giacché questa sarebbe un’idea razzista da rigettare con forza. Il punto d’arrivo, spiega Gobetti, è ragionare collettivamente sul fatto che ogni popolo, ogni essere umano, in date circostanze, indotto e costretto entro un sistema fortemente gerarchico e militarizzato, condizionato da diversi fattori, può scegliere di compartecipare
alla perpetrazione di crimini orribili contro persone inermi.

C’è stata una responsabilità non solo ideologica, ma anche legata alla partecipazione attiva al processo di fascistizzazione della società di funzionari, giudici, magistrati, membri dell’apparato amministrativo, della polizia e dell’esercito. Un’élite politica, economica e militare che non solo non è mai stata richiamata alle sue responsabilità, ma che è stata reintegrata negli apparati dello stato, realizzando così la continuità tra regime e repubblica.

La mancanza di procedimenti giudiziari volti a condannare globalmente i fascisti ha impedito l’avvio di un processo di elaborazione collettiva che permettesse di prendere coscienza della responsabilità sociale, della complicità generalizzata che permise al fascismo di operare. Si va oltre quindi la presa di coscienza del fatto che un’altissima percentuale di maschi adulti ha partecipato in prima persona: parliamo della rimozione della gravità dei crimini di guerra commessi dagli italiani in epoca fascista. L’esercito italiano è stato oggetto di una narrazione consolatoria, come se i militari italiani “in confronto ad altri” tutto sommato si siano comportati bene perché espressione di un popolo mite.

Il mito degli “italiani, brava gente” è stato un costrutto bipartisan, cui hanno contribuito tutte le forze politiche. Per ragioni elettorali, per la volontà di andare avanti, per esigenze economiche e sociali di pacificazione, per il fatto che l’orientamento della classe dirigente dell’epoca e gli alleati abbia preso una direzione marcatamente anticomunista: alla fine gli italiani sono stati dipinti come vittime del loro stesso regime, assolti da ogni responsabilità collettiva.

È vero: molte delle persone coinvolte sono state banali carnefici e al tempo stesso anch’esse vittime. A maggior ragione la condanna pubblica, la riprova sociale avrebbe contribuito alla coscientizzazione della società, con la conseguente doverosa presa di distanza.

Il problema è che questa rimozione è proseguita ed è diventata un metodo, un’idea radicata tanto che il regime fascista ha iniziato a essere veicolato dai mass media come una dittatura non troppo repressiva e criminale.

La mentalità fascista


Per Gobetti i pilastri del metodo dei fascismi sono elementi ricorrenti: il militarismo e l’irregimentazione della società; il colonialismo; la violenza come valore in sé; il razzismo, l’idea di una presunta superiorità che giustifica ogni forma di prevaricazione; il sessismo, l’insieme dei costrutti patriarcali che danno origine al mito del maschio guerriero, virile, pilastro di una società divisa in ruoli rigidamente costituiti e legati alla perpetuazione dei valori nazionalisti.

Valori che hanno plasmato una cultura della guerra: il filo conduttore del ventennio fascista è stato depredare risorse e asservire altre popolazioni. Ogni reazione è stata repressa con metodi anch’essi ricorrenti nei fascismi di ieri e di oggi. Il modello è sempre repressivo, ciò che cambia è l’intensità della violenza con cui viene perseguito.
Cambia anche la tipologia di consenso cercata localmente, dalla collaborazione militare a quella politica.

Gobetti sostiene che i nazionalismi si muovono similmente, condividono le stesse logiche e non di rado i fascismi li hanno sostenuti.

Una riflessione che forse vale la pena ampliare e incorporare nella lotta per l’autodeterminazione: l’opposizione ad ogni forma di colonialismo non dovrebbe prescindere dalla decostruzione del concetto stesso di nazione, prendendo le distanze dalle pratiche violente del nazionalismo, perché -per citare Audre Lorde- “gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone”.

Al tempo stesso sembra urgente e necessario chiedersi se la continuità di mentalità, metodi e pratiche sia rilevabile anche nella gestione interna del territorio dello Stato italiano.

Per quale motivo dovremmo pensare che quella cultura così pervasiva, quel modello colonialista, finalizzato a depredare le risorse, ad annichilire e asservire le altre popolazioni sulla base di una concezione razzista della presunta supremazia bianca e del costrutto culturale dell’italianità, l’Italia lo avrebbe utilizzato solo esternamente e non anche internamente, con differenze nell’intensità della violenza attraverso cui viene perpetrato?

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