L’abbraccio a Saccargia. Resistenza, legalità e forza gentile delle comunità

Il 29 luglio, alle ore 19:30, la Basilica di Saccargia tornerà a farsi piazza civile, presidio di comunità e di legalità. Non si tratterà soltanto di una manifestazione di protesta, ma dell’atto corale e consapevole di un popolo che dal 2023, attraverso l’articolata rete dei comitati civici e con la spinta di 211.000 firme apposte in calce alla proposta di legge Pratobello 24, rivendica un principio costituzionale ineludibile: nessuna transizione ecologica può dirsi legittima né democratica se edificata sull’arbitrio, sulla violazione delle norme, sulla profanazione dei territori e sullo smantellamento dei legami sociali.
La vertenza in atto in Sardegna non muove da una resistenza preconcetta alle fonti di energia rinnovabile, bensì dalla lucida decodifica di un’ennesima asimmetria di matrice coloniale. La transizione energetica, così come incardinata nel quadro legislativo e materiale dello Stato italiano, ha consumato un tradimento profondo della propria vocazione originaria.
Ciò che, infatti, avrebbe dovuto costituire il superamento strutturale del modello fossile (storicamente caratterizzato da assetti verticali, oligopolistici e autoritari) si è tradotto nella sua paradossale restaurazione attraverso la prassi violenta di un capitalismo estrattivo legittimato dall’apparato statale.
L’orizzonte fondativo della transizione ecologica risiedeva nell’edificazione di una generazione distribuita, policentrica e tarata sulle reali esigenze dei territori; un paradigma di democrazia energetica volto a eradicare le diseguaglianze e la povertà energetica.
Assistiamo, invece, alla ristrutturazione di quel medesimo modello padronale ed estrattivista che è la matrice originaria di tutte le crisi democratiche, dei conflitti geopolitici e della stessa catastrofe climatica.
Assistiamo all’imposizione di un “ambientalismo industriale” che si configura quale perfetta espressione del capitalismo del disastro, ovvero la capitalizzazione della crisi ecologica che usa l’emergenza e la trasforma nell’ennesima occasione speculativa, estremizzando la già grande frattura e asimmetria tra oligarchie finanziarie e collettività.
Un piano oculato che considera il territorio sardo res nullius, inanimata superficie geografica da sacrificare sull’altare dell’emergenza.
A riprova che non si tratti di una mera percezione emotiva o di un timore infondato, intervengono i dati quantitativi nella loro oggettiva brutalità. Le rilevazioni ufficiali del Ministero della Cultura sugli iter di Valutazione d’Impatto Ambientale restituiscono uno spaccato inequivocabile sulle disparità distributive che gravano sul Paese. Su un totale nazionale di 203.297 MWp relativi a progetti energetici attualmente pendenti nelle istruttorie statali di VIA, oltre 105.000 MWp, più della metà dell’intero carico nazionale, viene scaricato su due sole Regioni Puglia e Sardegna.
L’analisi di dettaglio delle istanze di VIA per impianti fotovoltaici e agrivoltaici rivela un ulteriore paradosso geografico e politico: contesti territoriali circoscritti all’interno della Sardegna, quali la Nurra o il territorio di Uta, registrano da soli un numero di istruttorie aperte superiore a quello del Settentrione d’Italia.
Ci si deve dunque interrogare sulla sostenibilità strutturale, etica e costituzionale di una transizione energetica ordinata sul calpestamento sistematico di poche Regioni periferiche, affinché gli altri poli industriali del Paese possano continuare a perpetuare i propri modelli di consumo insaziabile. Questa architettura non risponde ad alcun criterio di giustizia né di equità, è la chiara codificazione di una servitù energetica.
Di fronte alla richiesta di modelli partecipati e di una pianificazione rispettosa dell’assetto territoriale, le Istituzioni hanno opposto omertà e dinieghi sistematici. Trattate le istanze popolari alla stregua di un intralcio burocratico da superare, la mobilitazione civica ha impresso alla propria azione un mutamento decisivo: dal piano del confronto politico disatteso si è transitati al terreno della legalità tecnico-giuridica.
Quando la politica abdica al proprio ruolo di garante dell’interesse generale, il Diritto rimane l’unico perimetro d’efficacia entro cui costringere il potere discrezionale. È in questo preciso snodo che la piana di Saccargia si deve elevare a caso nazionale.
Il progetto di repowering eolico Nulvi-Ploaghe – 27 aerogeneratori dall’altezza di 180 metri alle spalle della Basilica- declina in maniera esemplare la patologia procedurale che sta viziando la stagione delle rinnovabili nell’Isola e non solo.
L’approfondita disamina documentale ha portato alla luce criticità di primaria rilevanza normativo-penale: l’impiego di analisi anemometriche e simulazioni di producibilità sfornite di idonea validazione scientifica in situ, in palese difformità dalle linee guida nazionali. Tali carenze metodologiche non costituiscono mere imprecisioni formali, ma inficiano la legittimità della Valutazione d’Impatto Ambientale e alterano il bilanciamento tra principi costituzionali fondamentali.
Criticità, queste -coerenti con la recente giurisprudenza amministrativa di merito (si veda la netta pronuncia dal TAR Emilia-Romagna) e già immesse in formali richieste di annullamento in autotutela indirizzate a MASE, Presidenza del Consiglio e Regione Sardegna, nonché in circostanziati esposti all’attenzione della Magistratura inquirente- che non sono in alcun modo superabili.
Nel bilanciamento con primari interessi di rango costituzionale – e a fronte di un sistema di incentivi statali calcolato su stime di producibilità teoriche ed estratto direttamente dalle tasche dei contribuenti- la legalità non può essere derubricata a mero intralcio. Né tantomeno tali illegittimità possono trovare amnistia politico/giuridica nell’urgenza dell’emergenza energetico/climatica o nell’imperativo del raggiungimento dei target sardo al 2030. Soprattutto a fronte dell’individuazione in Sardegna di oltre 11.000 ettari di “aree di accelerazione” , estensione idonea a garantire addirittura il superamento della quota di potenza FER assegnata all’Isola per il traguardo del 2030.
Secondo quale logica giuridica e programmatoria si stabilisce di aggredire in prima battuta i contesti di primario valore storico, paesaggistico e archeologico? Per quale ragione si persegue il sacrificio sistematico di ambiti monumentali come Saccargia o di contesti agricoli di pregio, anziché saturare prioritariamente le superfici già compromesse e degradate?
In questo sconcertante quadro, le manifestazioni di favore incondizionato, rilasciate recentemente dal sindaco di Ploaghe, che rivendica presunti benefici per il proprio comune erigendosi a improbabile arbitro del bene collettivo, svelano una visione miope e del tutto autoreferenziale. Nessun amministratore locale può pretendere di barattare l’integrità di un bene paesaggistico e identitario nazionale con la promessa di effimeri vantaggi municipali, né tantomeno presumere di esprimere un parere super partes che vincoli o rappresenti un’intera comunità.
Il benestare di un ente locale non ha il potere di sanare la patologia di un atto presunto illegittimo; la legalità e la tutela del paesaggio non sono merce di scambio a disposizione di contabilità casalinghe, ma rappresentano un presidio indivisibile che appartiene all’intero corpo sociale.
Per questo, alla transizione eretta a dogma e collocata al di sopra della Legge e dei Popoli, la comunità sarda oppone una risposta netta. Non solo il ricorso inflessibile agli strumenti del Diritto per il ripristino della legalità violata, ma un’azione di ricomposizione etica, culturale, sociale e relazionale.
L’appuntamento del 29 luglio costituisce il punto di approdo del percorso itinerante Deus ti salvet Sardigna, snodatosi, attraverso la direzione artistica di Battistina Casula, tra il Centro Culturale di Sennori e Casa Raina a Monti. Una fase preparatoria intensa, in cui la comunità si è ritrovata per ricucire legami e riaffermare il valore della presenza: un’esperienza incarnata nella relazione e nel valore politico dello stare insieme, culminata nella stesura dell’Ave Maria e delle opere poetiche di Nina Sonnu e Gianfranca Piras in lingua sarda.
Un percorso che convergerà davanti alla Basilica in “un’installazione site-specific”: un manufatto tessile corale in cui la lavorazione manuale della lana sulla stoffa diviene metafora di un’alleanza intergenerazionale e comunitaria. L’atto si costituisce come prassi politica di cura e presidio, un esercizio di forza gentile attraverso cui la collettività riannoda i fili identitari che la speculazione e l’abdicazione istituzionale vogliono recidere.
Rivendicare una cittadinanza culturale e giuridica per i territori significa esigere che la transizione energetica si converta in vettore di autodeterminazione e riscatto sociale, affrancandosi dalla riduzione dell’Isola a perenne riserva di estrazione. L’abbraccio a Saccargia riaffermerà con solennità che la Sardegna intende presidiare il proprio presente e futuro attraverso l’inflessibile rigore del Diritto, il rafforzamento del proprio tessuto comunitario e la dignità della propria storia.
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