La transizione energetica non è un pranzo di gala [di Friday For Future Sardegna]

Riceviamo dalle attiviste e dagli attivisti di Fridays For Future Sardigna e pubblichiamo la loro posizione sulla transizione, che contiene una visione specifica su quello che sta avvenendo nell’isola, il cui dibattito ha preso una piega molto diversa da altre regioni.

S’Indipendente è uno spazio di dibattito aperto e libero.
Il dibattito sulla transizione in Sardegna è all’ordine del giorno, direi quasi febbrile, e si alimenta di continue notizie che provengono dai territori, non ultima “s’arrebellia de is olias”, frutto di un braccio di ferro tra le aziende che lavorano per conto di Terna e il Comitato No Tyrrhenian Link, sostenuto da tutti i Comitati.

Alcune posizioni di FFF, a parer mio, sono condivisibili, come il punto due, il mito coloniale della Sardegna come paradiso, su S’Indipendente sono stati pubblicati diversi articoli. Altre sono opinabili, a partire dal fatto che difficilmente si avrà una economia totalmente basata su produzioni FER;  la diversificazione dell’offerta è un elemento essenziale per non restare completamente alla mercé di produzioni di per sé instabili. 
O quella sui consumi, per il quale l’energia rinnovabile dovrebbe essere prodotta seguendo il principio della prossimità, se non altro per evitare la grossa dispersione di energia durante il trasporto. Dunque, più è distante il consumo, maggiore sarà l’energia creata per essere sprecata.

La speranza è che il dibattito ne esca arricchito, nel tentativo di spiegare una materia così complessa, la transizione energetica, in cui si intrecciano aspetti ingegneristici, burocratico-amministrativi, legali, e politici. Oltre che affaristici.
Buona lettura
Ivan Monni


La transizione energetica non è un pranzo di gala

Lo ammettiamo, quando abbiamo visto il nome della nostra organizzazione affianco al termine «speculazione» siamo un po’ saltati sulla sedia. Fridays For Future, in Sardegna come nel resto del mondo, ha di solito a che fare con le multinazionali dell’energia solo in due contesti: quando protestiamo contro le loro politiche, e quando le stesse multinazionali ci portano in tribunale con le accuse più varie. A parte forse quando paghiamo le (sempre più salate) bollette, insomma, i nostri rapporto con chi specula non sono idilliaci.

Per questo abbiamo apprezzato lo spazio che l’amico Ivan Monni ha dato alla nostra richiesta di rettifica, e per questo ci fa piacere essere ospitati su S’Indipendente per spiegare un po’ meglio cosa non ci convince di alcuni dei contributi sul tema pubblicati. Lo facciamo, ci teniamo a premetterlo, nel modo più costruttivo possibile: il nemico non è mai nei comitati, nei movimenti, nelle associazioni. È sempre dall’altro lato, tra consessi parlamentari e board di grandi aziende. 

Cominciamo!

Primo, la transizione energetica non è un pranzo di gala

Nell’intervista ad Antonio Muscas da cui è partita la nostra conversazione con S’Indipendente, si legge che «se dobbiamo dirla tutta, la Sardegna è molto in avanti con le FER». Una visione, temiamo, ottimista, che non trova grande riscontro nei numeri.

La Sardegna ha emissioni pro capite più alte della media italiana, un mix energetico tra i più sporchi d’Europa e una quota fossile che supera enormemente la produzione rinnovabile. 

Spesso nel dibattito pubblico si dimenticano questi dati di fatto con un insieme di sottrazioni. Quanta energia consuma la Sardegna? A questa domanda si risponde quasi sempre coi dati di Terna: anche nell’intervista si scelgono queste cifre come punto di partenza del ragionamento. Ma Terna tiene conto solo dell’energia elettrica. Tutte le auto in circolazione nell’isola, tutte le caldaie e i fornelli a gas, tutti i camion, bus, treni (pochi), tutte le industrie che non usano direttamente l’elettricità: tutto questo Terna non lo vede, semplicemente. Ma anche questa è energia, e se vogliamo parlare seriamente di decarbonizzazione dobbiamo tenerla in conto. 

Nello stesso articolo si propone di applicare al conteggio dell’energia un approccio diverso e, noi crediamo, assolutamente fondato. Calcoliamo i consumi, e non la produzione. È l’approccio usato dal movimento della post-crescita, che noi riteniamo più che condivisibile. Ma di nuovo, nell’articolo lo si usa in modo discontinuo, involontariamente errato. Se calcoliamo come emissioni sarde quelle relative al consumo e non alla produzione, sia il 40% di energia elettrica esportata sia i prodotti delle Saras ricadono non sulle nostre spalle, ma su quelle di chi quell’elettricità e quei prodotti li usa. Come spiega giustamente il pezzo. Ma al contempo, nel computo delle emissioni sarde rientrerebbero quelle relative alla produzione delle macchine che guidiamo, dei vestiti che indossiamo, delle navi e degli aerei che prendiamo, di tutto ciò che la Sardegna importa. È questo il passaggio che abbiamo l’impressione manchi nell’intervista.

Non sono disponibili – o quantomeno, non abbiamo trovato – stime delle emissioni consumption-based per la Sardegna. Ma segnaliamo che per l’Italia e per l’Europa il passaggio da calcolo della produzione a calcolo del consumo mostra un aumento delle emissioni, non una sua diminuzione.

La transizione ecologica – che non è solo energetica – è necessariamente un enorme mutamento del nostro sistema economico e delle nostre abitudini. Un cambio, crediamo, da cui ha tutto da guadagnare il 99% delle persone, e ha da perdere solo l’1% che sullo status quo guadagna. Ma appunto, questo mutamento è enorme. Tralasciare pezzi del problema (guardiamo solo all’elettricità, e solo a quella domestica, non calcoliamo l’export ma nemmeno l’import) rischia di illuderci che la partita sia più semplice di quanto non è davvero. La transizione energetica non è un pranzo di gala.

Secondo, non siamo un paradiso terrestre

Aggiungiamo una postilla al ragionamento di cui sopra, meno tecnica e più politica. Nel dibattito pubblico, anche sull’energia, prevale l’immagine della Sardegna come di una terra selvaggia, verde, incontaminata. Il ruolo dei sardi, in questa storia, è unicamente quello di custodi, martiri della conservazione.

Ma si tratta di un mito. Peggio, di un mito coloniale.

Non attribuiamo in nessun modo questa visione a S’Indipendente o alle persone citate sopra, lo diciamo fin d’ora. Ma questo stereotipo risuona spesso sulla stampa locale e nei discorsi social. La Sardegna però non è quella immaginata dai turisti. È un posto reale, vivo, abitato da un milione e mezzo di persone. È un posto con una percentuale di aree da bonificare spaventosa, servitù militari insostenibili, residui di vecchia industria decotta da smaltire. Un posto che brucia carbone, petrolio, benzina, ora purtroppo anche gas.

Non siamo una terra vergine da proteggere, ma una terra avvelenata da curare. Il nostro obiettivo come attivisti non è lasciare tutto com’è, preservare la normalità. Perché, come dice uno slogan cileno, la normalità è il problema. Il nostro obiettivo è cambiare tutto. A partire dall’energia.

Terzo, non è colpa nostra

Lo diciamo velocemente perché molti lo hanno spiegato meglio di noi (ad esempio qui e qui), ma è un passaggio politico fondamentale. Il fatto che la Sardegna abbia due centrali a carbone ancora attive, un sistema dei trasporti basato sull’auto privata e fossile, la raffineria più grande del mediterraneo, non è in nessun caso colpa dei sardi. Quando insistiamo sul fatto che la transizione in Sardegna, anche quella energetica, sia ancora lungi dal compiersi, non intendiamo suggerire una maggiore responsabilità dei sardi. Viceversa, suggeriamo che abbiamo a maggior ragione bisogno di rinnovabili, accumuli, riduzione dei consumi.

Lo stratagemma retorico per cui «la crisi climatica è colpa un po’ di tutti» serve solo ad allontanare la luce dei riflettori dai veri responsabili in giacca e cravatta. Farci concentrare sulle nostre responsabilità individuali per distrarci dalle colpe dell’industria dei fossili. Decarbonizzarci è un nostro diritto che come sardi reclamiamo. Quando il governo rimanda la chiusura delle centrali a carbone – nel silenzio della politica locale – subiamo un’ingiustizia contro la quale protestiamo. 

Non dobbiamo fare la transizione, come a volte si legge, per senso del dovere verso il resto del mondo, o perché ce lo chiedono di volta in volta l’Europa o l’Onu. Dobbiamo farla perché meritiamo di vivere senza fumi tossici, siccità, eventi metereologici estremi.

Quarto: le aree idonee, e quelle necessarie

Torniamo sulla realtà di quanto sta avvenendo in Sardegna. Ivan Monni, offrendoci gentilmente lo spazio per questo contributo, ci ha chiesto di spiegare il nostro parere sulle aree idonee. 

Sappiamo di rompere un piccolo tabù in almeno un pezzo della sinistra, ma è sano dirsi la verità. No, non esiste transizione ecologica che viva solo di solare sui tetti e di micro-eolico. Nemmeno in uno scenario decrescitista, nemmeno col massimo della tecnologia possibile, è pensabile affrancarsi dai fossili in questo modo.

L’ultimo report IPCC, la massima autorità mondiale in ambito climatico, spiega come la transizione dipenda da un mix di tecnologie, anche in campo energetico. L’autorevole Project Drawdown nel suo scenario 1.5°C inserisce il micro-eolico tra le tecnologie con minor potenziale in termini di riduzione delle emissioni, e l’eolico in-shore tradizionale come quella con più potenziale in assoluto. Il Politecnico di Milano, nel suo studio preliminare (datato 2019) per la decarbonizzazione del sistema elettrico sardo, immagina una crescita di fotovoltaico piccolo e grande ed eolico. Italia Nostra, WWF, Usb Sardegna e Cobas Sardegna nel loro Sardegna Zero CO2 (datato 2020), che propone policy per l’eliminazione del carbone, parlano anch’essi di crescita di tutte le fonti rinnovabili disponibili.

Lo diciamo con la maggior chiarezza possibile: se solo i tetti e i capannoni sono aree idonee, allora è la transizione stessa a non essere idonea. Per la gioia dei petrolieri vari, e la disperazione di chi in Sardegna dovrà vivere nei prossimi decenni.

Quinto, l’inattivismo

Michael E. Mann è uno dei climatologi più famosi al mondo. Tra i suoi contributi non direttamente scientifici c’è la popolarizzazione del termine inattivismo. L’osservazione di Mann è evidente a chiunque si occupi di clima. Da alcuni anni il negazionismo vecchio stile si è affievolito: benché ancora resista qua e là, pochi difendono pubblicamente l’idea che la crisi climatica non esista o non sia causata dall’uomo.

Ma al suo posto le stesse forze politiche hanno trovato una nuova e più efficace strategia: l’inattivismo, appunto. Si tratta di spostare l’attenzione sulle soluzioni, e non sul problema. Il riscaldamento globale esisterà pure, è il ragionamento, ma tanto-è-colpa-di-Cina-e-India, o tanto-le-rinnovabili-inquinano-uguale, o tanto-noi-siamo-solo-lo-zero-virgola-delle-emissioni. Tutti argomenti che puntano a smobilitare, far calare la pressione. Se tanto è colpa degli altri, se tanto anche le soluzioni non funzionano, tanto vale lasciare tutto com’è.

In Sardegna l’inazionismo è il vero nemico. False soluzioni (pensiamo al ruolo sproporzionato che spesso si attribuisce all’idrogeno), accuse strumentali alle rinnovabili e al resto della transizione, trovano ampissimo spazio sui media e nella politica. Dal basso, con le unghie e con i denti, dobbiamo combatterlo. 

Sesto, la giustizia climatica

Infine, se siete arrivati fin qui nella lettura, vorremmo provare a spiegare come immaginiamo noi una transizione assieme pragmatica e democratica. Perché la speculazione c’è, e se ne parla molto. L’assedio del fossile pure, anche se ormai non ne parla più nessuno.

Tre paletti. Primo, decarbonizzare è una priorità. Secondo, l’energia è un diritto, e non una merce. Terzo, a decidere devono essere i sardi.

Crediamo che la Sardegna debba dotarsi di un piano per la transizione che la porti a superare gli insufficienti obiettivi europei e nazionali, e a rendere marginale il fossile nell’arco di un decennio. Questo significa installare eolico in-shore e off-shore, solare piccolo e grande, accumuli elettrochimici ed idraulici; promuovere un piano di crescita di ferrovie e bus senza precedenti; favorire la transizione ad un alimentazione principalmente vegetale e chiudere gli allevamenti intensivi; isolare termicamente gli edifici. Crediamo che, restando sull’energia, si debba ricorrere a misure di riduzione dei consumi – a partire da mobilità e alimentazione.

Crediamo che la transizione lasciata in mano al mercato sia assieme inefficace e ingiusta. L’espianto degli ulivi dal campo di Su Pardu dimostra come senza democrazia qualunque opera produce ingiustizia. La liberalizzazione dell’energia è un errore che ancora paghiamo. La Regione dovrebbe dotarsi di un attore pubblico che installi i grandi impianti. Ha ragione Ivan Monni a dire che il grande eolico richiede capitali importanti, ma sbaglia – secondo noi – quando sostiene che per questo dovremmo rinunciarvi. Anche gli ospedali o le ferrovie costano milioni, ma non per questo vogliamo farne a meno. Questi capitali, però, possono e devono venire dal pubblico. Si parla molto di costi della transizione: ecco, in Sardegna dobbiamo iniziare a parlare di chi prende i profitti della transizione. E se a mettere pale e pannelli è la Regione, questi guadagni possono andare in welfare o bollette più basse. Nei limiti del tecnologicamente possibile, il consumo domestico deve essere aiutato dalle comunità energetiche solidali – e abbiamo a Villanovaforru un esempio virtuosissimo, come ben sanno i lettori di S’Indipendente. Questa è per noi giustizia climatica.

Nulla di quanto proponiamo succederà da solo, per la benevolenza della politica o delle aziende. Un’agenda così radicale, eppure così pragmatica, richiede una grande pressione dal basso. Lottare per questo progetto significa perdere la simpatia di alcune redazioni oggi molto amate anche nel mondo dei comitati. Ma la Sardegna ha dimostrato di saper vincere, quando si mobilita unita. Proviamo a farlo assieme?

Le attiviste e gli attivisti di Fridays For Future Sardigna


Immagine: vistanet

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