Sinistra e indipendentismo. Facciamo chiarezza!

In questi giorni è scoppiato un dibattito sui social che riguarda il mondo dell’autodeterminazione. Ho isolato almeno tre temi che ad un osservatore estraneo alle dinamiche dell’indipendentismo potrebbero sembrare tre filoni differenti e senza punti di contatto.
Provo ad elencarli:
Il primo filone riguarda l’annosa questione fra sinistra e indipendentismo. La questione è emersa in maniera virulenta su alcuni account spuntati fuori recentemente e animati da giovani influencer che non risultano avere legami storici con qualsivoglia militanza indipendentista. Faccio notare questo aspetto non perché sia un problema l’emersione di forze nuove non legate ad esperienze pregresse, ma perché una questione collaterale e in qualche modo collegata con i tre filoni che andrò ad analizzare nei prossimi giorni, è l’assoluta mancanza di una contestualizzazione storica dei temi che si discutono. È come se ogni volta le questioni venissero scoperte per la prima volta, senza preoccuparsi di andare a guardare se e come il tema è stato affrontato precedentemente. È un paradosso, ma proprio l’indipendentismo che pone per sua stessa natura la questione del recupero e della valorizzazione della storia, ostenta una sistematica e preoccupante avversione allo studio della storia, specie della storia dell’indipendentismo stesso.
Il rapporto tra sinistra e indipendentismo è stato letteralmente riesumato da un area di fatto orientata a destra (o all’estrema destra) proprio in un momento particolare e cioè in una fase storica in cui di fatto non esiste alcuna sinistra indipendentista organizzata e radicata, capace di incidere sui temi e di influenzare il dibattito nel mondo più vasto dell’autodeterminazione. Quindi quando tratterò il tema dovrò cercare anche di spiegare perché questa questione esce fuori proprio adesso.
Il secondo filone invece riguarda una questione tutto sommata nuova e cioè l’emergere di cui mi sono già occupato nell’articolato “La discriminante della pace” uscito sull’Antidiplomatico. Specularmente a chi torna a mettere in discussione il rapporto fra sinistra e indipendentismo sta emergendo un think tank informale di intellettuali che perseguono un oggettivo avvicinamento dell’area indipendentista a capisaldi ideologici e “valoriali” di fatto compatibili con quelli della Commissione Europea, in chiave strategica antirussa e anticinese.
Anche questo aspetto si accompagna con un paradosso, o meglio con una schizofrenia politica di fondo: da una parte si prende posizione contro la militarizzazione della Sardegna, dall’altro si cerca di scorporare questo stesso utilizzo da parte della rediviva filiera del riarmo e dell’imperialismo europeo e NATO.
Il terzo filone riguarda il riemergere della vexata quaestio del blocco nazionale in vista delle prossime elezioni regionali. Il dibattito è stato lanciato sulle colonne di S’Indipendente dall’ex presidente di ANS Riccardo Pisu-Maxia.
Anche in questo caso il tema è attraversato da altri sotto temi e in particolare dalla freschissima (ma anche questa non nuova) polemica generazionale che vedrebbe contrapposti “vecchio indipendentismo” contro “nuovo indipendentismo” , “indipendentismo e cultura woke” e – collateralmente – “sinistra indipendentista” v.s. “indipendentismo apolitico”, “forme organizzative partitiche, assembleari e democratiche” v.s. “nuove forme di comunicazione” (ossia social e uso spregiudicato della IA, anche nella scrittura integrale di testi spacciati come autentici), e via discorrendo.
Insomma un bel ginepraio che richiede una notevole capacità di fare ordine e di chiarire punto per punto i tanti aspetti di un dibattito che non deve spaventarci ma che – se non affrontato con la giusta cassetta degli attrezzi – rischia di fare più danni che altro.
Cominciamo
L’indipendentismo sardo deve essere di sinistra? No, non deve esserlo. Nella storia dei movimenti di liberazione nazionale sono successe tante cose e ci sono certamente stati anche movimenti di liberazione radicalmente orientati a sinistra (per esempio il movimento di liberazione nazionale vietnamita Viet Minh fondato da Ho Chi Minh). Più spesso si è attuata la politica di fronte anche in presenza di forti divergenze. Un caso tipico è ciò che è avvenuto in Cina nel corso della guerra civile tra forze comuniste (guidate dal PCC) e ultra nazionalisti cinesi (Kuomintang).
Sebbene le due parti avessero sperimentato un tremendo conflitto armato sfociato nella Lunga marcia che altro non era che una ritirata strategica nelle basi rosse agricole dei comunisti dopo la sanguinosissima e tragica repressione nelle città (Shangai), i due campi nemici cinesi hanno trovato modo di riunirsi temporaneamente in un fronte comune nel 1937, cioè quando il Giappone ha invaso il paese.
Potremmo andare avanti parlando della lotta di liberazione del CNL italiano (composto da una serie di forze che andavano dai liberali e dai monarchici fino ai comunisti e ai socialisti) o potremmo orientare lo sguardo al recente e assai istruttivo Procés catalano animato da un largo spettro di forze indipendentiste e catalaniste che andavano dai liberaldemocratici della Junts per Catalunya (partito che ha espresso il leader Carles Puigdemont) alla sinistra moderata di Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) fino alla sinistra radicale anti NATO e anti UE della CUP. Motore attivo di quella straordinaria stagione di revival indipendentista che ha poi portato al referendum per l’indipendenza del 2017, brutalmente represso dalla polizia spagnola, sono state le due associazioni culturali Assemblea Nacional Catalana e Òmnium Cultural i cui leader hanno pagato a caro prezzo l’impegno, con il carcere e l’esilio.
Tre domande
Ma veniamo alla Sardegna. Recentemente una pagina social di recentissima formazione di orientamento chiaramente antisocialista e antiprogressista (Il Nuragico) ha posto tre domande a cui è utile dare una risposta articolata:
«1) Dopo decenni di presenza politica, quali risultati concreti ha prodotto l’indipendentismo sardo di sinistra per migliorare la vita quotidiana dei sardi e contrastare spopolamento, disoccupazione ed emigrazione?
2) Se l’indipendentismo di sinistra rappresenta una risposta ai bisogni dei sardi, come mai non è riuscito finora a diventare un movimento realmente maggioritario nell’isola?”
3) L’internazionalismo rafforza davvero la causa sarda o rischia di mettere in secondo piano la specificità storica, culturale, linguistica e comunitaria del popolo autoctono che vive in Sardegna?»
Un po’ di storia (questa sconosciuta)
Punto primo: di quale presenza politica si parla? L’indipendentismo (esattamente sulla falsariga del sardismo storico), a parte una prima fase negli anni della contestazione che fu di fatto dominato dalla presenza dell’organizzazione anticolonialista di matrice maoista Su Populu Sardu, non è mai stato egemonizzato dalla sinistra. Sardigna Natzione nacque proprio per superare le divisioni ideologiche e si presentava come un movimento di liberazione nazionale.
Agli inizi degli anni Duemila maturò una spaccatura dentro SNI e nel 2002 nacque IRS. Fu una spaccatura a sinistra? Ma che.. I capisaldi ideologici di questo movimento-partito erano il “non nazionalismo”, il “non rivendicazionismo” e la “non violenza” e i loro dirigenti proclamavano di andare oltre le ideologie. Per anni il dibattito all’interno del movimento di liberazione nazionale fu segnato da questioni come “la vera bandiera sarda” e ogni volta che si affrontavano questioni assai pratiche che poi sono diventate croniche come il contrasto alla speculazione energetica e lo smantellamento della sanità pubblica, i referenti di IRS rispondevano “prima dichiarate pubblicamente di accettare la filosofia di Gāndhī” o “chiarite pubblicamente se la vostra bandiera sono le teste di mori mozzate o l’albero di Arborea”.
Non è uno scherzo, è storia!
Chi ha portato la scissione ideologica dentro il movimento di liberazione nazionale non sono stati certo i comunisti, ma gli ideologi dell’«indipendentismo moderno» e in particolare un personaggio che poi, anni dopo, ha avuto modo di rivedere almeno uno dei vecchi “NON”, cioè il “non rivendicazionismo”, risolvendo tutta l’attività dell’associazione da lui fondata in un timido e del tutto infruttuoso rivendicazionismo dentro il campo largo, ma fecondissimo però come incubatrice dentro cui maturare crediti politici e danarosi incarichi di consulenze.
I Servizi segreti e la repressione
La seconda domanda cozza e si contraddice con la prima. Se nella prima si supponeva un ruolo preponderante dell’indipendentismo di sinistra nel movimento di liberazione nazionale, nella seconda domande ci si chiede come mai esso “non è riuscito finora a diventare un movimento realmente maggioritario nell’isola”.
In ogni caso vale la pena rispondere a questa questione, perché mi da l’occasione di parlare di una delle più grandi rimozioni avvenute nella storia dell’indipendentismo e cioè la questione repressiva.
Sono infatti gli indipendentisti di sinistra e in particolare i comunisti ad aver subito la più vasta operazione repressiva che lo stato italiano abbia messo in campo contro l’indipendentismo.
Ancora si trova in rete l’articolo “Sardegna laboratorio politico” datata al 2005 (https://gnosis.aisi.gov.it/gnosis/rivista3.nsf/servnavig/7 ) apparso su Gnosis, Rivista italiana di Intelligence (cioè la rivista dei Servizi segreti), dove si definiva la Sardegna un «una sorta di moderno laboratorio politico, perché essa ci appare come una terra in cui si dibatte e si discute, un luogo in cui l’alto tasso di cultura politica fa sì che fenomeni, spesso considerati dai ‘continentali’ come semplici espressioni del malcontento popolare o fattispecie di reati perseguibili dalla legge, vengano valutati e analizzati in una prospettiva più ampia, che tiene conto anche delle radici storiche e culturali dell’ isola. E’ una terra in cui l’estremismo tenta l’esperimento, sinora fallito ‘in continente’, di convogliare in un unico alveo le più diverse istanze ‘anti-sistema’, in nome di un obiettivo comune che, in questo caso, si identifica con ‘la liberazione dallo Stato colonizzatore italiano’».
È importante tenere a mente le date. Questo articolo è stato scritto prima della nascita dei populismi, dei sovranismi, prima della nascita del Movimento 5 Stelle, insomma prima dell’emergere del dibattito sulle forze antisistema e establishment e anti-casta.
Ed è stato scritto un anno prima dell’«operazione Arcadia» che colpì i vertici dell’organizzazione della sinistra indipendentista e tutta un’area di dibattito e prassi politica, mandando in carcere con accuse gravissime dieci persone.
Era l’11 luglio 2006 quando Sassari (dove sono intervenuti perfino gli elicotteri della polizia) è stata svegliata da una imponente operazione di polizia che si è risolta con 55 perquisizioni e dieci arresti, tutti a danno dell’area della sinistra indipendentista e in particolare dell’organizzazione A Manca pro s’Indipendentzia.
Sono trascorsi vent’anni e non si è arrivati neppure alla chiusura del primo grado di giudizio. Nel frattempo sono cambiate tante cose, uno degli arrestati, il professor Massimo Nappi, accusato fra l’altro di essere l’ideologo di ben due organizzazioni terroristiche, nel frattempo è venuto a mancare.
La questione dell’unità delle lotte
Non so valutare se questa sia l’unica causa del fatto che la sinistra indipendentista oggi non sia egemone. Quello che so è che nell’articolo dei Servizi A Manca veniva definita in questi termini:
«Sin dagli inizi della sua attività, “A Manca” mira a porsi come ‘polo di riferimento’ per le diverse compagini del dissenso locale».
Insomma A Manca era attenzionata dalle forze di polizia non tanto per la matrice ideologica di sinistra, quanto per l’ambizione di collegare le diverse lotte e di connetterle in un quadro complessivo, esattamente quello che, da più parti ma non con la medesima lucidità, si cerca di fare da zero vent’anni dopo.
Ancora più istruttive sono le conclusioni:
«La Sardegna si configura come una realtà articolata e complessa in cui ambienti ed istanze eterogenei, tesi a valorizzare comuni obiettivi di lotta contro i simboli del sistema e del potere centrale, confluiscono in un unico alveo, nell’intento di realizzare una convergenza ideologico-operativa e di rafforzare le potenzialità destabilizzanti della contestazione isolana.
Potremmo definirla ‘laboratorio’, dove l’appartenenza ad uno specifico ceppo etnico-culturale ha reso possibile l’esperimento, sinora fallito in continente, di far prevalere le istanze di aggregazione rispetto alle specifiche ideologiche, all’interno di un processo di coesione nel fronte antagonista sardo che potrebbe avere sull’isola prospettive di ulteriore sviluppo allo scopo di annientare quel fenomenale processo etnocida che ha determinato nei ‘dannati della terra’ sardi il sentimento di vergogna delle proprie origini e della propria cultura».
Evidentemente chi scrive non è un cretino e riassume perfettamente tre concetti chiave: la Sardegna da un punto di vista politico non è affatto arretrata rispetto al “continente”, ma anzi si configura come un «laboratorio» di unità tra «ambienti ed istanze eterogenei»; tale unità ha la possibilità di avere successo in chiave «antisistema» grazie al carattere «etnico-culturale» (quella che in genere si definisce “identità”) e grazie alla consapevolezza di subire un «etnocidio» (che io recentemente ho definito con grande indignazione di tanti «genocidio bianco» e «sardicidio»); il terzo concetto che non viene palesato nel documento ma che si legge tra le righe è la necessità da parte dello Stato di dividere il fronte, ma su questo torneremo nel terzo articolo di questa serie.
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Cosa significa “sinistra indipendentista”
A questo punto va fatta una valutazione storica sulla parabola della sinistra indipendentista. Nel penultimo congresso di A Manca pro s’Indipendentzia, svolto il 07-04-2013 nella splendida Torre aragonese di Ghilarza alla presenza di una sala strapiena e di numerose delegazioni di lavoratori e di realtà di mobilitazione e comitati provenienti da tutta l’isola, la sinistra indipendentista lanciava il progetto del PTS (Partidu de sos traballadores sardos).
Questo progetto era maturato in anni di sostegno e internità alle principali mobilitazioni dei lavoratori e dei comitati sardi, dalle manifestazioni e azioni organizzate dal Movimento Pastori Sardi alla breve ma intensa esperienza della Consulta Rivoluzionaria, lanciata sempre dai pastori sardi ma aperta ad altre realtà produttive sarde come artigiani e operai, a diverse associazioni e alle compagini indipendentiste (oltre ad A manca pro s’Indipendentzia, SNI e IRS).
Il progetto di un partito del lavoro in Sardegna si inseriva in una tesi politica saldamente ancorata su due pilastri: organizzare il mondo del lavoro e costruire l’unità nazionale con tutte le forze anticoloniali.
Su questo punto A Manca pro s’Indipendentzia promosse diversi tavoli con «convergenza nazionale», lavorando perfino – per un anno intero – ad una “carta di convergenza indipendentista”, che risolvesse le questioni ideologiche che avevano creato divisioni negli anni precedenti ( https://www.lanuovasardegna.it/regione/2011/03/18/news/indipendentisti-uniamoci-1.3388897 ).
La convergenza non andò in porto a causa della decisione di Meris e di ProgReS (e conseguentemente di SNI) di smarcarsi all’ultimo momento, quando la presentazione della Carta era stata già resa pubblica. Ma dopo quel lavoro nessuno più pose le questioni ideologiche nel senso deteriore del termine come dirimenti per discutere convergenze su obiettivi o coordinamenti di mobilitazioni, il che rese oggettivamente possibile, per esempio, il lancio della manifestazione di Capo Frasca che resta una delle più grandi mobilitazioni contro l’occupazione militare mai realizzate in Sardegna ( https://www.lastampa.it/cronaca/2014/09/14/news/a-capo-frasca-migliaia-di-manifestanti-da-tutta-la-sardegna-per-dire-no-alle-basi-militari-1.35613059/ ).
Nel 2015 A Manca pro s’Indipendentiza fu sciolta con la dichiarazione di aver raggiunto «gli scopi che ci eravamo prefissati» e con la promessa di lanciare un partito più grande della sinistra sarda ( https://www.unionesarda.it/politica/addio-a-manca-pro-s-indipendentziail-partito-si-scioglie-scopi-raggiunti-s5yjrdw8 ).
Al di là del marketing politico si trattava di una bugia. Gli scopi politici di A manca pro s’Indipendentzia – basta leggere le tesi dell’organizzazione che ho raccolto nel lavoro curato con Omar Onnis Falce e Pugnale. Per un socialismo di liberazione nazionale, Catartica Edizioni, 2019 – consistevano appunto in due obiettivi che non sono mai stati raggiunti, ovvero: la costruzione di un partito dei lavoratori sardi e le fondamenta del «blocco nazionale».
Dalle ceneri della liquidazione di questa linea e dall’allontanamento della maggioranza dei dirigenti storici della sinistra indipendentista per vari motivi è nata una sigla elettorale che ha da subito perseguito altri obiettivi e cioè un lento ma inesorabile accreditamento nel centro sinistra italiano, oggi campo largo ( https://www.reportsardegna24.it/sinistra-indipendentista-o-lubrificante-coloniale/ ).
La storia della sinistra indipendentista o per lo meno della sua organizzazione più strutturata dunque termina nel 2015.
Perché è avvenuto tutto questo? A causa della repressione? Ambizioni personali? Infiltrazioni di vario tipo? Non credo di avere la risposta.
Attualmente esistono nuove leve che si rifanno alla sinistra indipendentista che fanno ben sperare, ma è ancora troppo presto per capire se saranno in grado di recuperare il programma storico bruscamente interrotto e di aggiornarlo con un progetto politico a tutto tondo, democratico, popolare e aperto a tutte le forze anticolonialiste disponibili.
La sinistra indipendentista, l’unità indipendentista e la “sinistra” italiana
Concludo questo discorso facendo un appunto. Storicamente sono proprio gli indipendentisti di sinistra (cioè di A Manca pro s’indipendentzia) ad aver avvertito che l’indipendentismo è un programma di liberazione e non un’ideologia.
Lo scrivono nero su bianco nelle tesi politiche:
«La differenza tra il PTS e gli altri movimenti che si affermano come indipendentisti è che l’indipendentismo per noi non è un’ideologia: per noi è un programma da applicare, una grande e radicale riforma rivoluzionaria che interessa un popolo intero e i suoi rapporti col resto del mondo. L’indipendenza fatta passare per ideologia è molto pericolosa perché nasconde sempre ideologie di altro tipo che confondono e frammentano il programma indipendentista diluendolo o riconducendolo a matrici di altro genere. A conti fatti i partiti indipendentisti esistenti che pubblicamente affermano di non essere caratterizzati ideologicamente, dietro il programma indipendentista presentano sempre una ideologia di supporto che alla fine diventa predominante e orienta le scelte e le tattiche: il non violentismo, il pragmatismo, il sardismo diffuso, l’individualismo, il neoautonomismo o “soberanismo”, il liberalismo economico sono le connotazioni ideologiche che orientano l’agire e le strategie dei soggetti indipendentisti.
(…)
La nostra posizione dunque è chiarissima. L’indipendentismo non è la nostra ideologia ma il nostro programma per permettere ai lavoratori sardi di elevare la propria condizione di vita salvando l’isola dalla decadenza e riorganizzando le forze e le risorse in un’ottica di razionalizzazione e sviluppo, sottraendoci al secolare embargo italiano e aprendoci finalmente al resto del mondo. Il Partidu de sos Traballadores Sardos non si rivolge ai “sardi” a prescindere dalla loro condizione economica e sociale. L’indipendentismo è il programma concreto con cui noi applichiamo qui nel nostro Paese la teoria generale della liberazione delle forze produttive.»
Ma a questo punto – e con questo chiudo – va forse chiarito con cui avrei anche potuto iniziare il discorso. Cosa intentendiamo quando usiamo la categoria “sinistra”.
Ancora una volta sono proprio le tesi di A Manca pro s’Indipendentzia a chiarire che tra la sinistra indipendentista sarda e la cosiddetta “sinistra italiana” non esiste alcun punto di contatto.
Il tema è talmente tanto importante che le tesi vi dedicano un paragrafo autonomo: “Partidu de sos Traballadores Sardos e sinistra italiana presente in Sardigna”.
Riporto il testo integralmente per la sua importanza:
«I legami e gli spazi di condivisione con la sinistra italiana presente in Sardigna vanno chiusi e sigillati, in quanto noi consideriamo che in Sardigna la sinistra o è indipendentista o non è. Il nostro più grave danno è quello di essere in qualche modo equiparati al fallimento della sinistra italiana con cui noi non abbiamo alcuna area di omogeneità né alcun progetto comune. La sinistra italiana presente in Sardigna, in tutte le sue manifestazioni e varianti, da quelle più revisioniste a quelle più radicali e aderenti ad una piattaforma comunista, non ha più nulla da dare o da dire e risulta completamente incapace di elaborare un’analisi e una linea di azione politica. Infatti oscilla vanamente tra le mode che arrivano dal mare e la tentazione di flirtare con un pallido sardismo o indipendentismo di facciata come riempitivo per coprire la vacuità del loro progetto. »
Insomma è stata la sinistra indipendentista a chiarire che in Sardegna la grande faglia non è tra “destra” e “sinistra” ma tra il “partito italiano trasversale” e il “blocco anticoloniale”. Come accennato sopra, parallelamente alla rottura dei rapporti con la sinistra del sistema coloniale in Sardegna, la sinistra indipendentista ha storicamente individuato lucidamente nella costruzione del blocco nazionale una prospettiva strategica:
«Soltanto una strategia di convergenza nazionale può risolvere realmente la contraddizione, lacerante ed aperta, fra gli interessi della nazione sarda e quelli dello Stato coloniale.»
E ancora:
« In alternativa al “Partito trasversale italiano” e al suo progetto di “nuova perfetta fusione” è necessario polarizzare le forze sane presenti in questa terra, anche se attualmente orientate verso diverse opzioni ideologiche e alla realizzazione di diversi programmi e strategie politiche. C’è una cosa che accomuna però i partiti indipendentisti ed è la necessità di decostruire i meccanismi della colonizzazione a partire dal sottosviluppo economico. Fino ad ora la diversità ha rappresentato una frammentazione ostile di tutte le forze indipendentiste ma oggi, anche grazie al contributo e alla creatività di molti nuovi dirigenti che si sono affacciati alla lotta patriottica alla fine del secolo scorso e che si sono temprati in una pratica politica a contatto con le comunità e con i problemi reali del lavoro e dell’economia, assistiamo alla trasformazione del frazionamento in pluralità dell’offerta politica. Solamente in un contesto di dialettica continua fra posizioni e programmi indipendentisti, anche se caratterizzati dal differente orientamento programmatico e dalla differente matrice culturale, può nascere e consolidarsi una nuova classe dirigente all’altezza di liberare la nazione sarda dalle maglie dell’oppressione italiana e di proporre un progetto di gestione alternativa a quello che ha imperato finora.»
Perché proprio adesso?
Insomma, prima di dire che la sinistra indipendentista divide l’indipendentismo, che la sinistra indipendentista favorisce l’ideologia a discapito dell’unità del popolo sardo, che la sinistra indipendentista preferisce le questioni di massima alle concrete questioni che riguardano la vita dei sardi si dovrebbe avere l’umiltà e la pazienza di studiare, di ricercare, magari anche di chiedere informazioni e non fidarsi dei propri pregiudizi ideologici. Perché altrimenti si rischia di fare figure barbine o ci si presta a operazioni di frazionamento magari illudendosi di lavorare per l’unità.
Sulla questione dell’internazionalismo temo di avere esaurito lo spazio (sono già a sette cartelle), ma forse è meglio rimandare ai prossimi due articoli che ho programmato, perché oggi la questione internazionalista è strettamente intrecciata con la questione della guerra e – nello specifico della nostra questione – alla trasformazione della Sardegna in piattaforma militare-industriale-energetica e turistica pienamente e integralmente inserita nell’apparato militare industriale italiano, europeo e NATO. Quindi a chi si chiede se l’internazionalismo indebolisca la lotta di liberazione nazionale risponderò nel secondo articolo di questa trilogia di interventi riportando la questione a questioni pratiche e non ideologiche.
Ancora una cosa. Avevo promesso che avrei cercato di spiegare perché questa incredibile e infondata polemica esce fuori proprio adesso, in assenza totale o quasi totale di una sinistra indipendentista capace di indirizzare il dibattito politico e di fare egemonia.
Anche qui posso solo andare a naso e quindi posso ovviamente sbagliarmi. Il fatto che non esista più un’organizzazione seria e coerente della sinistra indipendentista non significa che non esista un’area anticolonialista che ciclicamente riemerge nelle lotte, esattamente come le tesi di A manca avevano previsto. E una cosa è certa: le elezioni si avvicinano e non è da escludere l’opzione che ci siano grandi manovre in corso. Io ne intravedo due e tutte e due hanno a che fare con la necessità di liquidare il patrimonio coerentemente anticolonialista che storicamente ha espresso la sinistra per poter compiere una scalata su una certa area elettorale indipendentista, spurgata però da qualunque critica radicale al rapporto di subalternità con le oligarchie e con le élites che vivono in maniera parassitaria proprio grazie al sistema coloniale.
Da una parte vedo il tentativo di liquidare e delegittimare la sinistra anticolonialista e – insieme – di inibire la parte reale e popolare dei comitati che di fatto sono animati da militanti di base poco controllabili e manipolabili.
Questo tentativo non è iniziato oggi, ma va avanti dai giorni in cui i comitati hanno deciso di raccogliere le firme per la proposta di legge di iniziativa popolare Pratobello 24. Le tattiche utilizzate sono state tante e ne ho parlato in diversi altri articoli ma oggi la strategia si è raffinata. Il gioco è semplice: gettare nell’agone politico personaggi sconosciuti, esperti in comunicazione, con pose da agit-prop, perfetti specchietti per le allodole da convogliare al momento giusto a sostegno del listone neo-coloniale più adatto. Come ha già scritto Omar Onnis c’è già un precedente ed è quello dello zonafranchismo. Un troncone – precisamente quello che si rifaceva a Maria Rosaria Randaccio – era stato assimilato dal blocco della destra che esprimeva la candidatura di Cappellacci. Non è da escludersi che si voglia fare un’operazione analoga utilizzando la mobilitazione popolare contro la speculazione energetica e contro le altre forme di sfruttamento coloniale in corso, dalle discariche abusive alle operazioni di speculazione edilizia. Chi siano i grandi manovratori di questa operazione ancora però non è dato sapere, ma è evidente che devono liquidare ogni coloratura di sinistra per poter rendere digeribile l’operazione ai propri referenti continentali.
Specularmente mi sembra che stia prendendo forma un altro tentativo, promosso da alcuni media (anche questi di recente formazione) che vanno molto in voga sui social.
L’iniziativa è uguale e contraria a quella della destra, ma se ha lo stesso interesse a sterilizzare i contenuti anticolonialisti della sinistra indipendentista, al contrario del primo tentativo qui si vuole a polarizzare a “sinistra” l’area indipendentista. Dove però per “sinistra” si deve intendere quell’accozzaglia di confusione e “lorianesimo”, cioè di orientamento politico e culturale privi di contenuto, opportunismo e uso strumentale di alcuni contenuti inerenti ai diritti civili ed individuali a discapito di quelli sociali e popolari in cui si risolve oggi la “sinistra” parlamentare italiana, cioè il campo largo.
Ecco perché emergono da una parte gli attacchi e dall’altra parte le blandizie alla sinistra indipendentista. Due veleni ugualmente pericolosi che vanno spurgati con la severità di una critica spietata.
Continua…
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Concordo con l’intervento di Cristiano Sabino, vorrei solo aggiungere che nel dibattito interno alla sinistra indipendentista, esattamente nel gennaio 2004 si inserisce la proposta della lotta sindacale e della fondazione de Su Sindacadu de sa Nazione Sarda quindi dell’Organizzazione dei lavoratori sardi interno ai luoghi di lavoro, base fondamentale per qualunque progetto di emancipazione dal sistema coloniale. Il Sindacato svolse un ruolo importante negli anni 2004-2010 sia in Sardegna che nel Sindacato Internazionale delle Nazioni Senza Stato di cui era membro della Segreteria Internazionale di Coordinamento. Quindi, organizzazioni politiche coordinate nel territorio isolano, presenza organizzata nei luoghi di lavoro e accordi internazionali che avrebbero consentito in Sardegna e nel mondo azioni coordinate. Questo è il progetto che è stato attaccato dalla magistratura e dalla polizia giudiziaria. Questo è il progetto che lo Stato Italiano ha interrotto, questo è il progetto che deve essere ricostruito, in armonia , dalle forze indipendentiste sarde che onestamente intendano battersi contro la Dipendenza: unità indipendentista, presenza e organizzazione dei lavoratori sardi da un lato e tessitura di relazioni internazionali (Catalogna, Paese Basco, Corsica, Bretagna, Territori d’Oltre Mare, ecc) saranno in grado di fronteggiare i pericoli di guerra, di rilanciare la solidarietà internazionale, di bloccare l’enorme speculazione energetica funzionale alla guerra e all’invadenza delle multinazionali nate nel sistema capitalistico occidentale. L’indipendentismo delle Nazioni Senza Stato, in primis, dovrà rilanciare lo slogan della “diserzione” e dell’obiezione civile. I nostri popoli “diserteranno” le scelte guerrafondaie degli Stati militarizzati, malati di “patriottismo neofascista” che imperversano sulla nostra “pacifica” società. (Scusate la lungaggine).