Cari Dimònios, anche basta! Il mito tossico della Brigata Sassari va smantellato

Grancassa mediatica (soprattutto – va detto – da parte della Nuova Sardegna) per il ritorno nell’isola dei reparti della Brigata Sassari impegnati in Libano. Una missione certamente delicata e rischiosa conclusasi senza drammi. Per i militari sardo-italiani. Discorso diverso per le popolazioni del sud del Libano, sottoposte all’aggressione israeliana. Che non è certo finita.

La retorica che accompagna i Dimònios è pervasiva e insistente. È come se l’establishment politico e mediatico sardo intendesse inculcare nel pubblico il senso di immedesimazione in queste divise. Un senso di familiarità e partecipazione emotiva che poi giustificherebbe le convenzioni dell’ASPAL per il reclutamento della gioventù sarda, i legami, non sempre trasparenti, delle università col comparto militar-industriale (anche straniero e anche israeliano, anche questo va detto), il favore malcelato (le “servitù militari sostenibili”) per l’occupazione militare di una porzione rilevante del territorio sardo. Un militarismo banale e circonfuso di un’aura di buoni sentimenti e di mitologie compiacenti (l’eroismo dei sardi, lo spirito di sacrificio dei sardi, lo spirito di corpo dei sardi) a giustificazione della nostra subalternità. Subalternità meritata, in quanto saremmo una genia difettosa di per sé, da cui appunto dobbiamo riscattarci. La Brigata Sassari è uno dei dispositivi manipolatori più potenti, in questo senso. Sacrificarci per l’Italia per essere degni di essere italiani. Evviva!

Moltissime persone sarde accolgono tutto questo con un certo orgoglio. Magari non proprio con convinzione adamantina, ma insomma nemmeno col distacco e con la diffidenza che di solito la nostra gente mostra verso qualsiasi cosa suoni come ufficiale, derivante da una qualche Autorità.

Del resto, la decisione del governo italiano di ripescare la Brigata Sassari in funzione normalizzante dei rapporti tra la popolazione sarda e le forze armate è stata un colpo di genio. Malvagio, ma genio. Erano gli anni Ottanta, c’era stato il “vento sardista”, erano in corso i processi contro il “complotto separatista”, nei giornali italiani si pubblicavano vignette con un orecchio mozzato al posto della Sardegna, la maggioranza in Regione era composta dal PSdAz, diventato da poco ufficialmente indipendentista (Congresso di Porto Torres, 1981), PCI e socialisti. Una situazione estremamente delicata, in cui i malumori e le istanze emancipative emerse negli anni precedenti dalla società sarda rischiavano di trovare un punto di caduta politico addirittura a livello istituzionale. Le misure repressive dello stato non facevano che esacerbare gli animi. Le proteste contro le servitù militari erano manifestazioni di massa.

La Brigata Sassari non esisteva da decenni. Trasformata, prima della Seconda guerra mondiale, in Divisione Sardegna, poi macchiatasi di azioni non proprio edificanti nel corso delle operazioni in Jugoslavia, era rimasta solo nell’aneddotica agiografica e nei discorsi di certo identitarismo sardista non proprio aggiornato sui temi degli studi post-coloniali. Ed ecco che, nel 1988, rispuntano fuori direttamente dalla leggenda i due mitici reggimenti – 151 e 152 – e riparte la propaganda militarista con una copertura mediatica senza precedenti. E via alle celebrazioni nelle scuole (con immancabile esecuzione dell’inno di Mameli), paginate sui quotidiani, ricorrenti rievocazioni delle gesta eroiche dei sassarini sul Carso e sull’Altipiano di Asiago, video YouTube, libri, ecc. ecc. Non un minimo di pensiero critico, nessuna domanda scomoda, nessuna ricostruzione storica rigorosa e aliena da qualsiasi mistificazione. Solo gratitudine e orgoglio patriottico (italiano). 

Nemmeno le disgraziate partecipazioni alle guerre targate USA e NATO negli anni Novanta e Duemila, con un certo tributo di morti, hanno smosso l’opinione pubblica dall’oppiacea adesione sentimentale alle glorie dei Dimònios. Il trucido inno scritto dall’allora capitano Luciano Sechi di Magomadas (oggi generale), per altro nemmeno appartenente alla Brigata Sassari, divenne popolare, fino a trasformarsi in una suoneria per cellulari, cantato da diversi cori polifonici, eseguito, con grande esaltazione mediatica, nella parata del 2 giugno a Roma. 

Tutto questo delirio ha dei risvolti estremamente imbarazzanti, per molti versi, ma anche profondamente drammatici. È uno sei segnali più forti della nostra condizione deficitaria, della nostra subalternità culturale e direi morale, accettata come normale da ancora troppe persone nell’isola.

L’idea che il militarismo sia un’attitudine e un modo di vedere il mondo non solo accettabile ma addirittura onorevole è orribile, a ben guardare. Orribile di per sé, per la sua natura intimamente violenta, che prevede di combattere e uccidere qualche nemico (no, non si tratta di protezione civile), ma, nel nostro caso, anche per la sua funzione di dispositivo di sottomissione. 

E però, parliamoci chiaro: criticare la Brigata Sassari e la sua funzione politica e culturale in Sardegna è estremamente pericoloso. Si tocca un feticcio potente, si sfida la sensibilità di molte famiglie. Anche per via del numero spropositato di persone sarde arruolate nelle forze armate (senza contare quelle impiegate nelle forze dell’ordine). Lo stesso uso come sfogo occupazionale della Brigata Sassari e in generale del comparto militare e di sicurezza è un dispositivo coloniale abbastanza classico. A maggior ragione vanno svelati i risvolti oscuri della retorica militarista e della celebrazione compulsiva della Brigata Sassari, se vogliamo procedere anche di mezzo passo sulla strada della nostra liberazione, prima di tutto culturale e psicologica. Se la conquista della democrazia e dell’autodeterminazione in Sardegna costerà la rinuncia alla Brigata Sassari e a tutta la retorica relativa, è un prezzo che dovremmo essere dispost_ a pagare. 


Immagine: spotify.com

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