Subculture o cultura? Il caso Vogue senza fraintendimenti

Qualche giorno fa Vogue Italia e PhotoVogue hanno lanciato una open call per fotografe/i e videomaker intitolata Subcultures in Italy. Tra le immagini scelte per illustrare l’iniziativa, una fotografia dell’abito tradizionale di Desulo indossato da un modello in posa. Sui social è seguito un dibattito vivace, rispettoso e stimolante: i modelli di rappresentazione della Sardegna possono essere utilizzati per indicare le Subcultures italiane?

I malintesi, per essere tali, devono partire da un’incomprensione
Le risposte da parte di quotidiani e giornali non si sono fatte attendere: secondo alcune testate, il dibattito nasce da un equivoco terminologico: subcultura, in senso sociologico, non significa “cultura inferiore”. Queste obiezioni non sono infondate, ma rispondono davvero alle questioni poste dalle tante sarde e sardi che hanno storto il naso alla vista di questa parola?
In sociologia e in antropologia, subcultura è un termine tecnico privo di connotazioni legate alla gerarchia sociale. Indica un sistema di valori, linguaggi e comportamenti che contraddistingue un gruppo all’interno di una collettività più ampia. Da una parte c’è l’egemonia culturale e dall’altra il sovvertimento del canone, una visione applicabile all’opera fotografica di Porru, che ritrae non una semplice foto di un abito tradizionale, ma un modello, uomo, col volto coperto, che solleva la gonna in un gesto corporeo elementare, sottratto a qualsiasi solennità rituale che in Sardegna oggi circonda il costume tradizionale, indossato quasi esclusivamente in occasioni codificate: feste, processioni, cerimonie.
Che “subcultura” non equivalga a “sottocultura” nel senso deteriore è corretto. Ma la correttezza formale di un termine non esaurisce la questione del suo uso in un determinato contesto. Se la definizione di subcultura è chiara e non c’è stato alcun malinteso, da dove arrivano allora queste rivendicazioni da parte delle persone sarde?
Innanzitutto le parole si cercano, si trovano, ma non abitano i dizionari. Abitano i contesti, i rapporti storici, le percezioni sedimentate nel tempo. Rispondere a una critica con una definizione lessicale significa spostare il piano del discorso, dal politico al semantico, in modo che può risultare chiarificatore, ma che talvolta finisce per chiudere la conversazione proprio nel punto in cui sarebbe più utile tenerla aperta.

Ogni subcultura, anche nella sua accezione più neutra, esiste in relazione a una cultura dominante. È un segmento interno, una differenziazione rispetto a un centro assunto come norma. Il punk è una subcultura. I biker sono una subcultura. L’hip hop nasce come subcultura urbana. Questi fenomeni emergono dentro una società già data e si definiscono rispetto ad essa: come varianti, come scene, come correnti che si misurano con un mainstream preesistente.
Se il modello di riferimento da sovvertire è quello sardo (la rappresentazione nella foto, come detto, è quella di un abito tradizionale locale), si può categorizzare tale manifestazione come effetto di una “subculture”. Ma se la lettura diventa “Subcultures in Italy”, si sta implicitamente accettando l’invisibilizzazione della cultura sarda in favore di un racconto tutto italiano.
Ciò che stona è dunque l’inquadratura. Da una parte abbiamo le subcultures in Sardegna (o perlomeno l’interpretazione sovversiva degli elementi culturali sardi da parte dell’artista). Dall’altra abbiamo la rappresentazione di questi elementi in una visione di subalternità Italiana-Sarda. Vien da sé che ciò che risulta descritto si colloca in una narrazione completamente diversa da quella originale, e le scelte delle riviste come Vogue, come ben sa chi si occupa di comunicazione e giornalismo, non sono mai prive di implicazioni ed effetti sulla società.
Culture sotterranee e culture sommerse
Vale la pena introdurre una distinzione che il dibattito recente ha sostanzialmente trascurato: quella tra culture underground, sotterranee, che nascono in risposta o per effetto di una cultura dominante e le culture sommerse, che sono quelle culture sistematicamente marginalizzate, tenute sotto la superficie di una narrazione dominante o eventualmente esoticizzate e feticizzate da essa.
La subcultura, nel senso comune e in larga parte della letteratura sociologica dunque, evoca qualcosa che nasce ai margini di una società: underground, oppositivo, spesso suburbano. È la scena che emerge episodicamente, che si manifesta in contesti specifici, che si sceglie come forma di appartenenza e di distinzione rispetto a una maggioranza.
La Sardegna non corrisponde a questo profilo perchè non si manifesta per contrasto. Esiste quotidianamente, in superficie, nei paesi, nelle lingue locali, nei rituali, nella memoria collettiva, nel territorio. Non è un’identità adottata per differenziarsi: è una continuità storica vissuta, che non necessita di un centro esterno per definirsi o per giustificare la propria esistenza. Non è una scena estetica, né una corrente alternativa, né una nicchia identitaria. È una realtà storica, linguistica, antropologica e culturale autonoma, è precedente allo Stato italiano ed è sopravvissuta ad esso. Non è una subcultura o un insieme di subculture ma è una cultura, quella di una Nazione senza Stato. È probabilmente per questo che molte persone hanno avvertito quel termine come inadeguato, anche senza disporre degli strumenti teorici per spiegarlo. Il disagio nasce dalla percezione, diffusa e assolutamente non irragionevole, di essere nuovamente descritti attraverso una categoria costruita altrove, che ricolloca una cultura storicamente autonoma dentro una cornice subordinata. Non si tratta di ignoranza semantica, ma di una forma diversa di consapevolezza.

Perché il dibattito non è vittimismo
Le comunità che hanno attraversato lunghi periodi di marginalizzazione politica, linguistica e simbolica sviluppano nel tempo una sensibilità particolare verso certe parole e certe inquadrature. Non si tratta di fragilità, ma di una forma di attenzione storicamente acquisita: la consapevolezza di cosa accade quando altri si arrogano il diritto di definire chi sei e dove stai.
Questa sensibilità non è vittimismo. È memoria attiva. È la capacità di riconoscere una struttura anche quando si presenta con intenzioni positive. È resistenza verso l’accettazione di delegare ad altri il compito di assegnare nomi e categorie alla propria esperienza collettiva. Per chi vive una condizione prolungata di subalternità simbolica, essere inclusi in una narrazione esterna come “subcultura interessante” può risultare problematico anche in assenza di malizia. Perché la questione non riguarda soltanto le intenzioni di chi parla, ma la posizione da cui parla e il sistema di categorie che quella posizione porta con sé.
Il punto di vista è sempre situato
Quando una rivista decide di inserire l’abito tradizionale di Desulo nella categoria “subcultures” sta mettendo in atto implicitamente una prospettiva, e Vogue ha adottato la sua. Quella di un centro che osserva le differenze periferiche come varianti interne al proprio universo culturale. Ciò su cui bisogna riflettere è che le prospettive sul mondo, anche quando sono benevole, non sono mai neutre.
Vogue Italia si muove all’interno di una narrazione italiana. La sua open call propone di raccontare “cos’è l’Italia”: e in questo racconto, le realtà locali e regionali compaiono come variazioni su un tema, come particolarità di un insieme già dato. In questo schema, la Sardegna entra come specificità interna, come diversità da valorizzare, ma pur sempre come parte di un sistema narrativo il cui centro è altrove.
Questo non implica attribuire a Vogue intenzioni ostili o malafede. Ma significa che la domanda più utile in questo momento è “che ruolo ha la cultura sarda nella narrazione italiana?” e, in seconda battuta, bisogna cercare di capire chi ha stabilito che quel punto di osservazione fosse il centro della scena.

L’effetto matrioska comunicativo
Vale la pena soffermarsi ancora sull’immagine scelta da Vogue proprio per rappresentare la propria iniziativa, perché racconta qualcosa di preciso sul meccanismo in questione.
La fotografia proviene da Sweet Fritters Ballad, progetto artistico del fotografo sardo Gianmarco Porru. L’immagine ritrae un modello che indossa l’abito tradizionale femminile di Desulo, il cui volto non si vede. La cosa più interessante è la gonna, sollevata in una posa che evoca un gesto quotidiano e prosaico, lontanissimo dalla solennità con cui il costume tradizionale viene solitamente rappresentato. È un lavoro deliberatamente dissacrante, che usa il costume sardo come superficie su cui ragionare di corpo, genere, identità, con una visione contemporanea e consapevole, costruita dall’interno di quella cultura.
Non è, in nessun senso, un lavoro sulle subculture italiane per una rivista di moda.
Quando una rivista come Vogue sceglie quell’immagine per illustrare la propria open call sta ricontestualizzando un’opera (che ha una sua poetica, una sua intenzione, un suo specifico campo di senso) dentro una cornice narrativa completamente diversa. Il gesto critico dell’artista viene inghiottito dalla logica editoriale della rivista e trasformato.
E c’è un secondo livello. Anche ammesso che in Sardegna esistano fenomeni riconducibili alla categoria “subculture” nel senso sociologico (e certamente esistono), la questione non sarebbe fondamentalmente questa, ma piuttosto come vengono raccontati e da quale prospettiva. Vogue li racconta come subculture italiane: varianti interne di un sistema culturale nazionale che le contiene e le nomina. La Sardegna entra nella narrazione non come cultura distinta, ma come interno esotico di un insieme già dato. È la stessa logica che ha storicamente folklorizzato la cultura sarda, riproposta con un linguaggio contemporaneo e un’estetica aggiornata. Il problema, insomma, non è solo la parola. È chi la usa, da dove, e come reinterpreta la cultura degli altri.
Una domanda che non ha ancora risposta
Il dibattito di questi giorni ha in larga misura risposto alla domanda sbagliata. Si è concentrato sulla correttezza o scorrettezza del termine, e si è diviso tra indignazione e accusa di vittimismo: due posizioni da due punti di vista diversi, in cui una si neutralizza e viene invisibilizzata se poste sullo stesso piano, e che pertanto bisogna affrontare con cura. La domanda più fruttuosa è un’altra: da dove arriva quel disagio? Cosa si sta rivendicando, quando si dice che quella parola non convince?
Per rispondere occorre osservare la Sardegna e le sue trasformazioni storiche, economiche, culturali e sociali nel corso del tempo: le culture e le propagande nazionali non sarde hanno avuto effetti profondi sulla cultura, sulla lingua, sull’immagine che oggi il popolo sardo ha di sé. Gli usi e costumi sardi hanno fatto spazio a poco a poco a tutto ciò che arrivava per mezzo di comunicazioni e mass media italiani. Pensiamo alle lingue sarde (il sardo, le varietà sardo-corse turritano e gallurese, il tabarchino, il catalano di Alghero), sono state, in momenti di forte costruzione dell’identità nazionale italiana, trattate come varietà rustiche di una periferia da integrare. La cultura locale è stata progressivamente folklorizzata: ridotta a costume, a pittoresco, a elemento decorativo di una narrazione più ampia costruita altrove. L’identità storica è stata riscritta dentro una cornice storico-italica e slegata dalla sua natura mediterraneocentrica.
Questo processo non si è concluso con la caduta del fascismo ma continua ad assumere forme diverse e a produrre effetti. Eppure per molte persone sarde, riconoscersi nelle narrazioni costruite dall’esterno è difficile, e la sensazione ricorrente di essere osservati piuttosto che ascoltati, di essere descritti piuttosto che rappresentati rimane tangibile.
È in questo orizzonte che va letta la reazione alla open call di Vogue. Non come fraintendimento lessicale, non come risposta emotiva sproporzionata, ma come reazione storicamente situata e comprensibile. Quando una cultura che ha attraversato secoli di categorizzazione esterna viene descritta in maniera subordinata a un’altra, anche con le migliori intenzioni, anche attraverso un termine tecnicamente difendibile, il disagio che ne emerge non è irrazionale. È la manifestazione di un’identità collettiva che si riconosce come soggetto e che vuole partecipare alla costruzione delle categorie con cui ci si definisce. Di non dover giustificare, ogni volta, perché una certa parola risulta inadeguata anche quando il dizionario la presenta come neutrale.
Il caso Vogue, considerato in sé, è un episodio minore. Una fotografia, un concorso, una polemica social destinata a esaurirsi rapidamente. Ma i meccanismi che ha messo in luce non sono minori. Sono gli stessi che percorrono da lungo tempo il rapporto tra la Sardegna e le narrazioni che la riguardano. Riconoscerli con chiarezza, senza toni eccessivi, ma anche senza sconti e giustificazioni, è già un contributo a una conversazione che vale la pena continuare.
Fotografia di copertina: Caterina Vittoria Roselli
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La comprensione del concetto di subcultura è ancora una volta impreciso. Non sempre una subcultura è dei dominati. Esistono subculture delle élite, per esempio riguardanti la leisure, o subculture professionali e specifiche, che non sono affatto né considerate devianti, né appartengono a gruppi subalterni. Nel caso specifico, invece, mi sembra che indubbiamente lo sguardo di Vogue, più che l’uso del termine subcultura, sia analizzato in modo da arricchire il dibattito. O almeno, ho imparato molto leggendolo. Alla fine, però, non si può tacere la rozzezza del dibattito pubblico in Sardegna, e nell’area indipendentista in particolare, se si continua ancora a inciampare sugli stessi gradini. Invece che coprirlo, forse sarebbe meglio cercare di farlo crescere.
Sono molto contenta del fatto che abbia trovato l’articolo un elemento di arricchimento del dibattito. Penso che per quanto riguarda la conoscenza antropologica ci si possa lavorare. L’importante è che non si riduca tutto ad un semplice “non avete capito il senso”. Ci sono varie letture che è molto importante validare all’interno di questa faccenda. Dopodichè, sono d’accordo col fatto che sul concetto di subcultura ci sarebbe ancora moooolto da dire: specifico che l’articolo non è nato per descrivere le subculture delle elite, o in generale per esaurire il senso del termine. L’articolo nasce per spiegare i sentimenti delle sarde e dei sardi. Grazie mille del commento e per la considerazione, l’apprezzo.
Ti ringrazio per quanto hai scritto, in particolare nel paragrafo relativo al dibattito e al seguente punto di vista. Non arrivo di certo io a spiegare ciò che può star dietro l’espressione “portare il costume”; mi viene in mente però che questa rivista, anni fa, sui canali social, pubblicò un video di donne native americane che spiegavano la vera origine della festa del ringraziamento nordamericana che si concludeva col rovesciamento della tavola imbandita. Forse che il ruolo dell’immagine nell’immaginario personale e collettivo sia ancora più subdolo in relazione alla difesa della bellezza, cultura e della storia in relazione alle giustizia (o giustezza?) dei diritti?