Per la Sardegna abbiamo altri traguardi. Intervista a Omar Onnis

Al via in Sardegna le prime presentazioni di “Altri traguardi” di Omar Onnis, edito da Catartica Edizioni. Il libro racconta la vicenda della candidatura della coalizione a trazione indipendentista “Sardegna Possibile” nel 2014, con un occhio alla necessità di costruire per il futuro una proposta politica per l’autodeterminazione non prigioniera di vecchie logiche gruppettare. Cristiano Sabino ha intervistato per S’Indipendente Omar Onnis, entrando direttamente nei temi caldi che tratta il libro. 


De Cristiano Sabino

1. Ciao Omar. Più volte accenni ad “azioni torbide” nella dialettica politica interna al movimento indipendentista. Puoi spiegare? 

Ciao Cristiano. Torbide, ossia non trasparenti, non chiaramente interpretabili. Che si tratti di interferenze esterne (mai da escludere, in queste faccende: dopo tutto, facciamo parte dell’Italia) o di dinamiche interne, nel tempo abbiamo assistito a varie forme di sabotaggio dei percorsi politici alternativi al blocco di potere dominante. L’indipendentismo è stato un bersaglio facile, anche per proprie responsabilità. L’ossessione del controllo da parte delle leadership, la scarsa capacità di coinvolgimento dei gruppi sociali, l’opacità interna e la scarsa propensione alla discussione pubblica (che è diversa dal bisticcio su un forum o su Facebook), la mancanza di un orizzonte strategico condiviso hanno favorito qualsiasi manovra, grande o piccola, di destabilizzazione. Gli arresti, in pieno “vento sardista”, contro il cosiddetto “complotto separatista” degli anni Ottanta, l’”operazione Arcadia” del 2006 e il “plico anonimo” di Gavino Sale del 2010, con le intercettazioni delle email private dei suoi compagni di partito, sono esempi abbastanza evidenti di questo genere di “incidenti di percorso”.  

2. Il tuo libro mette bene in evidenza come il merito principale di Sardegna Possibile sia stato, appunto, l’avere indicato l’obiettivo di una democratizzazione delle istituzioni e della stessa società civile sarda. Ma quel processo di democratizzazione si è fermato. Tutta colpa del settarismo di ProgReS che accompagna la lettura di “Altri Traguardi”?

Il settarismo di ProgReS è stato, quello sì, una sconfitta; nel senso che, alla prova decisiva, il partito si era rivelato non all’altezza del suo stesso compito. Come dico nel libro, probabilmente c’era stato anche un errore di sopravvalutazione delle nostre forze e della nostra capacità politica. Ma questo è un aspetto specifico e contingente di un problema più ampio, che non riguarda solo quel ProgReS (ora le cose potrebbero essere cambiate, non lo so). Certamente quel processo di democratizzazione non poteva essere condotto, tanto meno guidato, da un solo partito. Non solo perché non si trattava di un partito di massa (entità ormai scomparsa dalla realtà sociale attuale), ma perché quel genere di processi si realizza e può avere successo solo se le masse, o comunque una parte cospicua della cittadinanza, sono già preparate e predisposte al cambiamento, o addirittura lo chiedono. L’esempio della Catalogna è il più lampante, in questo senso. Una parte decisiva del lavoro, dunque, deve consistere nel favorire il processo di democratizzazione a un livello capillare e diffuso. Un lavoro politico profondo, che richiede la partecipazione di tante componenti sociali, culturali e politiche, al di là degli obiettivi specifici di ciascuna. E non solo in funzione elettorale, ovviamente. 

3. Non credi che al di là di un partito debole e immaturo per affrontare “altri traguardi” che non fossero l’indipendentismo identitario e chiuso in se stesso, quella candidatura sapesse un po’ di “plastica” in un momento in cui montava la rabbia sociale e i populisti si preparavano ad approfittarne? 

Il populismo montante era un elemento di disturbo, ma non un’opzione praticabile. Nello scenario sardo risultava da un lato solo l’assorbimento passivo di dinamiche mutuate dal contesto di Oltretirreno, da un altro un possibile fattore di ritardo politico. Scardinare il sistema di potere di matrice coloniale per favorire l’imporsi di un populismo confusionario, ondivago e retorico non ci sembrava una grande idea. Quando ci proposero di accentuare i toni demagogici, giustizialisti e anti-casta della nostra proposta politica opponemmo un rifiuto netto, ma non ottuso. C’erano delle ragioni profonde, dietro questa posizione. Preferivamo essere popolari, piuttosto che populisti. Non ci sentivamo “altro” rispetto all’elettorato, e non lo eravamo. Discutere nei bar di quartiere, sui posti di lavoro, con i rappresentanti dei comitati spontanei non era una concessione paternalistica ma un ritrovarci in ambienti che conoscevamo bene per esperienza diretta. Quindi, al di là delle percezioni esterne, credo che la nostra proposta fosse fatta di carne, sangue e idee, non certo di materiale inorganico. 

4. Dici che “a marginalizzare l’indipendentismo come opzione elettorale aveva contribuito sia l’ostilità di molti intellettuali, sia il trattamento dei mass media, sia la periodica repressione poliziesca e giudiziaria“. E i dirigenti indipendentisti, tutti assolti? 

Sono due livelli diversi. La capacità di influenzare le dinamiche politiche non era – ne è – in mano alle leadership indipendentiste. Il blocco storico che domina la Sardegna ha troppe risorse e troppi strumenti a propria disposizione. Da parte delle leadership indipendentiste, ma oggi direi meglio democratiche e popolari, serve uno sforzo di consapevolezza maggiore, per comprendere bene l’entità dello scontro, la dimensione della posta in gioco, e dunque per conquistare una capacità politica più evoluta e più al passo con le necessità storiche che siamo chiamati ad affrontare. In questo senso, i personalismi, le ossessioni del controllo, gli infantilismi e le fughe in avanti solitarie sono sicuramente dei difetti da cui bisognerebbe affrancarsi.

Presentazione “Altri traguardi” a Nuoro

5. Mi convince il passaggio dove sostieni che la differenza oggi in Sardegna non è tra “indipendentisti” e “non indipendentisti”, ma tra democratici critici verso i meccanismi della dipendenza e a-democratici, alcuni dei quali usano l’etichetta “indipendentista” per raggiungere scopi personali e accasarsi. Puoi approfondire? 

A-democratici e anche, in molti casi, anti-democratici. C’è molto elitarismo anti-popolare in alcuni spezzoni di indipendentismo. Specie in quelli che poi non hanno alcun problema ad accordarsi con il blocco dominante, per riceverne legittimazione e qualche ruolo dentro il “sistema” di potere. Su questi aspetti occorre essere molto chiari e molto intransigenti: o partecipi a risolvere il problema, o sei parte del problema. O sei per la democratizzazione della vita sociale e politica dell’isola, o sei favorevole alla deriva oligarchica e neo-feudale (imbastita di capitalismo parassitario) che ci sta devastando. O di qua, o di là. Ma, se scegli di stare di qua, devi anche accettare di collaborare con altre entità magari non proprio analoghe a te e di doverti come minimo confrontare apertamente e lealmente. Attribuirsi l’etichetta di indipendentisti, ormai, non ha alcun significato politico reale. Quel che conta è cosa c’è sotto l’etichetta, quali sono i tuoi obiettivi, i tuoi metodi, i tuoi valori politici. 

6. Sempre a questo proposito parli di “ghetto antropologico” dell’indipendentismo. Mi convince anche questo focus. 

Anche questo è un problema da cui dovremmo affrancarci. Una lezione importante della campagna di Sardegna Possibile 2014 è stata la scoperta che esiste una quantità notevole di persone, nell’isola, che, pur non dichiarandosi indipendentiste, sono però attratte dalla prospettiva di una autodeterminazione democratica. Dobbiamo considerarlə avversariə, o non si tratta piuttosto di compagnə di viaggio e di lotta politica che semplicemente, per ragioni diverse, vengono da altri percorsi e/o si definiscono in un altro modo? Ma il problema dell’auto-ghettizzazione antropologica dell’indipendentismo riguarda anche e soprattutto la connessione con i problemi e le dinamiche reali della società sarda odierna. A cui non basta affatto la prospettiva astratta e futuribile dell’edificazione di un nuovo stato. A chi basta, dopo tutto? A me no, per esempio. Bisogna lottare per risolvere i problemi collettivi e per rispondere ai bisogni fondamentali delle nostre comunità. La questione della forma giuridica da dare alla nostra democrazia, una volta conquistata, diciamo che è materia certamente di discussione, ma viene dopo tale conquista. Io temo molto chi sostiene di “essere” indipendentista, come se fosse una condizione personale, un’identità specifica da difendere. Se “sei” indipendentista, ho paura che farai di tutto per evitare di conseguire la stessa indipendenza. Invece lo scopo di una persona veramente indipendentista e democratica dovrebbe essere l’estinzione dell’indipendentismo. Per raggiunto obiettivo. 

7. Ciò che non mi convinceva di SP era il metodo di partire dall’alto e non dalla proposta politica. Avrei rovesciato il cono: prima i programmi e la partecipazione e poi il vertice. Le candidature indipendentiste che sono arrivate dopo (Muroni, A. Murgia, Pili) hanno riprodotto questo modello. Non credi sia ora di cambiare? 

La scelta di Sardegna Possibile 2014 era tutt’altro che calata dall’alto. Nasceva invece dalla militanza e dalle lotte, oltre che dalla discussione interna a ProgReS. Michela Murgia non era solo una scrittrice nota (benché non ancora famosa come oggi), bensì prima di tutto una militante. Aveva aderito al percorso indipendentista da alcuni anni; aveva fiancheggiato esplicitamente iRS (tanto da essere coinvolta nella sua scissione, anche in termini poco piacevoli); era presente all’assemblea di Santa Cristina di Paulilatino, il 2 gennaio 2011, quando ponemmo le basi per la nascita di ProgReS; aveva accompagnato la crescita del partito, dichiarandosene organica in più occasioni pubbliche. Non dimentichiamo poi il suo impegno esplicito in tutte le grandi vertenze aperte in quegli anni. In particolare, fin dagli esordi, aveva sostenuto la lotta del comitato “No al progetto Eleonora” ad Arborea, prestando la sua notorietà e partecipando a tutti gli eventi pubblici, fin da molto prima delle elezioni del 2014 e anche da prima che emergesse la sua candidatura. Che, a quel punto, era quasi dovuta. Il dubbio riguardava la volontà di Michela di mettersi così a rischio. Lo stesso lancio della campagna elettorale si svolse prevalentemente sul terreno del coinvolgimento delle categorie sociali, delle realtà attive sul territorio. Se non avessimo ricevuto un largo sostegno di questo tipo, Michela non avrebbe sciolto la sua riserva, come invece avvenne il 3 agosto 2013 a Nuoro. Non era una simulazione a scopo comunicativo; si trattava di una scelta politica precisa e anche drammatica. Le altre operazioni elettorali a cui fai riferimento, alle quali non ho preso parte, mi pare che abbiano un po’ tradito questa scelta radicale e questo metodo, limitandosi a sommare sigle e leadership, non sempre omogenee né rappresentative di qualcos’altro all’infuori di se stesse. Ma è un giudizio dall’esterno e forse troppo liquidatorio. La verità è che è difficilissimo fare politica in Sardegna fuori dalle reti di potere – stavo per dire “dalle grinfie” – del famoso blocco storico clientelare e dipendentista che domina la scena. 

8. Da numerosi passi del libro ti dimostri consapevole che prima di candidarsi alle elezioni è necessario fare un lavoro di base sociale che fino ad oggi nessun movimento indipendentista ha nemmeno intrapreso. Anzi, proprio le elezioni sembrano aver sradicato quel poco di lavoro di base svolto nei primi vent’anni degli anni Duemila. Ripartire da? 

La politica in Sardegna ha un andamento che il politologo Carlo Pala definisce “ciclico”. Specie in riferimento all’emersione di forze alternative al blocco dominante. È una storia che va avanti almeno dai primi del Novecento. Negli ultimi quarant’anni questo fenomeno, sia pure con tutte le approssimazioni del caso, è abbastanza evidente. Ci sono dunque dinamiche profonde che non dipendono solo o tanto dalla volontà di chi di momento in momento vi si trova coinvolto. Più che altro, come lamento nel libro (è anzi una delle motivazioni della sua scrittura), ci è mancata fin qui una riflessione di tipo storico e analitico su questi processi e i loro esiti. Io non credo che sia andato sprecato nulla. Le fasi storiche mutano. Nelle loro manifestazioni superficiali, mutano anche molto e in tempi relativamente rapidi. Bisogna rendersi capaci di affrontarle al meglio, con fantasia e lungimiranza. I problemi del resto sono ancora tutti lì sul tappeto, anzi in fase di aggravamento. Bisogna esserci e abituarsi a lottare a a tenere duro, a dispetto delle difficoltà. Non solo a livello di militanza, ma anche di produzione culturale e di capacità comunicativa. Le elezioni – quale che sia il giudizio sulle leggi elettorali e sul campo da gioco allestito per queste occasioni (di solito è irto di trappole e trabocchetti) – sono solo un momento di una partita più lunga e complessa. Ma non vuol dire che non abbiano peso. Tutt’altro. Semplicemente vanno prese per quello che sono e affrontate con tutte le carte in regola.

Nel 2014 la vera novità di Sardegna Possibile fu proprio il tentativo di partecipare a quel gioco, per quanto truccato, con il piglio e la credibilità che consentivano di non essere schiacciatə nel famoso ghetto, nello spazio residuale e ininfluente della politica protestataria o vacuamente identitaria. Mi pare che fino a oggi quella lezione non sia stata ben compresa, nonostante sia il lascito più importante di quell’esperienza. Forse, prima di denigrare i momenti elettorali – che suona sempre un po’ come la favola della volpe e l’uva – sarebbe bene studiarne meglio il funzionamento, dotarsi degli strumenti necessari ad affrontarli e organizzarsi di conseguenza. Anche perché nel frattempo gli altri vanno avanti e non hanno alcuna intenzione di mollare la presa.

Grazie Omar.

Grazie a voi.

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