Angioy a Sassari, 230 anni dopo

Come trasformare una data dimenticata in una celebrazione popolare e istituzionale
Il ritorno di Giovanni Maria Angioy nello spazio pubblico di Sassari, a 230 anni dal suo ingresso rivoluzionario (avvenuto precisamente il 28 febbraio del 1796) , non è un atto commemorativo. È un atto di rottura di un ordine egemonico imposto, almeno dalla lettura dello storico Giuseppe Manno che per primo bollò l’epopea rivoluzionaria sarda come una congiura di palazzo.
Perché la rimozione della stagione angioiana non è stata neutra. È stata parte integrante di un processo di disciplinamento culturale, attraverso cui la Sardegna è stata raccontata — e quindi pensata — come periferia passiva, incapace di produrre autonomamente progetto politico, ridotta a oggetto di amministrazione esterna e quindi a ordinato e pacificato bacino di sfruttamento.
Insomma la condizione della nostra attuale subalternità politica, culturale ed economica ha un’origine ben precisa: la sconfitta e la conseguente rimozione della Sarda Rivolutzione.
Decolonizzare la storia: rompere il racconto dominante
Il progetto “1796–2026. Tàtari tzitade rivolutzionària” si colloca esattamente su questa linea di frattura: decolonizzare il discorso storico facendo rientrare una rivoluzione tradita e rimossa dalla porta principale delle istituzioni, coinvolgendo e rendendo protagoniste associazioni e scuole e riuscendo ad ottenere il patrocinio dell’amministrazione pubblica, indipendentemente dal colore politico al suo governo.
Decolonizzare significa, innanzitutto, rompere il monopolio interpretativo che ha trasformato la Sarda Rivoluzione in una parentesi marginale o, peggio, in un errore della storia. Significa restituire centralità a un’esperienza che metteva in discussione non solo il feudalesimo, ma l’intero assetto di dominio coloniale imposto alla terra dei sardi da parte dello stato centrale.
Non si tratta di un’operazione accademica, anche se l’accademia – che rimane ai margini della necessaria rilettura storiografica – dovrà prima o poi essere coinvolta. È una battaglia innanzi tutto culturale e politica che deve essere insieme popolare e istituzionale.
Dalla memoria al programma
In questo senso, il valore dell’iniziativa sta nel suo carattere programmatico. Non è un evento isolato, ma l’abbozzo di una linea strategica di lunga durata. Non sono più sufficienti pur legittime e lodevoli iniziative culturali isolate, ma serve costruire un’infrastruttura culturale capace di incidere stabilmente e durevolmente nel discorso pubblico.
Questo fa Assemblea Natzionale Sarda a Cagliari con il progetto Sa Die, questo stiamo iniziando a fare a Sassari con il progetto Primavere Sarde e con le celebrazioni dei 230 anni dall’ingresso trionfale di Angioy in città.
Il fatto che il progetto sia completamente autofinanziato assume qui un significato preciso: sottrarsi alla dipendenza da dispositivi di finanziamento che spesso selezionano e neutralizzano i contenuti. L’autonomia materiale diventa condizione per l’indipendenza culturale e politica.
Ma il passaggio decisivo è un altro: trasformare una pratica sociale diffusa in riconoscimento istituzionale.
La presenza del sindaco di Sassari e il patrocinio della Città Metropolitana non devono essere letti come semplici atti formali, bensì come il risultato positivo di una lotta egemonica incominciata paradossalmente sotto la giunta Campus, un ex missino a capo di una coalizione civica.
Abbiamo iniziato con l’adozione di un’area verde collocata in prossimità del luogo dove un tempo sorgevano le forche del Carmine Vecchio, dove secondo gli studi Enrico Costa e poi di Piero Atzori vennero trucidati, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento, otto patrioti della Sarda Rivolutzione.
Poi venne la raccolta popolare per l’acquisto e la messa in posa del monumento ai rivoluzionari sardi, autorizzato dalla medesima Giunta Campus che partecipò all’inaugurazione attraverso il suo assessore all’ambiente Antonello Sassu.
Una scelta – quella di far parlare un esponente dell’amministrazione Campus, che non passò inosservata in certi ambienti dell’antagonismo turritano che avviarono contro il progetto una campagna di disinformazione e ostilità che dura tutt’oggi.
Ma le amministrazioni cadono, la rete popolare a sostegno del progetto resta e cresce.
L’attuale Giunta Mascia (di area politica campo largo) ha dimostrato di comprendere l’importanza che l’evento ha acquisito nel tempo e ha confermato di sostenere istituzionalmente l’evento, partecipando alle celebrazioni del 2025 e offrendo sostegno istituzionale per le celebrazioni dei 230 anni, partecipando al primo incontro con i ragazzi di diverse scuole coinvolte in occasione della visita didattica alla Sala Sciuti, lo scorso 23 gennaio.
Scuola e giovani: il terreno decisivo
Quello che i detrattori del progetto non comprendono è che se esiste un luogo in cui il colonialismo culturale si riproduce con maggiore efficacia, è la scuola e se vogliamo avere una possibilità di invertire la rotta, dobbiamo per forza di cose ripartire da qui. Ma bisogna farlo nel modo giusto, unendo il massimo del contenuto culturale con il massimo dell’etichetta e della trasversalità istituzionale. È dalla scuola che deve partire una contro offensiva civile, con proiezione verso lo spazio pubblico esterno, attraverso un fitto legame con associazioni e settori della società civile. Per questo motivo la centralità delle istituzioni scolastiche dentro questo progetto rappresenta un elemento strategico che rende le celebrazioni insieme popolari e istituzionali, attraverso una triangolazione di scuola, associazioni e istituzioni comunali e metropolitane.
Un esempio di come questo evento sia ormai diventato patrimonio trasversale di diverse realtà è dato dal ruolo ricoperto da un’associazione dinamica come Plastic Free che ogni anno, in collaborazione con Sa Domo de Totus, si prende cura del giardino dove sorge il monumento ai rivoluzionari sardi.
Non ricorro affatto ad una immagine romantica o a un’iperbole se affermo che la Sarda Rivolutzione a Sassari sta diventando un patrimonio condiviso della città che, come un albero, ha radici nel popolo e nella comunità e si innalza al cielo con ramificazioni istituzionali e legali. È esattamente quello che ci serve e ciò che dobbiamo fare se vogliamo che questo progetto diventi negli anni sempre più sentito.
Sa Die de sa Sardigna e le celebrazioni che ricordano l’entrata di Angioy in città devono diventare una festa laica che nessun potere istituzionale può rimuovere, un po’ come le feste religiose o il carnevale: radici popolari e legittimazione istituzionale.
Il coinvolgimento del Liceo Artistico Filippo Figari, dell’ITI Angioy, del Liceo Margherita di Castelvì e del Convitto Nazionale Canopoleno e la collaborazione organica con il Teatro S’Arza, l’associazione Sa Domo de Totus, Assemblea Natzionale Sarda, la delegazione sassarese del FAI e il Comitato Ambiente Sassari, non è un semplice ampliamento del pubblico. È la costruzione di un nuovo soggetto civico, dove ogni partner svolge una funzione precisa, collaborando orizzontalmente ad una rinascita culturale che trova la sua base nella riscoperta del progetto rivoluzionario di Angioy e compagni.
In questo progetto gli studenti non ricevono passivamente una memoria preconfezionata ma la riproducono e la rielaborano con il loro linguaggio artistico e culturale, attraverso una progettazione didattica strutturata che diventa programmazione triennale e bozza di rete fra scuole. Attraverso la ricerca, il confronto con gli storici, la pratica artistica, le giovani generazioni diventano parte attiva di un processo di riappropriazione. Il murale sulla facciata esterna del Liceo Figari, in questo senso, è solo la manifestazione visibile di un lavoro più profondo: la formazione di una coscienza storica non subalterna.
Una rete come embrione istituzionale
La rete di associazioni e scuole non è soltanto una somma di collaborazioni.
È, in potenza, un embrione istituzionale e popolare. Un laboratorio in cui si sperimentano forme di cooperazione tra soggetti diversi, capaci di produrre cultura, formazione e intervento pubblico fuori — e talvolta oltre — i canali tradizionalmente accettati.
Qui si intravede un passaggio fondamentale: la possibilità di costruire una sfera pubblica sarda autonoma, capace di definire priorità, linguaggi e simboli propri e di diventare sistema culturale e civile ufficiale.
Chi non ha capito questo passaggio – mi duole dirlo – è in ritardo con la storia e sta perdendo un’occasione importante per riportare al centro del discorso pubblico la Sarda Rivolutzione e il suo nucleo di attualità.
Sassari come spazio politico
La riappropriazione dello spazio urbano, con l’inaugurazione del murale “sa Sarda Rivolutzione” realizzato dai ragazzi del corso di pittura del liceo artistico in via Pompeo Calvia, proprio di fronte al monumento dedicato ai patrioti, assume allora un valore che va oltre l’evento. È un atto di riappropriazione simbolica e di creazione di uno spazio urbano di ricostruzione della memoria e dell’identità del nostro popolo.
Una città che riconosce in Angioy e nei rivoluzionari sardi non una figura del passato, ma un punto di tensione irrisolto valido per leggere il presente. Perché la questione posta nel 1796 — giustizia, fine dello sfruttamento, decolonizzazione, autodeterminazione — non è stata chiusa. È stata solo rimossa e oggi ritorna con il portato di tutta la sua attualità.
Un cantiere aperto
Questo progetto non esaurisce il suo significato nelle due giornate di iniziative. Al contrario, apre un cantiere di cui è difficile oggi prevedere gli sbocchi sociali e culturali.
Se vuole essere all’altezza della propria ambizione, deve diventare continuità: entrare stabilmente nei curricula scolastici, orientare le politiche culturali locali, produrre ricerca, linguaggi, immaginario e fare sistema.
In altre parole, deve farsi programma culturale, nazionale, istituzionale.
Perché decolonizzare la storia non significa solo riscrivere il passato o raccogliersi tra pochi intimi, in qualche locale politicizzato. Significa costruire le condizioni per pensare — e praticare — un futuro non subordinato facendo leva sulla massima capacità di espressione della società civile di oggi.
E, forse, 230 anni dopo, è proprio questo il senso più profondo del ritorno di Angioy a Sassari.
Il programma
È con orgoglio che presento ai lettori di S’Indipendente e a tutti i soci di Assemblea Natzionale Sarda il programma delle due giornate di celebrazioni per i 230 anni dall’entrata di Angioy a Sassari, lasciandovi con la promossa che quello che sembra un punto d’arrivo sarà solo l’inizio di un lungo percorso di ripristino della verità storica della nostra Rivolutzione:
Venerdì 27 febbraio 2026 si avranno due appuntamenti:
– ore 10.00
Incontro con gli studenti delle scuole coinvolte nel progetto
Aula Magna – Istituto Tecnico Industriale “G. M. Angioy”
Sassari, Via Pr.ssa Mafalda
– ore 17:00
Convegno aperto alla cittadinanza con:
Antonello Nasone (Istituto Camillo Bellieni)
Federico Francioni (storico)
Piero Atzori (saggista)
Adriana Valenti Sabouret (scrittrice)
Modera: prof.ssa Sara StrinnaAula Magna – Liceo Artistico F. Figari
Sassari, via Pompeo Calvia n. 6
Sabato 28 febbraio 2026
– ore 10:30
Presentazione del murale “Sa Sarda Rivolutzione 1796–2026”, con letture della Compagnia Teatro S’Arza.
Interverranno:
Il Sindaco di Sassari Giuseppe Mascia
Il Presidente di ANS Nicola Piu
Prof. Claudio Cupiraggi
Prof. Cristiano Sabino
I rappresentanti delle associazioni promotrici del progetto
Liceo Artistico F. Figari
Sassari, via Pompeo Calvia n. 6















