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La palude politica sarda e la (mancanza di) democrazia

In una recente rilevazione demoscopica sul gradimento dei presidenti delle regioni, la presidente della RAS Alessandra Todde risulta in piena zona retrocessione: terzultima (a parimerito con altri due), con un 33% di approvazione. Una notizia che ha un peso relativo, ma che comunque non ha avuto chissà quale risonanza nell’isola. L’occhiuto controllo delle squadracce social filo-campolargo (specie di matrice 5 stelle) fa sì che, se pure questo tipo di notizie emerge, si scateni immediato lo sbarramento di commenti e di trollaggi a difesa della propria idola.

Resta il fatto che, al netto degli effetti annuncio e della retorica social, i risultati di questa giunta regionale sono pessimi su tutti i fronti. Non c’è partita strategica su cui non ci sia stato un drammatico arretramento a livello di qualità, di forza politica, di competenza. Sanità, trasporti (e aeroporti!), scuola, settore agro-alimentare, spopolamento, per non parlare della questione energetica. 

La politica tuttavia si preoccupa poco di questo tipo di rilevazioni. Nel sistema bloccato sardo – ben lontano da una compiuta democrazia, sotto molti profili – il problema non è il consenso dell’elettorato, tanto meno gli umori dell’opinione pubblica. Il gioco si svolge dentro il perimetro di un’oligarchia autoreferenziale, i cui meccanismi di funzionamento hanno poco o nulla a che fare dalla responsabilità verso il popolo e la ricerca di risultati efficaci sui problemi generali. Le inchieste di Indip (rarissimo organo di informazione indipendente anch’esso, guarda caso), su questo piano, sono impietosamente rivelatrici. 

La casta politica sarda (per usare una terminologia demagogica oggi un po’ meno di moda) è sicura della propria sopravvivenza, grazie alla blindatura delle regole elettorali e alle convenzioni non scritte tra gruppi di potere. Non la si schioderà dal Palazzo tanto facilmente.

In questo senso, a livello locale, ha fatto un po’ di scalpore – ma senza farlo uscire troppo fuori dalla chiacchiera in privato – lo scontro avvenuto a Nuoro tra due importanti figure pubbliche: da un lato don Francesco Mariani, direttore del settimanale diocesano L’Ortobene (a proposito, auguri per i cento anni di attività), operatore sociale e, da tempo, coscienza critica, sia pure di destra, della comunità nuorese; dall’altra, Roberto Deriu, uomo forte del PD locale, vecchia scuola democristiana, con qualche velleità (e vanità) intellettuale.

Nel suo editoriale del 29 aprile, Mariani propone il ritratto di un tipico personaggio politico sardo, definito “portatore sano di sottosviluppo”. È un pezzo caustico, che individua lucidamente le caratteristiche fondamentali di chi maneggia il potere a Nuoro (e non solo). Impossibile non vederci una allusione abbastanza trasparente proprio a Roberto Deriu. Che, da parte sua, l’allusione sembra averla colta perfettamente. Tanto da replicare con un non-troppo-criptico post su FB in cui evoca sarcasticamente, senza fare alcun nome, la figura di un vecchio prete fascista (post al momento rimosso, o non pubblico) e con un altro (del 3 maggio) che recita: Autobiografia rapida di un clericomafioso. Naturalmente, i riferimenti sono ellittici e suscettibili di altra interpretazione, perciò questa proposta può essere smentita. Ma la sensazione chiara è quella di una schermaglia significativa, nella palude putrescente del dibattito politico nuorese. Divertente (sia pure a denti stretti) e potenzialmente foriera di ulteriori attriti (salvo ricomposizioni necessarie a non far crollare il sistema di potere locale), ma tutto sommato sterile.

L’editoriale di Francesco Mariani, per quanto efficace stilisticamente, evita di affrontare i veri nodi socio-culturali e politici della realtà nuorese e sarda. Prendersela con un politico, sia pure relativamente potente, o con la classe politica in generale, senza però chiarire che la loro scarsa qualità è un effetto e non una causa, opacizza la vera consistenza della realtà sarda contemporanea. Parlare di sottosviluppo, e non di subalternità e condizione dipendente e minorizzata della Sardegna, sottolinea un esito storico senza portarne alla luce le radici. Al di là delle conseguenze contingenti di questa (piccola?) diatriba nuorese, non sarà certo questo tipo di analisi a far mutare la sostanza di una terra governata da una classe politica podataria e ignorante, cialtrona quanto inamovibile. E ci tocca ancora una volta ingoiare il rospo dell’ennesima giunta regionale “peggiore di tutte quelle precedenti”, mentre nello stesso contesto italiano realtà locali dinamiche e politicamente forti strappano poteri e competenze allo Stato centrale e altrove, dove i meccanismi democratici ancora mantengono una qualche forza residua, sistemi politici consolidati vengono messi in crisi da forze alternative, spesso radicali, e l’aspettativa di cambiare in meglio il presente ordine delle cose non è solo una pia illusione.


Immagine: swg research

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