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La riforma e il concorso statale per le guide turistiche: il ritratto di un fallimento

Dopo oltre 10 anni di stallo, il settore delle guide turistiche è stato oggetto di una riforma su base nazionale, elaborata dal Ministero che fa capo a Daniela Santanché.
Una misura che rivela una profonda incomprensione del ruolo che le guide dovrebbero svolgere, mossa più da una finalità propagandistica che dalla volontà di risolvere l’immobilismo e i problemi che affliggono il settore, ormai diventati cronici.

Nella “nuova” concezione di guida turistica si è completamente perso il legame col territorio. Si delinea una figura interscambiabile che potenzialmente potrebbe illustrare il patrimonio culturale, archeologico, storico-artistico, ovunque in Italia.
Invece di considerare la specializzazione come un percorso formativo legato a un territorio e alle sue specificità, si è preferito associare le competenze multidisciplinari tipiche delle guide, a un sapere generico e fortemente legato all’identità nazionale italiana.

Sulla scia della discutibile campagna pubblicitaria “Open to meraviglia” la politica porta ad un livello superiore il deleterio trend americanocentrico che l’Italia, e la Sardegna, subalterna quale è, stanno adottando ormai da anni nella pianificazione dei piani strategici per lo “sviluppo” turistico.

Un aspetto mi pare particolarmente grave: il ruolo delle guide è quello (o almeno dovrebbe esserlo) di facilitare la relazione tra persone e luoghi, tra persone esterne e comunità. Per farlo, non bastano la conoscenza di più lingue o possedere nozioni e saperle trasmettere, né -tantomeno- basta essere persone appassionate. È importante avere un legame emotivo, affettivo con quei luoghi. Posto che l’identità è qualcosa di dinamico e fluido (senza voler in alcun modo cedere all’essenzialismo) “essere radicata” è un requisito fondamentale per una guida.

Fruire di un luogo in modo rispettoso implica la consapevolezza di entrare in contatto con la cultura autoctona attraverso una porta che può essere aperta solo dall’interno. Si può fare solo ascoltando e facendo spazio alla voce delle persone che vi appartengono e – nel caso delle guide – che la conoscono approfonditamente.

Questa riforma sembra disegnata sullo stereotipo della “guida con l’ombrellino” che somministra informazioni generiche e lavora principalmente con stranieri nell’ambito di un turismo mordi e fuggi, superficiale e banalizzante.

Pensiamo alla toponomastica, a quanto sia importante rispettare la dicitura corretta dei nomi di località, monumenti, persone. Ma non solo: con la facilità di reperimento di informazioni di oggi, l’unico motivo per cui val la pena pagare una guida è accedere a prospettive e conoscenze non facilmente reperibili in altra maniera.

Equiparare le guide su base nazionale significa svalutare le specificità, secondo un’ottica di standardizzazione nazionale italiana e internazionale, funzionale al consumismo più rapace e becero, che fa da sponda alla diffusione di modelli esterni e a forme di colonizzazione e de-culturazione.

Il carattere fallimentare e per nulla lungimirante di questa riforma emerge nella prova d’esame. Che non è solo la manifestazione di quanto detto sopra, ma dimostra anche che l’obiettivo non è mai stato regolarizzare le guide che hanno operato da abusive o sotto altre diciture per costrizione -e non necessariamente per malafede-, o aumentare il numero degli operatori, ma fare propaganda. Facendo leva proprio su questo e di fatto illudendo le aspiranti guide, è una misura da rivendicare come la prima dopo tanti anni, ma che non ha cambiato granché.

Il concorso su base nazionale prevedeva un programma vastissimo, praticamente inaffrontabile vista l’ampiezza della materia. Questo ha scoraggiato molte persone, dato che l’investimento in tempo e studio non si traduce in un’assunzione, come avviene in altri concorsi, ma solo nell’ottenimento di un’abilitazione che immette in un settore afflitto da precariato, paghe basse, tutele inesistenti e contratti iniqui, a fronte delle competenze richieste.

Delle più di ventimila (29.228, stando a Mi Riconosci) domande, solo 12.191 hanno affrontato la prova. L’hanno passata 230 candidatə, che ora dovranno affrontare altre due prove. Giova ribadire chesi vince una qualifica e poi ci si deve trovare lavoro da sé.

Inutile dire che questa riforma ha uniformato le regole e i requisiti d’accesso all’abilitazione, ma lascia la determinazione dei compensi, come la tariffa oraria o giornaliera, alla contrattazione collettiva e alle dinamiche di mercato. Si parla di paghe da fame, a fronte di notevoli responsabilità, delle competenze richieste e delle difficoltà di gestione a livello fiscale.

Dopo anni di stallo che hanno amplificato le criticità di un settore sempre più in sofferenza, la politica si è rivelata non all’altezza di farsi carico della situazione, limitandosi a correre appresso ai tempi del PNRR.

Questo disastro è frutto di una lunga deriva le cui conseguenze impongono di interrogarsi sul rapporto che oggi diamo per scontato, ma che tale non è, tra cultura (e concetti come la tutela e la valorizzazione) e turistificazione.


Immagine: Vistanet

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