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Questione aree idonee e subalternità: il nodo storico nascosto

Con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, pochi giorni fa, del Decreto-legge n. 175, il Governo Meloni interviene di nuovo pesantemente in materia di produzione energetica da fonti rinnovabili (FER) e di ubicazione dei relativi impianti industriali. Stiamo parlando delle famigerate “aree idonee” su cui, a livello di Regione Autonoma Sardegna, ha già legiferato la L.R. 20/2024. Come si sa, siamo in attesa della pronuncia in merito da parte della Corte Costituzionale, su ricorso del Governo centrale. Eppure lo stesso Governo centrale, incurante di questa circostanza così come delle procedure previste in materia, rilancia la palla in avanti.

Sulla questione è intervenuto su FB Tonino Dessì, già assessore all’ambiente nella giunta Soru (fino al 2006) e certamente persona competente. Dopo aver stigmatizzato la postura centralista di questo provvedimento e gli evidenti problemi di contenuti e di metodo, Dessì si pone alcune domande:

I decreti-legge vanno convertiti in legge dal Parlamento. Stavolta le forze politiche resteranno distratte e inerti, o daranno battaglia con emendamenti?
Quelle sarde di maggioranza e di minoranza avranno la capacità di sensibilizzare e orientare le rappresentanze parlamentari dei rispettivi partiti di riferimento?
Resta impregiudicata poi la via dell’impugnazione regionale davanti alla Corte Costituzionale della nuova normativa statale. 
Ma ancora: siamo nelle condizioni di adottare il Piano paesaggistico esteso all’intero territorio regionale previsto originariamente dalla l.r. n. 5/2024 (la cui “moratoria” ope legis è stata annullata dalla Corte), che, anche dopo una rapidissima scorsa delle nuove norme statali, a me parrebbe poter notevolmente contenere l’incontrollata installazione degli impianti? 

Domande lecite e giustificate. Dessì è da sempre molto critico verso la proposta di legge di iniziativa popolare meglio nota come Pratobello24, i cui sostenitori etichetta come “pratobellisti”. Tuttavia, mi pare che anch’egli individui nell’applicazione della legislazione regionale in materia paesaggistica uno strumento tecnico-giuridico e di pressione politica adatto a confrontarsi con lo Stato centrale.

In un post successivo, lamenta però la sostanziale inerzia della politica sarda – in senso ampio – davanti a questa accelerazione centralista del Governo Meloni (“Politica muta, movimenti muti, silenti persino i “pratobellisti”.”).

Ora, che i movimenti siano muti è vero in senso stretto – dato che non risultano al momento prese di posizione specifiche – ma questo appunto fa torto al lavoro che i comitati, anche in questo periodo di apparente smobilitazione, stanno svolgendo. Se le cronache dei media principali non ne danno conto, è per una loro responsabilità (dei mass media), non certo per la mancanza di iniziativa dei comitati. Senza considerare i problemi pratici e organizzativi che una mobilitazione come questa, soprattutto se così prolungata, si porta appresso per sua stessa natura.

In realtà, qualche intervento politico c’è stato, sia dall’area del campolargo sia dal centrosinistra. Si tratta però o di schermaglie banali e fini a se stess tra i due poli dominanti, o di prese di posizione inutili, dallo spessore sotto il minimo sindacale. Secondo quanto riportato dall’Unione Sarda, il deputato di Fratelli d’Italia Francesco Mura sollecita la giunta Todde a rilanciare il conflitto col Governo (di cui il partito di Mura è principale protagonista), sfruttando la partita della legge sull’autonomia differenziata. Cosa che, fuori dalla retorica di schieramento (italiano) e collocata dentro un discorso più approfondito, potrebbe anche avere senso. In questo caso ne ha davvero poco. Dalla parte opposta, Francesca Ghirra (Alleanza Verdi Sinistra), sempre chiamata in causa dall’Unione, dichiara che la RAS dovrebbe “riappropriarsi delle sue competenze”. Lo dice a margine della riunione della Commissione che sta discutendo della nuova legge statutaria sarda (partita condotta dalla giunta Todde in modi largamente discutibili, come a suo tempo abbiamo segnalato qui).

È senz’altro rilevante che da più parti, dentro e fuori il circolo ristretto della politica di Palazzo, si evidenzi il nodo decisivo della questione, ossia la relazione asimmetrica e sbilanciata tra Stato centrale e Sardegna. Quel che però manca in tutti questi interventi è la reale presa in carico del problema nella sua reale consistenza. Non si tratta infatti di un elemento contingente della battaglia politica minuta e nemmeno di una caratteristica specifica della questione “transizione energetica”. Si tratta invece di un fattore storico, strutturale, di lunga durata, connaturato al rapporto politico tra Italia e Sardegna così come si è articolato in questi due secoli. 

Scoprire questo problema occasionalmente, come se emergesse in quel momento per la prima volta, e usarlo in termini retorici, a seconda delle circostanze, come strumento di banale confronto politico tra gruppi dominanti, non aiuta non dico a risolverlo e nemmeno ad affrontarlo, ma neanche a far maturare una coscienza diffusa, un senso comune, sulla questione.

Invece è proprio questo che ci espone inermi, in modo drammatico, a tutti gli eventi, a tutte le scelte calate dall’alto e da fuori, a ogni forma di aggressione estrattivista, di cui il nostro tempo è costellato.

Rimuovere il nucleo solido della questione sarda ha da sempre l’effetto di lasciare irrisolti tutti i nostri problemi di fondo, spesso negli stessi termini a distanza di anni, di generazione in generazione. Come se i trasporti, la scuola, le scelte strategiche in materia produttiva, l’energia, la sanità, lo sfruttamento del territorio, la minorizzazione culturale e linguistica ecc. fossero compartimenti stagni, ognuno da affrontare in termini di emergenza momentanea e uno separato dall’altro.

Non è così, e non è così per evidenti ragioni di fondo. L’appartenenza allo stato italiano come sua porzione periferica, situata letteralmente altrove, marginale e di poco peso demografico, per giunta classificata come *povera e arretrata per sua natura*, abitata da una popolazione renitente alla civilizzazione, barbarica, fuori dalla storia, è una condanna alla subalternità e alla dipendenza da cui non ci si libera negando la natura e la portata di questa relazione. Tuttavia, il nostro ceto medio (semi) istruito, la nostra classe dirigente, anche nei suoi quadri intermedi, la nostra classe politica e amministrativa e la nostra stessa intellettualità (in senso largo) di nulla hanno più paura che di questo: mettere in discussione radicalmente il rapporto tra Sardegna e Italia. Non certo per motivazioni nazionaliste, identitarie, revansciste, bensì sul piano obiettivo dei rapporti di forza, del conflitto – palese – tra interessi generali e strategici e su quello dei diritti civili e umani, quindi dentro una prospettiva di conquista democratica mai fin qui realmente realizzata e in gran parte nemmeno avviata.

Il richiamo alle forme giuridiche, alle procedure previste dalle norme e alla prassi istituzionale ha senso solo dentro una relazione non (così) sbilanciata e in una situazione di fatto che non sia l’esito di una lunghissima storia di subalternizzazione e di posture spesso di stampo coloniale da parte di una delle due parti in causa. L’appello a riappropriarsi di competenze statutarie, già deboli in partenza e per giunta mai fatte valere fino in fondo per decenni, sa di diversivo, o di riposizionamento di comodo, solo retorico appunto, per altro palesemente contraddetto, nella prassi ordinaria, dalle azioni concrete delle stesse persone che vi fanno ricorso.

Nessun problema attuale, per quanto costituisca apparentemente (e in certi termini anche nei fatti) un elemento emergenziale, può essere risolto in Sardegna solo in termini emergenziali e contingenti. Se non si parte dall’accettazione di questa verità concreta, non usciremo vivi – come collettività umana – da questo complicato frangente storico. 

La coscienza di questo nodo deve essere un patrimonio condiviso di tutte le persone che si occupino, a qualsiasi titolo, di politica nell’isola. Anche nella diversità delle posizioni. E deve essere ri-acquisita – con ben maggiore consapevolezza e chiarezza di idee – anche dentro lo stesso ambito eterogeneo che fa dell’autodeterminazione e/o dell’indipendenza statuale il proprio orizzonte strategico.

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