Intervista ad Andrea Laterza, presidente uscente dell’Assemblea Natzionale Sarda

de Ninni Tedesco

Ciao Andrea
Ciao a te Ninni e a tutti i lettori di S’Indipendente.

Il 2022 si è appena concluso. Che bilancio fai di questo anno? 
Abbiamo raddoppiato il numero di iscritti e realizzato degli eventi importanti come Sa Die de sa Sardigna e il festival Fàulas, ma è stato soprattutto un anno di costruzione per mettere fondamenta solide all’Assemblea.  

Sa Die e Fàulas: due eventi importanti per ANS? 
Certamente. È stato per noi un grande sforzo e possiamo andarne orgogliosi, ma è solo il primo anno: sono due eventi che cresceranno col tempo.  

Perché questi eventi? 
Sa Die è la festa nazionale dei sardi, che c’è, ma che di fatto non si festeggia. Facciamo la nostra parte e lavoriamo perché sia finalmente una festa laica, sentita e partecipata. Una festa di popolo.  Con Fàulas ad Oristano abbiamo provato a ribaltare alcuni luoghi comuni sulla Sardegna, decostruendo la narrazione egemone per ricostruirne una più fedele e autocentrata. La Sardegna ha bisogno di fare pace con la propria identità: l’autodeterminazione è impossibile se non si ha vera coscienza di sé.

Due importanti eventi nazionali. E a livello territoriale? 
Sono davvero molto orgoglioso del lavoro fatto dai territori costruendo reti per una relazione equilibrata tra città e comunità locali. Un lavoro che ha portato ai progetti su lingua e storia sarda a scuola: le basi di una comunità nazionale. Poi gli accordi con i Comuni per l’ambiente, la raccolta di 30.000 Sardex per l’incendio in Montiferru e tanto altro.  

Hai rimpianti? 
Più che rimpianti questioni in sospeso. Mi sarebbe piaciuto avere più tempo per la costruzione di reti con esperienze già esistenti. Avrei anche voluto dare spazio a tante idee che sono rimaste ‘in attesa’ ma è un sentimento che condivido con molti soci. Il lavoro che abbiamo davanti per costruire un percorso di autodeterminazione è enorme. Abbiamo fatto tanto con pochissimo e ne vado orgoglioso ma bisogna fare i conti col ‘possibile’.  

Cosa è mancato?  
Più risorse, più soci, più presenza territoriale. Per questo faccio un appello ad iscriversi e a donare. È anche l’inizio dell’anno nuovo: è tempo di buoni propositi!  

Uno spot pubblicitario…? 
(Sorride) Un po’, ma per una giusta causa.  

Stai dicendo che ANS ha un potenziale inespresso? 
Enorme! Ci credo profondamente. ANS può essere uno strumento formidabile per raggiungere presto obiettivi che ora sembrano lontani. Può essere un moltiplicatore, perché capace di parlare alla società intercettando persone che diversamente non si avvicinerebbero ai nostri valori. Chi ha visto con i suoi occhi e da vicino ciò che facciamo l’ha capito. Se avessimo più risorse potremmo fare dei nostri eventi momenti capaci di incidere davvero nell’opinione pubblica. ANS può essere uno strumento strategico al servizio di tutto il mondo dell’autodeterminazione. Dobbiamo costruire egemonia culturale: senza, l’indipendentismo non cresce.  

Cosa fa la differenza?  
È lo spirito di ANS. La diversità ideologica è una ricchezza e non un problema. Ciascuno ha le sue idee e le sue preferenze, vota o milita per il partito che preferisce. Ma questo rimane fuori dal lavoro di ANS. Dentro collaboriamo tutti ad un obiettivo comune. 

Sai che ancora molti sono diffidenti e si chiedono se ANS può diventare un partito?
Questa di ANS che vuole essere un partito è una leggenda metropolitana e spero che non ci creda più nessuno dopo tre anni che esistiamo.  

Ma il vostro lavoro non potevano farlo i partiti che già ci sono? 
I partiti sono strumenti fondamentali. Per loro natura si occupano di tutto però non possono fare tutto. La nostre sono società complesse e realtà come ANS servono a completare il quadro. È quello che in altri ambiti fanno i sindacati, le associazioni ambientaliste o per i diritti umani. Noi possiamo fare cose che i partiti non possono fare.  

Ad esempio? 
ANS può essere trasversale. Possiamo costruire reti con realtà che con i partiti non dialogherebbero per ovvie barriere ideologiche. Possiamo lavorare nella società civile, fuori da scadenze elettorali con l’obiettivo di costruire condizioni fertili, producendo un cambiamento culturale per una Sardegna indipendente. Stiamo seminando e chi deve ne raccoglierà i frutti. 

Due ruoli distinti?  
Esatto. I partiti e i movimenti, soprattutto quelli indipendentisti, conoscono il cammino catalano, come quello di altre nazioni senza stato. Sono sicuro che hanno compreso l’importanza di una realtà come ANS e che non ci vedono come un competitore ma come un aiuto funzionale. Più noi abbiamo forza, più cresce la sensibilità e il consenso per una proposta finalmente alternativa.  

L’anno 2022 è ormai alle spalle. Qual è il momento che ricorderai di più?
La commemorazione dei Martiri sardi, il 28 aprile in occasione di Sa Die a Casteddu. Con Maurizio Onnis (CdL) abbiamo deposto una corona di fiori ma non è stata solo una formalità, è stato un momento dalla sacralità laica. Ricordare chi ha dato la vita per la nostra libertà è commuovente. Ho pensato molto a quanto poco diamo dignità al ricordo dei nostri martiri. Al vuoto lasciato dalle nostre istituzioni. Ho sentito il peso della responsabilità di riempire quel vuoto. Con umiltà ma anche con la consapevolezza della grandezza di quel gesto.  

Di questo anno da presidente cosa ti porti a casa? 
Ho imparato che ci vuole pazienza. La pazienza di attendere che le cose maturino. Ci vuole generosità: è difficile in un’epoca individualista ma è necessaria per dialogare, fare mediazioni e compromessi. E poi ho imparato che non ci mancano le idee ma le “infrastrutture” per metterle in pratica con continuità.  

Cioè? 
È semplice dire “voglio una Sardegna indipendente” o “voglio un percorso di autodeterminazione”. Ma a volte non ci rendiamo pienamente conto di quanto sia complesso: non stiamo facendo una mera proposta politica, stiamo prospettando un processo storico.  

Un progetto a lungo termine, intendi?  
Sì. Quanto lungo dipende dalle nostre capacità e dalle generosità nel dialogo con gli altri. Ma soprattutto dipende dalla continuità. Purtroppo sono anni che saltiamo da un progetto all’altro: una specie di consumismo della politica. Ma così non costruiamo nulla.  

C’è chi dice che non bisogna affezionarsi troppo alle strutture… 
Vero. Non devono mai fagocitare tutto, ma non devono neanche essere buttate via per una nuova come i vestiti low cost dopo una stagione. Le strutture – vale anche per ANS – vanno accudite. I progetti politici nascono con l’entusiasmo, ma vivono grazie al lavoro. Non è sempre divertente, richiede sforzo. Ma senza sforzo, pazienza e progettualità i processi rimangono sospesi. Nulla si compie e alla lunga accumuliamo fallimenti collettivi e un costante senso di delusione e impotenza.  Siamo abituati ad un mondo veloce ma per quanto accelerati, i processi storici, richiedono progettualità, tempo e continuità. Le “infrastrutture” per le idee sono fondamentali.  

Non ti sei ricandidato. Perché? 
È una scelta personale e necessaria, legata a lavoro e formazione. Passerò metà del 2023 a Barcellona e ANS ha bisogno di un presidente in Sardegna. Il nuovo presidente per volere dell’Assemblea è Riccardo Pisu. Una persona capace e per bene che non si risparmierà. Sono felice che sia lui a prendere il mio posto.  

Stiamo per finire. Tema a piacere: c’è qualcosa che vuoi aggiungere?  
Sì, sul futuro. Chiunque di noi voglia una Sardegna prospera e indipendente ha un obiettivo comune. Non importa da dove veniamo o in che modo pensiamo di arrivarci ma dobbiamo camminare insieme. Non è una scelta ma una necessità. Una condizione che mette la storia. 
L’indipendenza formale presto o tardi arriverà. La nostra generazione è dentro un processo con radici antiche: non è chiamata a fare testimonianza ma a fare la differenza. E oggi noi possiamo creare insieme le condizioni perché i sardi si sentano e agiscano da popolo indipendente. Ma dobbiamo unire le forze. Nessuno deve rinunciare alla propria ideologia, ai propri valori o alla storia che ha. Può continuare a difenderli con le lotte, nei partiti, in associazioni o movimenti. Ma in parallelo dobbiamo tutti/e costruire egemonia culturale. Dobbiamo darci obiettivi chiari e raggiungerli insieme. In altre parole: agire con una strategia comune. La maggioranza dei sardi intimamente desidera di governare il proprio destino. Ha solo bisogno di credere che sia possibile. Perché lo è. 

Grazie Andrea.
Grazie a te.

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