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Esiste davvero l’indipendentismo?

La lettera di Ivan Monni all’«indipendentismo» per me è stata un’esperienza dolorosa. Ho rimandato, tra una scusa e l’altra la lettura per diversi giorni, perché a naso sapevo già che una volta arrivato alla fine non avrei potuto esimermi dal rispondere e una risposta ad una lettera del genere, per chi ha alle spalle un così lungo cammino nella lotta di liberazione nazionale del nostro popolo, non può che far sanguinare chi scrive e chi legge.

Qual è il destinatario?

Inizio dunque chiedendoti scusa Ivan, perché può essere che qualche colpo arriverà anche a te, ma so che hai le spalle larghe e che sei del tutto consapevole che se apri un vaso di pandora del genere, sei ben consapevole del pericolo che corri.

Innanzi tutto non è chiaro a chi scrivi. Lo so, lo fai a posta, perché tutti coloro i quali si sentono indipendentisti alzino un po’ il sedere dalla loro zona di confort (e ci sono tanti indipendentisti accomodati da anni in condizioni molto confortevoli) e si diano una mossa. Ma chiarire il destinatario della tua lettera è dirimente. Scrivi ai “leader” indipendentisti o scrivi ai militanti? Scrivi a chi in generale si sente indipendentista o a chi ha sviluppato una pratica coerente? Scrivi a chi ormai è disilluso o a chi ci crede ancora?

A me sembra, caro Ivan, che tu voglia stanare un fantasma, perché nella tua lettera ti concentri principalmente sulle questioni istituzionali, la riforma dello Statuto, le questioni legate al riconoscimento nazionale e alla sovranità e via dicendo. Tutte questioni cruciali ma destinate a restare lettera morta senza un movimento realmente popolare che pratica la rottura con il centralismo, con il sistema coloniale, con l’apparato militare industriale, con il sistema del «nazionalismo banale» – per dirla con Michael Billig.

La scuola per esempio

Ti faccio un esempio, così da non lasciare spazio all’immaginazione. Citi giustamente la questione della scuola come base fondamentale per la «ri-nazionalizzazione dei sardi» e aggiungi – altrettanto giustamente – che «attraverso la scuola sarda» passa «la riscoperta della storia sarda e il riconoscimento del bilinguismo perfetto».

Fermiamoci un momento qui, prima di scomodare questioni molto più impegnative e articolate come le riforme statutarie che evochi. Io da alcuni anni faccio parte dell’unico sindacato della scuola che ha nel suo programma una compiuta agenda sulla scuola sarda, che svolge attività di formazione sardo-centrate per i docenti (anche in collaborazione con Filosofia de Logu) e che è chiaramente e senza alcuna ambiguità per l’inserimento nel curricolo scolastico della lingua e della storia della Sardegna. Si tratta di un sindacato completamente indipendente che fra l’altro ha un buon consenso alle elezioni che si aggira intorno al 7% (ultime elezioni RSU), cioè una percentuale che nessun partito indipendentista ha mai conseguito, quindi non c’è manco la scusa del carattere minoritario o ininfluente per poter giustificare il disinteresse.

Aggiungiamo a questo ragionamento che moltissimi indipendentisti di lavoro fanno gli insegnanti e nella mia lunga militanza ne ho conosciuto molti, a partire dal segretario di Sardigna Natzione, passando per decine e decine di militanti e dirigenti trasversalmente a diverse sigle di appartenenza. Sai attualmente quanti fra i volti noti dell’indipendentismo impiegati nel mondo della scuola fanno parte di questo sindacato? La risposta è due, io che vengo da A Manca pro s’Indipendentzia e un altro storico militante di IRS. Le altre decine di militanti e attivisti indipendentisti che lavorano nel mondo dell’istruzione? O non sono iscritti ad alcun sindacato o te li ritrovi nella Cgil, nella Cisl, nell’Anief e quando gli chiedi perché, ti rispondono che «ti risolvono i problemi», oppure che fanno «un piacere ad un amico».

A parte che anche i Cobas Sardegna «risolvono i problemi», ma diamine, da decenni ci diciamo che la scuola è strategica, che senza entrare nella scuola non si crea «coscienza natzionale» e poi, accampandosi a queste scuse risibili, si boicotta un sindacato che porta avanti un programma di fatto indipendentista?

Il tormentone “riforma dello Statuto”

Ora passo alla questione «revisione dei poteri» a cui dedichi – mi sembra – i maggiori sforzi. Credo che qui ci sia un equivoco di fondo. È la forza che genera il diritto, non il diritto la forza e infatti il caso catalano che citi lo dimostra. Il mondo della sovranità e dell’autodeterminazione non hanno oggi alcuna forza per determinare alcun diritto e se questo dibattito si dovesse realmente avviare, al di là della vuota retorica che ciclicamente i quotidiani sardi ospitano sul tema, sarebbe per noi un bel problema, perché non saremmo in grado di presidiare il terreno. E questo non avviene a caso, avviene perché negli anni gli «indipendentisti» hanno fatto di tutto per disinnescare la forza popolare che stava alla base del movimento. Qualche anno fa credevo che fosse un problema dell’«indipendentismo interclassista» (così chiamavamo nelle tesi di A Manca pro s’Indipendentzia l’indipendentismo non socialista, quindi non popolare, che non si rivolgeva principalmente alle componenti lavorative e subalterne della società sarda). Oggi ho cambiato idea, vista la fine ingloriosa e patetica di quello che è stato presentato per anni come il «partito della sinistra indipendentista» che ha terminato la sua triste corsa facendo da riempi-lista prima alla coalizione di Soru, poi direttamente al campo largo e alle sue liste civetta (come insegnano le comunali di Nuoro).

Prima ho scritto che la nostra area non ha la forza per determinare alcun percorso di riforma statutaria e quindi – come giustamente noti – costituzionale in senso nazionalista e sovranista sardo. Aggiungo anche “per fortuna”, perché l’esperienza di questi ultimi anni ci ha insegnato che se avessero la forza, le attuali “dirigenze indipendentiste”, alla prima occasione utile scambierebbero certamente il riconoscimento nazionale e la sovranità della Sardegna per qualche prebenda personale o di sigla, piazzando a destra e sinistra parenti, amici e pedine controllabili. Perché ad oggi caro Ivan, non esiste alcun «indipendentismo», ma solo «indipendentisti» nominali convinti di essere i padroni dell’ideale e quindi certi che ogni avanzamento della propria posizione economica, sociale e di potere rappresenti anche un avanzamento dell’ideale. Questo nella migliore delle ipotesi, dando per scontato la buona fede, senza però tralasciare l’ipotesi che ci possano anche essere infiltrazioni statali e parastatali ben organizzate.

Inoltre anche la tua premessa non è affatto da dare per scontata. Quando dici che «da anni si discute di assemblea costituente, riforma dello statuto, revisione dei poteri» a mio parere scrivi qualcosa di non corrispondente al vero, a meno che per “discussione” non intendi il fumo negli occhi retorico della propaganda delle sigle indipendentiste o i penosi contributi di qualche pseudo politicante sul quotidiano coloniale di turno.

In realtà esistono numerosi progetti di riforma statutaria depositati. Per esempio il 4 maggio 2010 è stato depositato da Antonello Cabras una proposta che all’articolo 3, comma 1, Art. 3. (Compiti fondamentali della regione) recita così: «la Regione tutela la lingua, la storia e la cultura della Sardegna». Non è la Repubblica sovrana di Sardegna ma è qualcosa di importante. Se andiamo a vedere lo stato dei lavori leggiamo la seguente dicitura che poi è la medesima di tutte le altre analoghe proposte depositate nei due rami del Parlamento: «assegnato (non ancora iniziato l’esame)».

L’«indipendentismo» a cui ti rivolgi che ha fatto? Ha pungolato, ha promosso il dibattito perché si iniziasse l’iter? Salvo alcuni casi eccezionali la risposta è no. Uno di questi casi è la breve esperienza della Mesa Natzionale che organizzò un dibattito a Sassari proprio su questo tema, invitando Christian Solinas che all’epoca era stato appena eletto segretario del Psd’Az e che aveva depositato al Senato un’analoga proposta di riforma statutaria. A quell’incontro parteciparono anche gli studiosi Carlo Pala e Omar Chessa e ne venne fuori una piattaforma politica assai avanzata. Non si trattava di fare da companatico ad uno spottone del Psd’Az ma di spingere perché quella boutade diventasse progetto e radicalizzasse un percorso di reale autodeterminazione e sovranità. Tutto andò in fumo quando la Mesa Natzionale (che sarebbe dovuta evolvere nel progetto «Nois», e sto dando uno scoop visto che questa è una informazione che non è mai uscita) è stata fracassata dal cartello elettoralista capeggiato da Antony Muroni (per intenderci il primo progetto del Carrabuso di ADN). I liquidatori fallimentari della Mesa Natzionale li conosci bene e sono tutti i cosiddetti “leader indipendentisti”.

L’allergia alle lotte popolari

Ma veniamo alle lotte sociali e popolari che evochi e che mi sembrano la parte su cui il tuo discorso è più reticente.

Il tuo timore è corretto: i vari nodi che sono venuti al pettine nella vertenza tra Sardegna e Italia o – se preferisci – tra comunità dei sardi e stato centrale, e che tu elenchi a ribasso nelle lotte contro il nucleare, la petrolchimica e le basi militari, hanno fatto emergere una consapevolezza del conflitto tra margine e centro, tra nazione sarda e stato italiano che «svanirà presto, se non codificata sotto forma di conquista di poteri reali».

Ma il punto non è la «conquista dei poteri reali» che sono più che altro un effetto (è la forza che crea il diritto e non viceversa), ma appunto la mancanza di volontà di essere forti, quindi la mancanza della forza. E la forza può venire solo dal popolo, non dalle avanguardie o pseudo tali. Voglio dire che se andiamo a vedere come si sono comportate le sigle indipendentiste in tutte queste mobilitazioni – a parte alcune sparute eccezioni – abbiamo il dato crudo di un boicottaggio sistematico della mobilitazione popolare, come per esempio ha fatto IRS in presenza dell’esperienza della Consulta Rivoluzionaria promossa dal Movimento Pastori Sardi (anni Dieci del Duemila) per unire le istanze del mondo del lavoro e dell’autodeterminazione e che in effetti mise capo in un’agenda politica assai avanzata che si riconosceva nello slogan della «sovranità».

Mentre però noi (all’epoca A Manca pro s’Indipendentzia) lavoravamo per un blocco storico di forze reali e popolari legate al mondo della produzione e del piccolo commercio (tutta la vertenza delle partite IVA, degli anti Equitalia, ecc.. e su questo rimando ad un mio articolo dell’epoca, IRS tradiva alle spalle quella mobilitazione e quella stessa agenda politica per realizzare l’accordicchio con il “centro sinistra” di Pigliaru e Progres stava alla finestra e preparava la candidatura con Michela Murgia. Da quelle elezioni come sappiamo l’«indipendentismo» uscì con le ossa rotte e anche A Manca fu in seguito sciolta da chi imparò che era più conveniente fare gli scendiletto del sistema coloniale che creare un’alternativa popolare ad esso (Liberu).

Mi limito a questo esempio, ma negli anni il copione è stato sempre lo stesso, ma potrei per esempio raccontare tutte le “mese”, le “carte di convergenza natzionale” che hanno subito la medesima sorte: pugnalate alle spalle nel momento in cui sarebbero dovute essere messe a frutto, in nome dell’orticello del proprio “leader” o del circoletto della propria “dirigenza”.

Esiste veramente l’«indipendentismo»?

Allora caro Ivan, il problema è mal posto, non si tratta di capire se l’opzione giusta per rivitalizzare il tuo «indipendentismo» sia scegliere tra la conquista graduale di poteri e l’«ora X» in cui proclamare la Repubblica Sarda. Credo che la parte più interessante – e verace – sia quando affermi che «la consapevolezza della necessità di cambiamento non cade dalle nuvole, ma dallo scontro costante e crescente, purché gli obiettivi finali siano chiari ed espliciti: l’indipendenza della Sardegna dall’Italia». Ed così siamo arrivati al punto. Perché quando emerge questo scontro l’«indipendentismo» o sta alla finestra o sta dall’altra parte? Oppure, come è accaduto recentemente in occasione della poderosa mobilitazione popolare contro la colonizzazione energetica della Sardegna, si limita a fare spot giornalistici e sottobanco boicotta e divide i movimenti popolari (come è avvenuto con il tentativo patetico di alcuni settori «indipendentisti» di affossare la Pratobello 24).

E poi, siamo consapevoli che quelli che oggi si definiscono e si presentano come «indipendentisti» lo vogliano davvero lo scontro? A me sembra di no, sicuramente non vogliono in alcun modo – per dirla con Gramsci – «andare al popolo». Altrimenti per esempio, gli «indipendentisti» che animano per esempio il nodo sassarese di A Foras non scriverebbero cose del genere: «patriarcato e militarismo sono sistemi basati sulla differenza binaria tra maschile e femminile, e sulla sopraffazione di uno sull’altra, dove la scelta è essere o schiavo o padrone, o donna o uomo, o colonizzat* o colonizzatore» .

È un caso estremo che non annulla la lotta che questo movimento conduce contro le basi e le servitù militari, ma è utile alla discussione: chi riduce l’occupazione militare della nostra terra (che è una delle manifestazioni più brutali della colonizzazione) alla «differenza binaria tra maschile e femminile» può essere considerato «indipendentista» o nei fatti siamo già su un piano che trascende completamente la lotta di liberazione declinandola in qualcosa di assai diverso?

Scollamento tra «indipendentismo» e società

Il punto caro Ivan è che periodicamente l’«indipendentismo» a cui ti rivolgi aderisce a modelli ideologici tanto sofisticati quanto estremisti che hanno nulle capacità di rivolgersi alla società sarda. In passato abbiamo fatto l’esperienza del «non nazionalismo» e del «non rivendicazionismo» di Francesco Sedda che oggi è alleato con i nazionalisti centralisti italiani del PD e del M5S e si nutre di scialbe e minute rivendicazioni di nicchia. Oggi esiste tutta un’area che ha abbracciato la moda dell’«intersezionalità» che a parole è una bella cosa, perché vorrebbe connettere le varie lotte, ma nei fatti si concretizza in una riduzione della lotta anticoloniale alla questione dell’identità di genere.

Come si fa a pensare di parlare al popolo sardo di sovranità, autodeterminazione, potere se di decennio in decennio l’«indipendentismo» si nutre o di ridicolo folklore o di ideologemi che di fatto smantellano il cuore stesso della lotta anticoloniale sostituendola con qualcos’altro? E anche qui parto dal presupposto della buona fede, perché la realtà è che spesso questi ideologemi nascondono sofisticate e furbesche tattiche per affermare una differenza, emergere nell’agone politico, farsi notare e assorbire dallo stesso sistema coloniale in funzione privilegiata, come appunto insegna la felice sorte (e lo scintillante stipendio) di qualche noto consulente. E purtroppo non si tratta di un caso isolato ma di un modello che molti cercheranno di imitare nell’immediato futuro.

Per concludere

Che dire Ivan. Parafrasando Gaber, «qualcuno credeva di essere indipendentista e forse era qualcos’altro». Ecco perché da tempo non uso più questa categoria adottando quella provvisoria di «sardismo popolare».

E non è semplicemente una questione di parole, ma di fatti, di metodi, di obiettivi, di scelta meticolosa dei propri compagni di viaggio e di lotta. Ma qui stiamo per entrare già in un altro articolo e non vorrei abusare ulteriormente della tua pazienza e di quella di chi ci legge.


Immagine: Vistanet

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