Una risposta a Il Post: davvero i sardi si sono stancati del turismo per ricchi?

Un articolo pubblicato su Il Post qualche giorno fa, intitolato: “I sardi si sono stancati del turismo per ricchi”, è stato accolto sui social da commenti di continentali preoccupati dal fatto che “i sardi dicono di no a tutto, di cosa vogliono campare?” e che non capiscono le lamentele visto che il turismo “porta ricchezza e posti di lavoro”.

Chi parla e con chi? 

Un giornale italiano che partecipa all’organizzazione del sapere con una prospettiva focalizzata su un pubblico che si vorrebbe ampio, ma non si interroga prima di trattare quella che non si percepisce neanche come una realtà subalterna. Questa è la prima deviazione di uno sguardo portatore di privilegio e di potere. Parla della Sardegna al lettore italiano senza in realtà dare chiavi di lettura e reiterando dinamiche di oppressione. 

Il Post è un giornale ritenuto progressista, che adotta uno stile neutrale (apparentemente) nel suo essere analitico e quasi didascalico. In realtà qui si capisce bene che non basta lavorare sul linguaggio se il punto di vista non viene sottoposto a una doverosa verifica della presenza di eventuali bias. Questo articolo sembra (e magari negli intenti è così) voler dare spazio alla protesta sarda ma rivela una prospettiva distorta e superficiale sulla Sardegna data dalla scarsa conoscenza e dalla (molto grave visto che si posizionano come neutrali) inconsapevolezza di stare parlando di un contesto subalterno e marginalizzato.

La protesta sul resort viene ricondotta a una più ampia protesta senza definirla. Il soggetto implicito è un osservatore esterno che arriva in Sardegna e interpreta ciò che sta accadendo per spiegarlo ai continentali senza dare loro strumenti reali di comprensione del contesto. Da quando semplificare e banalizzare sono sinonimi?

L’articolo porta come esempio di questa presunta crociata sarda contro i ricchi la protesta a Lu Fenosu. Nell’articolo si legge: ”Cala Finanza, o Lu Fenosu, come viene chiamata in sardo, si trova nel comune di Loiri Porto San Paolo, in provincia di Gallura Nord-Est.” Sembra una frase neutra ma non lo è: le lingue e i nomi dei luoghi sono dispositivi di sguardo e di potere. Siamo di fronte al meccanismo dell’occupazione simbolica esercitata a danno della cultura sarda. Il toponimo italiano è presentato come “IL nome del luogo”, mentre quello locale viene presentato come una denominazione alternativa. Inoltre si cancella la specificità della lingua che si parla nell’area della Sardegna interessata, ovvero il gallurese.

Si parla poi della presenza di attivisti ambientalisti, ignorando il tessuto molteplice dei comitati sardi che non sono “semplicemente” dediti alla difesa ambientale, ma che da decenni si mobilitano per proteggere la Sardegna da investimenti esterni di dubbio valore economico e sociale, oltre che ambientale. Questi comitati, inoltre, non si riducono a Surra, che ha una sua linea ben distinta da quelle di altre associazioni. La realtà sarda è complessa e meriterebbe più attenzione nella sua descrizione

Dopo aver riassunto brevemente (e forse un po’ superficialmente) quanto accaduto a Lu Fenosu, l’articolo prosegue: “Le proteste contro il resort si sono sommate a rivendicazioni molto più radicate ed estreme: quelle per la tutela di tutto il territorio sardo dall’eccesso di turisti, yacht e alberghi di lusso […]”

In questa descrizione le lotte per l’emancipazione sono svuotate delle cause storiche e strutturali alla base delle rivendicazioni di una parte della società sarda. Nel definirle “estreme”, il discorso egemonico definisce ciò che è “ragionevole” (protestare contro l’iperturismo) e confina le istanze indipendentiste nell’alveo del radicalismo e dell’irrazionale

Nell’articolo, inoltre, le frasi in lingua sarda, slogan politicamente connotati come l’espressione “a foras”, che si lega ad esempio alla lotta antimilitarista e che farebbe emergere l’intersezione tra le rivendicazioni sarde, vengono virgolettati e isolati, atteggiamento rivelatorio del condizionamento orientalista della creazione dell’altro da sé. Barbaro, incivile nella misura in cui non si integra, si autoafferma secondo il principio della diversità linguistica, legittimata solo quando intrattiene.

Cosa scatena “l’estremismo e la radicalizzazione” di questi attivisti?

L’impatto antropico sull’isola si concretizza in consumo di suolo e trasformazione delle coste: hotel, seconde case, villaggi turistici, porti, strade e parcheggi aumentano l’urbanizzazione delle zone costiere. Questo frammenta e modifica habitat naturali e paesaggi; 

consumo di acqua: in una delle regioni a maggior rischio di desertificazione in Europa il problema è rilevante. La pressione turistica si concentra in estate, quando l’acqua già scarseggia. Piscine e strutture ricettive aumentano lo stress idrico; 

produzione di rifiuti e acque reflue: nei comuni turistici la popolazione può aumentare enormemente durante l’estate (ad Alghero nel 2023 si sono registrati 373.767 arrivi turistici e 1.594.558 presenze, a fronte di una popolazione di circa 40 mila abitanti). Questo contribuisce a produrre ingenti quantità di rifiuti e mette sotto pressione depuratori, reti fognarie e sistemi di raccolta pensati per una popolazione residente molto più piccola. Quest’estate circa venti comuni hanno interrotto la raccolta della plastica perché i centri sono saturi e la stagione particolarmente calda, col conseguente consumo di bottigliette d’acqua, probabilmente non ha aiutato. Senza contare l’attuale sistema di raccolta porta a porta dei rifiuti che può favorire l’abbandono degli stessi lungo le strade; 

emissioni di CO₂: una parte significativa dell’impronta climatica deriva dagli spostamenti. Per raggiungere un’isola sono normalmente necessari aereo o traghetto, ai quali si aggiunge spesso l’utilizzo dell’automobile durante il soggiorno. Cara RAS come va con i voli interni? 

pressione sugli ecosistemi marini e costieri: l’elevata presenza sulle spiagge, il calpestio delle dune, gli ancoraggi e le attività ricreative possono danneggiare habitat sensibili come le praterie di Posidonia oceanica, le “schifosissime alghe” che sono in realtà una pianta fondamentale per la biodiversità e per la protezione delle coste dall’erosione: sono utili anche da secche, perché è la loro stratificazione con la sabbia che ci permette di avere delle spiagge, nonostante ogni anno si ripresenti la questione del “sono un cattivo biglietto da visita per i turisti, vanno ripulite”. La natura ha un suo equilibrio che non necessita alcuna pulizia, semmai di manutenzione, come accade(va) per la legna nei boschi o l’erba secca nei campi per ragioni di sicurezza. La questione Posidonia è meramente estetica.

perdita di biodiversità e disturbo della fauna: la presenza di grandi quantità di persone, imbarcazioni, traffico e rumore in aree naturali disturba specie terrestri e marine e contribuisce a degradare habitat vulnerabili. Quest’anno abbiamo visto parecchi video social di cinghiali e volpi che si avvicinavano alle spiagge e ai bagnanti, alcuni persino nutriti come animali domestici.

Infine, c’è  il problema dell’impatto concentrato maggiormente negli stessi luoghi e negli stessi periodi.

L’accanimento contro gli yacht è causato dall’invidia per i ricchi?

Nel periodo giugno-settembre 2025, il sistema Pelagus della Guardia Costiera ha rilevato 3.114 yacht unici, per un totale di 93.450 rilevazioni di navigazione nella sola Gallura, nell’area che comprende Costa Smeralda, Arcipelago di La Maddalena, Santa Teresa Gallura e San Teodoro. Rispetto all’estate del 2024 l’aumento è stato del 15,8%. Fra quelli sono stati identificati 347 superyacht, cioè yacht di almeno 24 metri. L’inquinamento acustico subacqueo prodotto da yacht e superyacht è una pressione ambientale importante: il suono sott’acqua si propaga molto efficacemente, perciò una barca non deve necessariamente passare a pochi metri da un animale per interferire con il suo ambiente acustico. 

Nel 2020, nell’Area Marina Protetta Capo Caccia–Isola Piana, dei ricercatori hanno installato registratori subacquei scoprendo che i livelli sonori erano significativamente superiori durante il giorno proprio a causa dell’elevato numero di imbarcazioni. Il rumore antropico arrivava a dominare il paesaggio sonoro subacqueo; il picco fu rilevato persino nella zona a protezione integrale. L’Unione Europea considera esplicitamente il rumore subacqueo una pressione sull’ambiente marino nel Descriptor 11 della Marine Strategy Framework Directive, riconoscendo possibili danni alla biodiversità, disturbi comportamentali e compromissione dell’udito della fauna. In parole povere, gli animali marini potrebbero non riuscire a comunicare con il proprio gruppo né a percepire i predatori; potrebbero inoltre abbandonare ripetutamente i loro habitat, avere problemi a nutrirsi, riposarsi e orientarsi. Con buona pace di chi sostiene che gli yacht “portano valore perché l’IVA è pagata in Italia”: l’IVA è un’imposta statale e il fatto che venga versata in Italia non significa che il corrispondente gettito rimanga sul territorio sardo, mentre una parte rilevante dei costi ambientali della presenza di queste imbarcazioni è necessariamente locale. Inoltre, non tutte le imbarcazioni che transitano nelle acque sarde sono italiane, né tutte le operazioni che le riguardano sono necessariamente soggette all’IVA italiana. Non dimentichiamo poi il rilascio di CO₂, NOx e particolato, lo scarico di reflui, acque grigie, acque di sentina e il rischio di sversamenti accidentali (come già avvenuto in passato) e l’attrito sui fondali delle catene e loro ancore che danneggia la Posidonia.

Vi immaginate migliaia di SUV fare avanti e indietro per i boschi e organizzare feste dove si pompa la musica nelle casse e si canta a squarciagola fra gli alberi? 

Siamo stati abituati a vedere il mare come divertimento e a pretendere di consumarlo come pare e piace a noi, ricchi e poveri. Chiaramente poi ognuno impatta proporzionalmente e mi dispiace dissentire rispetto alle parole dell’Assessore Cuccureddu che, come riporta l’articolo de Il Post, dichiara che l’obiettivo della Regione sarebbe attirare un certo tipo di turista con grandi capacità di spesa e rispettoso dell’ambiente. Dubito che questa accoppiata di virtù sia facilmente ottenibile, ma d’altronde “non tutti possono permettersi la Sardegna”, dice sempre Cuccureddu. Infatti ha ragione: gli stessi sardi residenti in Sardegna non se la possono più permettere, perché grazie a questa aspirazione sarda alla mono-economia, è sempre più difficile affittare o comprare casa: gli immobili sono per i turisti, per i nomadi digitali e per chi ha le tasche piene. Per non parlare degli aumenti dei prezzi di generi alimentari e dei ristoranti a fronte di stipendi mediamente normali o in zone depresse economicamente e con gravi problemi di disoccupazione. 

Ma non importa, perché abbiamo delle bellissime notizie! Intanto l’insularità ci protegge naturalmente dal sovraffollamento turistico, perché, come ci ricorda l’Assessore nell’articolo, essendo la Sardegna un’isola, gli arrivi sono “naturalmente contingentati”. Allo stesso tempo, per fortuna, l’insularità non ha impedito l’aumento del numero degli ospiti: nel 2025 la Sardegna ha registrato oltre 5 milioni di arrivi. In percentuale, l’aumento di presenze rispetto al 2024 è stato del 15,9% e rispetto al 2023 di ben il 34,2%. Inoltre la Sardegna è sempre più meta del turismo internazionale. Se l’aumento delle presenze degli italiani è stato di circa il 10% sul 2024 e del 19% sul 2023, quello degli stranieri è stato del 21,5% rispetto all’anno precedente e di circa il 50% rispetto al 2023 .

 La Regione Sardegna, il 23 luglio 2026, ha comunicato che tra gennaio e giugno 2026 le presenze turistiche sono aumentate dell’8,24% rispetto allo stesso periodo del 2025. La crescita è trainata soprattutto dagli stranieri: +11,44%, contro +4,04% degli italiani. Dice bene Cuccureddu: i nostri competitors ora sono la Polinesia francese, la Thailandia, le Maldive e Mykonos. Tutti posti nei quali, si sa, gli indigeni si sono arricchiti grazie ai turisti. La Sardegna, essendo una terra magica, vive in un limbo nel quale è allo stesso tempo periferica rispetto alla continuità territoriale italiana e collegata a New York con volo diretto: ciò le permette sia la naturale contenzione che il prezioso incremento di peso antropico.

Di cosa vogliono vivere i sardi e perché sono ingrati verso chi porta loro denaro e lavoro?

Nel 2024, la filiera turistica ha generato circa 6,8 miliardi di euro di valore aggiunto diretto e indiretto, pari, secondo la ricerca, a circa il 19% del valore aggiunto complessivo della Sardegna. Per avere un termine di paragone, questi 6,8 miliardi equivalgono numericamente a circa il 16% dei 43,4 miliardi di euro del PIL regionale nello stesso anno. Il turismo è attualmente un settore importante, ma non costituisce affatto la maggioranza dell’economia sarda.

Il fatto che il turismo generi una quota rilevante del valore aggiunto regionale non dice come tale ricchezza venga distribuita, né consente di ignorarne i costi sociali, ambientali e infrastrutturali. Il punto non è negare che il turismo produca ricchezza, ma chiedersi chi ne giovi e a fronte di quali costi per il territorio. Sono pochi gli economisti importanti che sostengono che un territorio debba basarsi quasi esclusivamente sul turismo. Più comune è la tesi secondo cui una forte specializzazione turistica può essere una strategia razionale di crescita, soprattutto per piccole economie ricche di risorse naturali. Anche la letteratura favorevole alla tourism-led growth dimostra essenzialmente che il turismo può trainare la crescita, non che massimizzare indefinitamente la quota di turismo nell’economia sia ottimale. E alcuni risultati successivi indicano esattamente il contrario: oltre un certo grado di specializzazione i benefici marginali diminuiscono e aumenta l’importanza della diversificazione.

In parole semplici: il turismo sardo specializzato nel patrimonio marittimo, costiero, paesaggistico e naturalistico è stato trainante per un periodo, ma arriverà (o è già arrivato) un momento in cui i benefici non saranno maggiori dei costi che si concretizzano in nuovi parcheggi, strade, depuratori, maggiore raccolta dei rifiuti, cementificazione delle coste, case più costose, maggiore costo della vita, più traffico, più consumo d’acqua, più inquinamento. 

Resta poi da sfatare il mito dei sardi arricchiti dal turismo. Una parte rilevante delle proprietà e dei capitali è esterna all’isola; ai sardi resta spesso invece il ruolo di forza lavoro stagionale, in un settore caratterizzato da precarietà, bassi salari e limitate prospettive di carriera. Il punto non è quindi soltanto quanta ricchezza produce il turismo, ma chi possieda gli strumenti che la producono e quale parte di quella ricchezza rimanga effettivamente sul territorio. Inoltre, non tutte le persone sarde aspirano a lavorare nel settore turistico, ma se il turismo continua a espandersi, diventando sempre più importante, aumenta la domanda di camerieri, cuochi, receptionist, personale delle pulizie, manutentori, addetti agli stabilimenti, autisti ecc. Perciò per i giovani diventa facile trovare lavoro (povero) nel turismo, mentre gli altri settori crescerebbero sempre meno e quelli che aspirano a un altro tipo di carriera dovrebbero andare via, come già fanno.

Il territorio mette a disposizione paesaggio, coste, acqua, infrastrutture e lavoro, mentre le rendite finiscono nelle tasche altrui: questo permette di capire perché PIL e benessere della popolazione residente non siano la stessa cosa. Il turismo è un’azienda che obbliga tutto un territorio a sobbarcarsi dei costi sociali ed economici, senza dare quasi nulla in cambio. Abitare in un posto di vacanze significa rinunciare a vivere il centro storico, rinunciare ad accedere a posti naturali del proprio territorio, essere ospiti a casa propria, dover adeguarsi alle tasche dei viaggiatori, gestire (o subire) inquinamento di cui non si è responsabili, non trovare casa, accettare la progressiva folklorizzazione delle proprie identità e cultura. Non è vero che la filiera del turismo si basi esclusivamente su stabilimenti, alberghi, parcheggi, bar, ristoranti, artigianato: principalmente si basa su persone che, pur non lavorando nell’ambito, vengono vendute assieme alla terra.

Di cosa vogliono vivere, quindi, i sardi che “ultimamente dicono no a tutto” come afferma un commentatore de Il Post su Facebook? Forse della possibilità di investire in prima persona nelle proprie risorse, non solo paesaggistiche, ma anche umane, in modo sostenibile, senza essere sfruttati. Potendo scegliere tra diverse opzioni e curando una propria agenda di interessi. Questo può essere concretizzato solo col coinvolgimento della popolazione dal basso, tramite i comitati locali e con politiche mirate a investire in una seria e variegata formazione per i giovani sardi.

Fonti:

https://www.regione.sardegna.it/notizie/turismo-in-sardegna-flussi-record-l-istat-certifica-che-la-sardegna

https://www.regione.sardegna.it/notizie/turismo-in-sardegna-flussi-record-con-un-15-assessore-cuccureddu-crescita-esponenziale-mai-riscontrata-prima-che-conferma-la-validita-delle-politiche-messe-in-campo-dalla-regione

https://osservatorio.sardegnaturismo.it/it/report

https://www.cipnes.eu/news/nautica-/studio-arrivi-superyacht-in-gallura-2025

https://pressmare.it/it/comunicazione/press-mare/2025-12-13/superyacht-gallura-2025-3114-unita-tracciate-16-su-2024-87466

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/35003918

https://group.bper.it/documents/d/bper-istituzionale/economia_del_turismo_indagine_campionaria_bper_completa

https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/economie-regionali/2026/2026-0020/2620-sardegna.pdf?language_id=1

NDR: nel documento BPER il dato 6,8 miliardi / 18,6%, arrotondato al 19% nell’articolo, si trova a pagina 14; nel rapporto Banca d’Italia il dato PIL 2024 = 43,438 miliardi di euro è nella tabella a pagina 57 del PDF.


Immagine: pexels

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