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28 novembre: uno sciopero contro il sardicidio

Il 28 novembre non sarà un giorno qualunque. Sarà una data che, con ogni probabilità, ricorderemo: il giorno in cui lo sciopero generale contro la finanziaria di guerra del governo Meloni ha incontrato — finalmente, apertamente — la sollevazione dei comitati sardi contro la speculazione energetica.
Due percorsi diversi, due storie diverse e non omologabili ma lo stesso nemico: un sistema che militarizza, saccheggia e impoverisce i subalterni sardi.

Per la prima volta, lavoratrici e lavoratori in lotta su scala statale cammineranno a fianco del popolo sardo che difende la propria terra. Non più mobilitazioni separate, non più vertenze isolate: una sola voce che dice basta.

La mobilitazione dei sindacati di base

Sempre più lavoratori si rendono conto che i sindacati cosiddetti “confederali” sono diventati ormai organismi pressoché inutili e di fatto collusi con il sistema di progressivo impoverimento di chi vive dal proprio salario. Lo sciopero generale del 28 novembre fa seguito agli altri dello scorso ottobre e novembre per la Palestina, ma questa volta è tarato sulla contrarietà alla Legge di Bilancio che porta la società sempre più dentro un’economia di guerra.
Mentre salari e pensioni non reggono più l’inflazione e la sanità pubblica cade a pezzi, il governo Meloni aumenta la spesa militare, investe in armamenti, sostiene i programmi NATO e china la testa davanti ai diktat statunitensi che di fatto scaricano sull’Europa tutti i costi della guerra in Ucraina e le tensioni imperialiste aperte da gli USA e il resto del mondo.

Gli apripista della mobilitazione in Sardegna sono i sindacalisti della USB che ha convocavo una manifestazione a Cagliari, in occasione dello sciopero generale.

La Sardegna che si ribella al nuovo colonialismo “verde”

Ma in Sardegna questo sciopero assume un significato ulteriore.

Infatti il decreto legge sulle aree idonee, pubblicato lo scorso 22 novembre in Gazzetta Ufficiale, sancisce ciò che i comitati denunciano da tempo: la completa estromissione della Sardegna dalla cosiddetta “transizione energetica” e l’inutilità della legge 20 varata dal Consiglio Regionale. 

Il fatto è che il ceto politico che governa la Regione ha rifiutato di fare leva sulla voce popolare di un intero popolo, su quella marea di firme a sostegno della legge di iniziativa popolare Pratobello 24 e sul vastissimo movimento che ha accompagnato la raccolta. 

Data la freddezza con cui il ceto politico che guida la Regione Autonoma ha accolto la mobilitazione generale del popolo sardo, appare goffo, fuori tempo e persino patetico il tentativo della governatrice Alessandra Todde di chiamare i sardi alle barricate contro quello che ha definito una «violazione del principio di leale collaborazione» tra Stato e Regione. 

È evidente che i comitati contro la speculazione stanno cercando di sfondare la parete di quella che Gramsci chiamava “lotta economico-corporativa” e di unire le diverse vertenze dell’isola, in un’unica grande mobilitazione popolare antigovernativa, sia sul piano statale che su quello regionale. 

L’intuizione è più che buona, soprattutto se si tiene conto della reale saldatura tra economia di guerra e colonizzazione energetica, perché qui il problema non è solo la guerra lontana, ma la guerra in casa: la speculazione energetica che sta trasformando l’isola in una colonia energetico-militare.

I comitati  riuniti sotto la rete Pratobello24 hanno scelto il 28 novembre come inizio di una stagione di lotta che punta esplicitamente a costruire un fronte sardo e a costruire una manifestazione unitaria dei sardi che vogliono ribellarsi al presente sistema neocoloniale. I punti sono pochi ma individuati tra le priorità per chiamare i sardi ad una vera e propria mobilitazione nazionale contro le politiche di sfruttamento decise dallo Stato e veicolate dalla Regione: una mobilitazione che rifiuta l’eolico e il fotovoltaico selvaggi piazzati senza consultare le comunità, che si oppone al nuovo business delle terre rare, che si oppone alla militarizzazione e alla presenza di basi, poligoni militari e fabbriche d’armi e che rivendica con forza il diritto alla salute che i governi di “destra” e di “sinistra” hanno sistematicamente ridotto.

Il loro messaggio è semplice e potente:
“Basta sardicidio. È ora che il popolo sardo si riprenda terra, diritti e dignità.”

La scuola sarda entra in campo

A rendere questo 28 novembre ancora più significativo è la partecipazione dei COBAS Scuola Sardegna, che non solo scioperano contro la proposta di legge di bilancio e l’ultimo CCNL Scuola che prevede aumenti assolutamente inadeguati a fronteggiare il costo della vita, ma si schierano apertamente contro il dimensionamento scolastico che sta di fatto negando il diritto allo studio dei giovani sardi e per una legge sarda sulla scuola che tuteli l’insegnamento della lingua e della storia sarda. 

Il sindacato sardo della scuola prende anche posizione per l’immissione in ruolo di tutti i precari che hanno tre anni di servizio e per l’abrogazione dell’obbligatorietà dei PCTO che spesso nella nostra terra si traduce in umilianti attività addirittura presso strutture dell’esercito.  A preoccupare i sindacalisti è anche la legge n. 80 del 9 giugno 2025 (ex DDL n. 1660), che «mina la libertà di espressione con una stretta repressiva che incide gravemente sul diritto di manifestare».

Insomma, come si capisce, uno sciopero a tutto tondo che acquista una natura politica e culturale ben precisa e che finalmente si traduce in una mobilitazione di carattere sardista e popolare, intrecciando il no alla guerra, il no alla speculazione energetica e tutte le classiche (e croniche) vertenze che vanno a determinare la questione nazionale sarda. 

Che le cose stiano così è dimostrato dal fatto che nello stesso comunicato dei Cobas Scuola Sardegna ci sia una chiara posizione contro «le norme coloniali che consentono la speculazione energetica e per una vera autodeterminazione delle risorse energetiche da parte dei territori»

Un fronte unito?

Quello che accade il 28 novembre è questo: le lotte contro l’economia di guerra e quelle contro la devastazione della Sardegna si riconoscono come due battaglie della stessa mobilitazione.
Oggi diventa chiaro a tutti ciò che gli anticolonialisti sardi ripetono da anni: la militarizzazione dell’isola, la speculazione energetica e la precarizzazione del lavoro non sono fenomeni separati, ma parti dello stesso disegno neocoloniale.

A Cagliari, l’appuntamento è il 28 novembre alle 9:30 in Piazza del Carmine.
È lì che si misurerà l’efficacia dell’alleanza popolare tra studenti, insegnanti, comitati, lavoratori, agricoltori, cittadini che per anni hanno combattuto battaglie parallele e che oggi decidono di farle convergere.

Il 28 novembre può aprire una stagione nuova e costruire una terza posizione che sottragga i sardi dal pendolo che oscilla tra la “sinistra” cosmopolita sul piano dei diritti civili ma nazionalista e centralista sul piano del rapporto con le colonie interne, guerrafondaia e neocoloniale che fa capo al “campo largo” e la destra  sovranista (o pseudo tale), altrettanto guerrafondaia e neocoloniale e dal piglio repressivo e autoritario che fa capo ai post missini, ai post berlusconiani e agli ex padanisti convertitisi in ultraconservatori reazionari.


Copertina: Cobas Scuola

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