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La Sardegna che non si cura

La manifestazione del 7 marzo a Cagliari, promossa dal Coordinamento dei Comitati Sardi per la Sanità Pubblica, è stata l’ennesimo segnale di una crisi che in Sardegna non può più essere raccontata come una semplice difficoltà amministrativa.

La mobilitazione, che ha visto la partecipazione di centinaia di persone, nasce da problemi concreti: carenza di medici di medicina generale e pediatri, liste d’attesa sempre più lunghe, pronto soccorso sotto pressione, servizi territoriali inesistenti, ospedali in affanno e una costante migrazione sanitaria verso altre regioni.

Al termine del corteo una delegazione dei comitati è stata ricevuta in Consiglio Regionale, dove si è confrontata con la Presidente della Giunta, il Presidente del Consiglio e i Capigruppo.

La Presidente, e Assessora alla Sanità ad interim, Alessandra Todde, ha illustrato le misure avviate negli ultimi mesi e ribadito l’impegno a rafforzare la medicina territoriale e a dotare l’isola di un nuovo piano sanitario regionale. Ha riconosciuto che la crisi viene da “problemi e decisioni pluridecennali”.

Ma lei stessa ha ricordato che a fine 2024 mancavano 560 medici di base, oggi ne mancano ancora circa 500. Il passo è piccolo.

Il punto politico della manifestazione non sta soltanto nelle singole criticità, ma nella natura della crisi. La sanità sarda non è precipitata in questa situazione nel giro di pochi mesi o anni.

È il risultato di scelte stratificate nel corso di decenni. Riforme organizzative, accorpamenti, centralizzazioni, decentramenti e continui cambiamenti di governance che hanno progressivamente indebolito il rapporto tra territorio e servizi sanitari.

A complicare il quadro c’è una questione strutturale che viene affrontata raramente, la
nomina dei direttori generali delle Aziende Sanitarie Locali (ASL), che è un atto politico. Le recenti nomine e il conseguente caos che ha visto alcuni manager ricorrere al Consiglio di Stato lo dimostra.

Se la gestione del sistema sanitario passa attraverso logiche di appartenenza, è difficile immaginare che le decisioni vengano prese nell’interesse esclusivo dei cittadini.
A pagare il prezzo più alto di tutta questa situazione sono soprattutto le aree interne, dove la distanza geografica dagli ospedali, oltre che le difficoltà nei collegamenti, si è trasformata sempre più spesso in distanza reale dal diritto alla cura. Quando per una visita specialistica o un esame diagnostico si è costretti a percorrere centinaia di chilometri, il problema non è soltanto sanitario, diventa sociale.

A descrivere la portata di questa crisi bastano pochi numeri: 450.000 sardi non hanno un medico di base, e circa 320.000 persone — il 20% della popolazione — rinuncia a curarsi.
La sanità rappresenta la principale voce del bilancio regionale e lo Statuto attribuisce alla Sardegna potestà legislativa in materia di igiene e sanità pubblica.

Organizzazione, programmazione e funzionamento del sistema sanitario dipendono quindi in larga parte dalle scelte della Regione. Eppure il dibattito pubblico rimane intrappolato in uno schema ripetitivo. Ogni crisi viene attribuita alle giunte precedenti, mentre le soluzioni vengono rinviate a riforme future o a strumenti di programmazione ancora da definire.

Nel frattempo il sistema continua a perdere pezzi.

C’è poi il progressivo arretramento del servizio sanitario pubblico. Liste d’attesa sempre più lunghe, carenza di personale e difficoltà organizzative fanno sì che chi può si rivolge al privato, mentre chi non ha alternative rinuncia a curarsi. Il rischio è che la sanità pubblica perda la propria funzione universale, trasformandosi in un servizio residuale.

La manifestazione di Cagliari pone però anche una questione più profonda, che riguarda direttamente l’autogoverno della Sardegna. La sanità dell’isola continua a oscillare tra centralismo amministrativo, programmazioni incompiute e riforme organizzative che spesso inseguono modelli pensati per contesti completamente diversi dal nostro.

Il risultato è un sistema che fatica a rispondere alle esigenze di un territorio insulare molto vasto. In altre parole, la Sardegna continua a gestire la propria sanità come se fosse una regione qualsiasi della penisola italiana.

E finché la sanità sarda non verrà pensata davvero a partire dalla Sardegna, le riforme continueranno a cambiare le strutture, senza risolvere i problemi.

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