Il ciclone che non c’era: la gerarchia delle calamità

“Del Sud non frega niente a nessuno e non ci voleva un ciclone per accorgercene” dichiara Claudia Fazia, femminista siciliana, in un suo reel su Instagram, mentre da giorni si susseguono i commenti arrabbiati delle persone calabresi, sarde e siciliane ai (pochi) post sui social dei maggiori quotidiani italiani sul ciclone Harry. Il problema? Da una parte la scarsa copertura delle notizie e dall’altra la sfilza di commentatori di ulteriori zone d’Italia che canzonano i territori colpiti più o meno così: “Se costruite abusivamente, questo è quello che succede. In Calabria, Sardegna e in Sicilia non si sanno fare le cose e quando succedono le disgrazie, causate da voi stessi, sapete solo lamentarvi. Noi altri ci siamo rimboccati le maniche quando c’era da risollevarci. Voi perdete tempo: non starete mica aspettando i soldi pubblici?”
Racconta ancora Fauzia di come Giovanni Giolitti, al tempo Presidente del Consiglio, avesse liquidato il terremoto di Messina del 1908 come: “L’ennesima fastidiosa lamentela meridionale per il crollo di qualche comignolo”. Solo più tardi si sarebbe reso conto che la realtà superava di gran lunga le notizie che gli erano giunte: Messina e Reggio Calabria furono rase al suolo, decine di migliaia di persone morirono, le comunicazioni vennero interrotte e le infrastrutture crollarono. La catastrofe naturale venne aggravata dall’aver sottovalutato il problema. Ancora oggi guardiamo con sospetto ai territori fragili, ché sotto sotto i problemi se li creano da soli, anche quando si verifica un evento la cui rarità di incidenza è pari a una volta ogni cento anni.
Col ciclone Harry almeno i morti ce li siamo risparmiati: il sistema di allerta meteo ha funzionato, la Protezione Civile ha lavorato bene e i cittadini sono rimasti a casa dove è stato permesso. Tuttavia, parliamo di un fenomeno che ha colpito una vasta area dello Stato italiano e di miliardi di danni ancora da calcolare, mentre qualche turista già si preoccupa su dove andrà a farsi le vacanze la prossima estate, calabresi, siciliani e sardi lavorano anche per loro, nonostante non si vedano molti angeli del fango all’orizzonte per dare una mano.
Sui social influencer e artisti originari delle zone colpite iniziano a far notare un certo silenzio mediatico attorno alla tragedia che ha devastato le loro terre e io, che, come molti sardi, ho interiorizzato il non diritto alla lamentela, mi sono chiesta quanto e come si sia parlato del ciclone negli scorsi giorni. E a noi cosa interessa? Potrà chiedersi qualcuno… ebbene, penso che la priorità che si dà a una notizia rispecchi l’importanza che si dà a livello sociale, politico ed economico a quel fatto in un determinato territorio. Meno se ne parla e minore impatto avrà il problema anche nella programmazione politica: è un cane che si morde la coda, soprattutto nel caso del Meridione d’Italia che fa notizia solo se si parla di criminalità, di migliorie da apportare durante le campagne elettorali o di situazioni da sanare in emergenza e mai da curare nell’ordinario.
Dal 20 al 25 gennaio 2026 il Tg1 delle ore 20:00 ha parlato del Ciclone Harry ogni giorno – annunciando la notizia in apertura, ma in sesta posizione – dopo la Groenlandia, Trump, i dazi, il femminicidio Torzullo, la tragedia Crans-Montana, il Board of Peace, il Ddl stupri. Ogni giorno è stata l’ultima notizia importante (forse) annunciata appena prima di quelle di costume e arte. Il 23 gennaio se n’è parlato persino dopo il Docufilm su Amanda Knox. I servizi sono durati in media tra i due e i tre minuti, normalmente costruiti su una veloce conta dei danni da una zona all’altra e le testimonianze di qualche persona. Solo il 20 gennaio si è deciso di spiegare l’entità di questo fenomeno con un esperto che ne ha sottolineato la portata e il suo collegamento col cambiamento climatico.
Qualcuno potrà dire che se n’è parlato a sufficienza vista la cadenza quotidiana, ma forse non se n’è parlato sufficientemente bene, dato che centinaia di persone sono convinte che la causa dei danni sia il presunto abusivismo delle infrastrutture turistiche, commerciali e private dei territori interessati dalla calamità. Ed effettivamente dai pochi articoli postati dai giornali, dai video e dalle foto sembra che si sia costruito sul mare, ma la verità la racconta chi vive lì e ha visto l’acqua entrare nelle città, avanzare di 100 metri e sollevarsi di 16. L’Italia è un territorio con coste lunghissime, con un mare Mediterraneo non certo caratterizzato da cicloni, con paesi che convivono pacificamente con la realtà marittima da secoli. Qualcuno osserva piccato: “Criticate i lungomare, ma vi piace venire qua in vacanza e vi aspettate le passeggiate, le case e i ristoranti vista mare” o ancora: “Voi non costruite accanto ai fiumi?” Per volersi unito lo Stato italiano, fatto ancora prima che si facessero gli italiani, stranamente cede sempre sugli stessi pregiudizi.
“Ma magari” ho pensato ingenuamente “magari nei giornali la notizia è stata messa in apertura”. Dal 21 al 25 gennaio 2026 nella rassegna stampa che si trova online su Sky Tg24 trovate le prime pagine dei quotidiani La Repubblica, Corriere della sera, la Stampa, il Messaggero e il Sole 24 ore. Spunta il 22 gennaio sul Corriere una notiziola sui danni stimati in Sicilia per 500 milioni: fine. Ecco come quella rassegna riassume le notizie di rilievo riportate giorno per giorno:
21 Gennaio “Sulle prime pagine dei principali quotidiani italiani di oggi trova spazio lo scontro Macron-Trump. Il presidente Usa attacca il leader francese dopo la decisione di Parigi di sfilarsi dal consiglio di pace per Gaza, annunciando tariffe del 200% su vino e champagne francesi. Dura la replica del capo dell’Eliseo che da Davos accusa Trump di “bullismo” e di volere un’Europa “vassalla”. In primo piano anche il femminicidio di Federica Torzullo “massacrata a coltellate” dal marito.”
22 Gennaio “La Groenlandia con il dietrofront di Trump sui dazi ai Paesi dell’Ue e l’annuncio di un “accordo” con la Nato, il maltempo che ha flagellato il Sud Italia, gli sviluppi sulla questione Mercosur e su quella relativa al Board of Peace per Gaza. Mentre, per lo sport, i risultati delle italiane in Champions League ed il calciomercato. Questi i principali temi presenti sulle prime pagine dei quotidiani, oggi in edicola.”
23 Gennaio “Sulle prime pagine dei principali quotidiani nazionali troviamo l’attacco di Volodymy Zelensky all’Europa: “Divisa e persa, agisca”. Intanto, è previsto un primo trilaterale tra Ucraina, Usa e Russia. Spazio anche al nuovo testo della legge contro la violenza sulle donne, in cui è sparita la parola “consenso”: è scontro. Sulle prime pagine anche l’arresto di un bambino di 5 anni da parte dell’Ice a Minneapolis.”
24 Gennaio “In apertura dei giornali la scarcerazione (su cauzione) di Moretti, proprietario del bar Le Constellation, dove è avvenuta la strage di Capodanno di Crans-Montana. Ira del governo italiano. Esteri, patto Roma-Berlino su difesa, industria e migranti. Vertice negli Emirati tra Usa, Ucraina e Russia sulla guerra a Kiev: Mosca chiede il Donbass.”
25 Gennaio “In apertura dei giornali, la risposta di Meloni alle parole di Trump sull’Afghanistan: “L’amicizia merita rispetto, abbiamo avuto 53 caduti in 20 anni”. Crans-Montana, Moretti scarcerato su cauzione: Tajani richiama l’ambasciatore italiano in Svizzera. Usa, agente federale spara e uccide un 37enne: esplode la protesta a Minneapolis.”
Ricordate l’alluvione in Emilia-Romagna del 2023? Provate a controllare la stessa rassegna stampa più o meno dal 20 al 23 maggio dello stesso anno, dovrebbe essere sufficiente. Guardate: il punto non è mettersi in competizione né creare gerarchie del dolore, ma se non abbiamo neanche il diritto a esprimere le nostre “fastidiose lamentele da meridionali e isolani” perché siamo tacciati di prendere e pretendere sempre, di essere la zavorra di uno Stato, almeno che ci si permetta un termine di paragone e una giusta informazione sulle calamità naturali che ci colpiscono.
“Ma non ci sono stati morti” qualcuno ha voluto consolarsi così per il mancato spazio e rilievo dato alla situazione nei media italiani ed è vero che tra le cinque “s” del giornalismo sensazionalistico quella di “sangue” piaccia particolarmente al pubblico. Però credo sia meglio essere onesti con noi stessi, come ha fatto l’attivista genovese Bianca Maria Furci che si è resa conto (e ci ha scritto un post su Instagram invitando a decostruire l’antimeridionalismo della nostra società) che nel 2023 è partita volontaria per Cesena, organizzandosi in cinque ore, mentre questa volta non si è informata affatto su come aiutare. Il Sud è lontano, le isole ancora di più. Facciamo un gioco: immaginate se il ciclone Harry avesse colpito le regioni più ricche di questo Stato, riuscite a pensare a dei telegiornali che parlino dell’evento, nella sua rarità ed estensione, dopo il docufilm su Knox? Riuscite a pensare a dei giornali che non mettano la notizia in prima pagina?
Io lo so che in fondo sembra normale anche a noi che non si sia dato tutto questo rilievo a quanto accaduto. È un po’ come quando vi annunciano che quella persona lì, che conoscono tutti, con mille problemi e difficoltà è morta. Cosa ci si poteva aspettare da uno scapestrato del genere? Il contesto, la storia, la politica, la natura non importano mai a nessuno.
Mentre attendiamo la fine della calamità e poi quella della conta dei danni, che forse consegnerà alla storia la gravità o meno di quanto successo, e cerchiamo di capire quanti fondi verranno stanziati per l’emergenza e se le assicurazioni risarciranno o meno i privati, voglio riflettere sulle parole di Fauzia dette in quel reel di cui ho parlato all’inizio: “Io lo dico da anni e, purtroppo, il ciclone non c’entra. Nel senso che un evento estremo non crea la condizione semmai la rende visibile. Amplifica delle fragilità che però sono strutturali cioè dipendono dalle scelte politiche e dalle gerarchie che nel corso degli anni si sono consolidate. Per questo mio attivismo […] sono stata molte volte accusata di vittimismo, ma io in realtà non ho mai sentito il bisogno di rintracciare un nemico esterno, un responsabile unico su cui abbattere tutta la nostra rabbia.
Al contrario: ho sempre rintracciato le responsabilità di queste disuguaglianze anche nel Sud. Perché quando un problema è strutturale, la responsabilità non può che essere della struttura, delle gerarchie, delle decisioni politiche, della classe dirigente che la sostiene. Mio malgrado devo dire anche della società civile che molto spesso è inattiva e dormiente. È una lezione che ho trovato lucida già in Antonio Gramsci. La cosiddetta questione meridionale che oggi è in bocca a tutti non è un conflitto fra Nord e Sud, ma è un sistema di corresponsabilità fra il capitalismo settentrionale e le classi dirigenti, vale a dire i potenti del Sud Italia. Un’alleanza che ha prodotto subalternità e non sviluppo.
Che ha ridotto il Sud a un bacino di manodopera, a un serbatoio di voti, a un terreno di scambio politico ed economico. Per questo l’antimeridionalismo non è soltanto una discriminazione territoriale, ma è anche e soprattutto una questione di classe. Colpisce il Sud perché ha meno potere e meno strumenti per difendersi. Quando arriva l’emergenza, che a questo giro è climatica […] questo non fa altro che seguire una gerarchia che purtroppo è già scritta.”
Immagine: Pixabay















