Il marketing di Salmo, Olbia e la romanticizzazione delle stronzate

Qualche giorno fa, scorrendo le stories di Instagram mi sono imbattuto in un video di Salmo accompagnato dal commento sdegnato di Futta, nome d’arte di Riccardo Anedda, un rapper e attivista di Sassari che stimo molto. Il fatto mi ha innescato istintivamente. 
Di solito non commento le interviste dei divi rap come Salmo. 
So che possono contenere considerazioni sopra le righe e che spesso si tratta di marketing. 

Poi però ho notato quanto il video fosse già stato ricondiviso e il commento di Riccardo mi sembrava interessante, così ho deciso di prestare più attenzione.

Nella clip in questione si vede Salmo, nome d’arte di Maurizio Pisciottu, che racconta del proprio passato e della sua scelta di non presentarsi all’Italia come il solito “rapper sardo in berritta e vellutino”. Continua dicendo di essersi recentemente riconciliato con la Sardegna e di aver iniziato così a “camminare scalzo e ad abbracciare gli alberi”, almeno quando torna sull’Isola. “Quando sei in corsa” dice “la prima cosa che cerchi sono i soldi per restare tranquillo ma dopo un po’ ti accorgi che non era quello che stavi cercando. Dopo che ti sei accomodato e hai aiutato i tuoi genitori, quello che cerchi è la pace. E io qui l’ho trovata”. 

Il video era l’estratto di un’intervista realizzata da ESSE Magazine e prodotta in occasione dell’inaugurazione del Lebonski Park di Arzachena. Le immagini dell’artista che dialoga con l’intervistatore si alternano a quelle dello spettacolo tenutosi durante la serata inaugurale del parco. 

Si parla quindi del rapporto con l’identità sarda e su quanto la “sardità” incida sulla sua musica e sul progetto del parco a tema; sull’essere più o meno schierati politicamente; sul suo rapporto con la performance live e del famigerato caso dei concerti abusivi ai tempi del covid. 

Il tutto segue alle esternazioni del rapper di qualche ora precedenti, sul suo melanoma e sulla presunta cancerogenicità delle creme solari, che tanto hanno fatto e fanno discutere. 

Ora, come dicevo, non ne so abbastanza di rap, sono anche discretamente abituato a sentire stupidaggini antiscientifiche, ma approfondendo ho notato qualcosa di quello che fa Salmo che mi ha colpito ed è una cosa che ho visto fare a molte altre persone ultimamente. 

Salmo parla di politica e ne parla in continuazione, ma sembra non volere che si noti troppo. 

Attenzione. Non mi riferisco a quando nell’ultimo pezzo uscito “ALL INN” , sembra fare dei riferimenti ad Israele, contro il sionismo e i fascisti. Quei riferimenti arrivano dopo un grande periodo di dibattito nel mondo della musica sull’opportunità dell* artist* di essere schierat* contro il genocidio o meno. Sono scelte molto ben calibrate e si potrebbe considerare il meno peggio il fatto che un artista si esponga “solo in questi termini” in contrapposizione con colleghi che magari si schierano apertamente contro il genocidio palestinese e poi fanno affari con Mc Donald. Parlo di altro. Mi riferisco a quando Salmo dice che ha fatto pace con la Sardegna e viene qui per staccare, (nel suo ranch); parlo di quando lui e il fratello dicono di voler fare qualcosa per destagionalizzare il turismo e poi aprono un parco giochi a luglio, determinando, con l’ennesimo grande evento, l’ulteriore intasamento della strada che va da Arzachena ad Olbia; parlo dei gruppi folk dentro quel parco a tema e dell’immaginario attorno a cui l’operazione è costruita. Questa per me è politica.

La politica di cui si parla male e la politica di cui non si parla per niente 

Come molti personaggi pubblici forse Salmo non sa di non potersi liberare della politica, che ci attraversa volenti o nolenti, qualunque cosa facciamo, oppure cerca di smarcarsi proprio perché sa che superato un certo livello di popolarità e ricchezza quello che fai è molto politico anche se ti limiti a spostare i tuoi soldi da una tasca all’altra dei pantaloni, così quando la cosa si fa evidente, quando le sue scelte diventano veramente determinanti e qualcuno gliene chiede conto, a quel punto parla di espressione artistica.
Che è un po’ come scorreggiare al cenone di natale e pretendere che tutt* ci ridano sopra. 

Questo costante esercizio di deresponsabilizzazione diventa evidente in alcuni passaggi. 
Quando l’intervistatore gli chiede conto delle cose marcatamente politiche che esprime nelle sue canzoni, lui afferma: “vogliono tutti che tu dica qualcosa, poi lo dici e non gliene frega un cazzo a nessuno” “la frase classica è -fai musica non fare politica- ma non sto facendo politica sto solo dicendo quello che penso” “per fare politica dovresti avere un partito” “l’italiano dice al rapper che non dovrebbe dire niente sulla politica o su quello che succede, ma non capisce che il rap è nato cosi” “il mio obiettivo non è essere capito, è fare”. 

Da un lato sottolinea la natura politica della tradizione musicale a cui appartiene e dall’altro sente di non fare politica per via del fatto di non appartenere a nessun partito. 

Era successa la stessa cosa ai tempi del covid. 

Salmo parla spesso di come i suoi concerti siano la glorificazione di un modo di fare rap in rotta con gli standard del momento (social pompati e autotune). Si descrive come il rapper che ancora sa tenere il palco, che sa esibirsi dal vivo e affrontare una performance, anche nelle condizioni più sfavorevoli. Gli viene chiesto anche di quella volta in cui in pieno covid aveva dato appuntamento ad una folla di persone sotto la ruota panoramica del molo Brin di Olbia. La consapevolezza della fine della musica, dice, lo aveva spinto a voler terminare con un concerto anche a costo di morire. Vorrei ricordare che a morire in quel periodo erano soprattutto anziani e persone fragili che venivano puntualmente raggiunti dalla capacità di contagio massivo che contraddistingueva il dilagare del virus. 

Sia ben chiaro. Non prendo in considerazione le parole di Salmo a caso. Questo modo, quantomeno confuso di concepire l’impegno politico (o di non concepirlo), accomuna molte persone oggi.

E no, non si tratta semplicemente una disaffezione causata dalla crescente impopolarità dei partiti. Si tratta di una cronica, coltivatissima, mancanza di coscienza di classe. Di una attiva deresponsabilizzazione rispetto al potere. 

Nelle parole dell’intervista infatti non ho visto semplicemente la confessione di un artista, ma il peso di una persona, in questo caso ricca e popolare, che tratta di argomenti delicati e pretende di non impattare sull’opinione pubblica, liquidando le proprie scelte imprenditoriali ad una sorta di licenza poetica. Un vezzo. Della serie: sono un rapper, vengo dal basso, dico quello che penso, faccio cose, vedo gente, non rompetemi le palle. 

Il problema è che questa roba, tra i giovani (parlo anche dei giovani che fanno politica attivamente, anche solo sui social), è diffusissima. 

Gli effetti a lungo termine 

Tutto ciò vanifica gli sforzi di chi ha faticato esattamente come Salmo, per emanciparsi da un contesto degradato, di chi credeva in un contesto musicale hardcore in grado di porsi davvero contro il sistema. 

Oggi non abbiamo solo paura di schierarci o di apparire politicamente impegnati, stiamo evadendo dalle responsabilità che abbiamo nei confronti della collettività. Cerchiamo di attaccarci ad una qualche forma di purezza originaria del fare, come se potessimo esimerci dal prendere posizione e assumere una forma, mentre in realtà stiamo costruendo una narrazione funzionale alla crescita dell’individualismo dilagante. La forma che non scegliamo di assumere ce la dà il potere, quello che esercitiamo o quello che ci finanzia. 

A questo punto vorrei chiarire un concetto. 
Forse non sono il primo fan di Salmo, ma non ho la presunzione di credere che una persona esca dalla Zona Bandinu degli anni 80, ad Olbia e sia in grado di riempire gli stadi senza avere alcun talento. Quello che è riuscito a fare Maurizio Pisciottu, assieme alle persone che lo seguono, non è poco. Lo capisco bene anche io. È apprezzabile anche che Salmo non abbia dimenticato la propria gente e coinvolga molti olbiesi nelle proprie iniziative. 

Questo articolo infatti non tratta del valore artistico di una persona. Tratta del peso politico di un milionario olbiese, che intrattiene rapporti di natura economica con le amministrazioni delle città in cui viviamo e rilascia interviste che, nostro malgrado, una posizione politica la definiscono e influenzano il dibattito; tratta soprattutto di Olbia e del suo rapporto col potere, della mancanza cronica di una visione a lungo termine; della tendenza tossica di vivere nel “qui e ora” dalle tasche piene, aspettando che il campione di turno o il benefattore che arriva da oltremare finanzino la nostra prossima raglia collettiva.

Il rapporto che gli olbiesi hanno con Salmo e con le scelte che fa, non è molto diverso da quello che hanno col pluri-eletto sindaco Settimo Nizzi o col santo patrono Karim Aga Khan IV. 

È un rapporto che ha al centro la dipendenza economica, il sottotesto antico che dice: “come collettività non ce la possiamo fare” “vale di più la spinta propulsiva di un capo, di un gladiatore, del ricco benefattore di turno”. 

Olbia e il razzismo interiorizzato 

Il legame che Olbia ha con la povertà e con la ricchezza che viene da fuori è alla base della sua insicurezza. Mina i rapporti interni e quelli col resto della Sardegna. Quando ad Olbia trattiamo il tema dell’identità sarda questo conflitto emerge con forza. 

All* Olbiesi il dramma della povertà pesa ancora tantissimo, parliamoci chiaro. Lo percepisci quando parlano con i colleghi o i compagni di corso continentali e si vantano del mare cristallino, dei cartelli sparati e della natura “incontaminata e selvaggia”. 

Si tratta di idealizzazioni della Sardegna che apparentemente riscattano dall’appartenere ad una zona economicamente depressa, ma che rimandano a data da definirsi l’operatività necessaria alla costruzione di un benessere duraturo. “Il lavoro è fuori”, “la vita vera è fuori”, “i trasporti buoni sono fuori”. Quando Salmo racconta la sua storia, sento che per lui rappresenta qualcosa di importante. 

Il desiderio di aprirsi al mondo è legittimo e descrive un percorso evolutivo determinante e assolutamente degno di essere raccontato, ma nelle sue parole il conflitto in questione emerge chiaramente. 

Nell’intervista parla della necessità, agli albori della sua carriera, di lasciarsi la Sardegna alle spalle e sostanzialmente di non mostrarsi come quella che per lui rappresenta evidentemente l’idea stereotipata del musicista sardo che si rivolge all’esterno con la berritta in testa, il vellutino etc. 

Quando però in seguito parla del suo parco a tema dice di che gli piacciono le cose “piene di grezzura, da festa di paese” e che, di nuovo, gli piacciono le cose “popolari, di paese, sporche e piene di sabbia” la sua musica “deve puzzare” dice. È lo stereotipo della Sardegna, schiava della propria indigenza, ostile e polverosa a parlare. 

Evidentemente aver fatto un percorso artistico lungo e di successo, non corrisponde necessariamente all’aver portato avanti un percorso personale, politico, culturale di qualità. Salmo in questo caso è perfettamente capace di essere un imprenditore affermato che si è emancipato da uno stato di indigenza e al tempo stesso di confondere la povertà con l’essere sard*, il ché rivela un certo grado di razzismo interiorizzato.

Ciò pesa enormemente sull’identità delle persone più giovani a cui questo stile di pensiero si rivolge. 

L’identità, che dovrebbe essere un cammino evolutivo, diventa una prigione da cui scappare. 

La sagra di paese, un luogo comunitario, caratterizzato storicamente dal contributo spontaneo della popolazione, diventa un postaccio sporco e polveroso. L’effetto di questo modo di vederla diventa evidente nella presenza al Lebonsky Park di una serie di elementi che poco hanno a che fare con la valorizzazione del patrimonio culturale sardo, ma più con la sua folklorizzazione. 

La presenza dei costumi sardi in un parco giochi in Costa Smeralda non significa necessariamente progresso. Il deprezzamento delle feste popolari infatti, diventa in questo specifico caso, direttamente funzionale allo sfruttamento dell’abito tradizionale (oggi in realtà oggetto di grande attenzione da parte del pubblico). I gruppi folk, si riducono così ad elemosinare spazi che in realtà gli sarebbero dovuti, all’interno delle aree occupate dai privati o delle aree comunitarie che vengono erose dalla turistificazione di massa. Vedi Il centro storico di Olbia, o paesi cartolina come San Pantaleo. Accade la stessa cosa quando le maschere della tradizione vengono affittate per feste e inaugurazioni; quando le associazioni, prive di copertura economica pubblica, si indeboliscono e perdono via via autodeterminazione. Ecco che una maschera del carnevale sardo non è diversa dalla mascotte di Topolino che troveresti a Disneyland e probabilmente in questo caso ha anche meno diritti. 

Perché critico una delle poche persone che hanno portato popolarità ad Olbia? 

In sostanza credo che alcune testimonianze rischino di far passare tra chi le ascolta il messaggio per cui si può apprezzare la vita in Sardegna e il contatto con la terra, solo se questa diventa un parco giochi per pensionati, nomadi digitali o milionari in cerca della pace interiore. 

La conferma che questo modo di guardare alla Sardegna e all’identità, sia tossico, arriva quando nell’intervista Salmo dice che trova la sua pace solo ora, raggiunto un certo grado di benessere e può tornare qui per abbracciare gli alberi e camminare a piedi nudi. In questo caso, il potere che esercita da persona abbiente, non aggiunge nulla all’esperienza di chi vive con fatica e sente magari la necessità legittima di emigrare. 

Il concetto secondo cui la prosperità economica di un luogo debba passare solo per i grandi eventi, il turismo e le iniziative imprenditoriali dei privati è un falso. Gli effetti a lungo termine sono incisivi e impoveriscono il tessuto sociale. Questo tipo di visione alimenta un modello di sviluppo tristemente di casa ad Olbia e in molte altre zone del mediterraneo. 

Esasperato, venduto come la soluzione economica per eccellenza, conduce inesorabilmente alla gentrificazione e alla definitiva dismissione dei servizi pubblici di base. Una deriva che attorno ad Olbia appare sempre più evidente.

Credo sia doveroso opporre alle narrative dominanti come questa, quella per cui si possa lottare in maniera organizzata per il benessere collettivo e aspirare a produrre serenità e benessere in Sardegna, senza dover dipendere da questo modello e senza nemmeno dover uscire fuori a razziare risorse. 
Casomai idee e visioni nuove, quelle sì.


Immagine: canale Youtube Esse

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