Questione indipendentista, questione democratica

La lettera all’indipendentismo di Ivan Monni ha avuto alcune risposte, tutte rilevanti e dense di contenuti. Come prevedibile, non ha suscitato un dibattito ampio ed esteso al di fuori della ristretta cerchia di persone coinvolte o già interessate al tema. Il parallelo dibattito avviato da Luciano Piras sulle pagine della Nuova Sardegna non ne ha tenuto conto. Esiste dunque un primo livello del problema, a più strati: la scarsa capacità di dibattere democraticamente e la qualità dell’informazione in Sardegna (che su questi temi è spesso pressapochista, reticente o addirittura in mala fede). In ogni caso, il tema dell’indipendenza, o meglio dell’autodeterminazione, o ancora, più in generale – come preferisco inquadrarlo io –, della democrazia in Sardegna, è un tema sempre attuale e decisivo.
Sulla mancanza di consenso alle istanze indipendentiste nella società sarda è già stato detto qualcosa, da soppesare e valutare con lucidità. Su alcune argomentazioni concordo di più, su altre meno. Mi pare però che non si sia enfatizzato a sufficienza un fattore fondamentale, che ha a sua volta due facce: l’invecchiamento demografico della popolazione sarda e l’alienazione della nostra gioventù. Pochi giovani e per giunta deprivati di strumenti e nozioni indispensabili per situarsi in modo equilibrato e consapevole nel tempo e nello spazio.
Da che mondo è mondo, è la gioventù ad alimentare i cambiamenti sociali e politici, anche quando le leadership siano più attempate. Mi ha colpito, nelle scorse settimane, un dato emerso da alcune indagini demoscopiche svolte negli USA: un abbondante 30% delle persone iscritte nelle università statunitensi è favorevole alla lotta armata. Può essere considerato un dato allarmante, oppure se ne può trarre l’indicazione che, in epoche di passaggio complesse e di per sé violente, la gioventù si fa affascinare dalle soluzioni più radicali. Non è strano, è fisiologico. A nessuna persona ragionevole può saltare in mente di auspicare la lotta armata in Sardegna, ma non tenere conto della penuria di persone giovani politicamente attive è un errore di analisi.
Si dirà: perché comunque l’indipendentismo non ha fatto breccia nelle giovani generazioni, almeno negli ultimi trent’anni? La risposta non può essere facilona, dato che non esistono studi seri in materia. E va anche precisato che in realtà l’indipendentismo ha sempre avuto una militanza anche giovanile. Una nicchia, all’interno di quella che è comunque una minoranza, nella collettività umana sarda, per di più esposta ai meccanismi di de-culturazione e di deprivazione storica propri dei percorsi educativi e dell’ambiente mediatico in cui è immersa.
Il ruolo della scuola in questo è rilevante, anche se oggi probabilmente meno decisivo che in passato. Dovremmo chiederci come intercettare le coscienze delle generazioni in formazione, non per intervenire con indottrinamenti e arruolamenti ideologici – come invece ha sempre fatto l’indipendentismo –, ma piuttosto agendo sul senso critico e sull’istintivo senso del giusto e dell’ingiusto tipico delle persone giovani. Non è facile, perché le leve dell’istruzione sono gestite in modo conservativo (e conservatore) e dipendono dalle indicazioni e dall’autorità del ministero italiano. La politica sarda, per scelta o per mediocrità sua propria, ha sempre rinunciato ad agire in ambito scolastico, assecondata da un ceto medio istruito che, in Sardegna – sembrerà un paradosso – è da tempo un fattore di conservazione e di avallo della nostra condizione subalterna. Su questo piano ha un peso notevole il problema della lingua. Non approfondirò qui, ma è chiaro che se ne debba tenere conto, nell’analisi.
Non è tutta colpa dell’indipendentismo, o meglio delle persone indipendentiste e delle loro organizzazioni, se il loro consenso elettorale è sempre stato marginale. Marginale, ma non infimo, come invece vorrebbe la vulgata di chi se ne sente minacciato. L’autodeterminazione e l’emancipazione sociale e culturale fanno molta paura, non solo all’establishment economico e politico, ma anche appunto al ceto medio istruito, al vasto mondo dell’impiego pubblico e a tutte le categorie che dalla condizione di subalternità e dipendenza hanno da guadagnare o che comunque si sentono integrate nel contesto socio-culturale coloniale. Per questo, nell’ambiente che ha come obiettivo l’autodeterminazione, dovremmo imparare a non oscillare troppo tra autocritica liquidatoria e autoassoluzione deresponsabilizzante. Piuttosto dovremmo lasciar perdere le vecchie ancore retoriche e calarci di più nella realtà viva della società sarda attuale, come invitano a fare Alessandro Mongili e Cristiano Sabino. Senza rinunciare alle battaglie di principio e a quelle sul piano istituzionale (vedi vertenza sulle legge elettorale, che va perseguita con ostinazione, anche qui provando a coinvolgere le nuove generazioni, la nuova cittadinanza a pieno titolo).
Altro aspetto della questione è il contesto internazionale, a partire da quello euro-mediterraneo.
Ne ho parlato altrove (in particolare qui e qui). Siamo ormai usciti dal secondo dopoguerra. Molte cose sono definitivamente cambiate, assumendo caratteri che sono maturati nell’ultimo mezzo secolo in modo più o meno lineare e visibile, ma lungo un vettore storico chiaro. La nostra vicenda collettiva non ne è estranea.
Il mondo che ci si prospetta davanti è un mondo fatto di potenze di dimensioni continentali con velleità imperiali o quanto meno di egemonia regionale, senza più i vincoli politici ed etici emersi come cogenti – almeno astrattamente – dal disastro del 1939-45. È caduto il tabù della guerra come strumento esecrabile di risoluzione delle controversie internazionali. Non che le guerre siano mai mancate, ma, se non altro, come ha osservato qualche osservatore, andavano negate come tali, finché era possibile, o giustificate. Era venuta meno la logica “di potenza”, la vigenza del mero rapporto di forza come principale regolatore dei rapporti tra stati. Oggi questo argine è saltato.
E anche all’interno degli stessi stati democratici o sedicenti tali si sta ormai imponendo esplicitamente (e qui il discrimine è da cercare almeno nel fatidico 2001) la legittimazione della repressione e l’uso ordinario della forza per sedare il dissenso, per eliminare porzioni di società indigeste o per attaccare capri espiatori di comodo. La tendenza generalizzata, a tutte le latitudini, con le oscillazioni del caso, è a sottrarre libertà e diritti alle popolazioni, a restringere il campo dei decisori politici e ad eliminare ogni legittimità a percorsi politici alternativi, in particolare a quelli che perseguano un allargamento della democrazia e un radicale mutamento del meccanismo economico e nei rapporti sociali.
Quale possa essere la sorte dei percorsi di autodeterminazione in tale contesto è un problema serio di cui discutere. Di recente, mi è capitato di farlo nel contesto della Universitat Catalana de Estiu, istituzione culturale con più di mezzo secolo di attività alle spalle, in quel di Prada/Prades (Conflent, Pirenei orientali, Francia), a cui partecipavo per conto di ANS. Il quesito riguardava la possibilità che, esauritasi la stagione delle grandi mobilitazioni referendarie in Scozia e Catalogna, che avevano catalizzato l’attenzione e la partecipazione di gran parte del movimento autodeterminazionista europeo, oggi possa emergere un nuovo fronte capace di rilanciare la questione a livello continentale.
La mia risposta è stata che è lo stesso quesito ad essere mal posto. Le condizioni sono radicalmente cambiate. Quel momento è passato. Sui suoi esiti si può discutere, ma di sicuro non c’è più spazio, nell’Europa di oggi, per esperienze analoghe. Oggi i percorsi di autodeterminazione rischiano di essere travolti dalla schiacciante presa egemonica della opposizione tra le due destre dominanti: quella oligarchica, ordo-liberista, affaristica e quella reazionaria, oscurantista e nazionalista.
Come argomentato altre volte, è un’opposizione in gran parte fittizia, dato che dal punto di vista sociale entrambe sono funzionali a garantire la sclerotizzazione delle gerarchie esistenti e la prosperità delle classi ricche, sia pure con strumenti e secondo percorsi diversi. Esiste anche una certa dialettica, per non dire una vera competizione, tra le varie anime delle élite economiche europee e internazionali. In questo gioco di potere, i vecchi stati nazione hanno perso gran parte del loro senso, ma sopravvivono come strumento di controllo ed eventualmente di repressione.
Non c’è alcuno spazio, in questa dinamica, per percorsi di autodeterminazione democratica, per aspirazioni emancipative sia sociali, sia territoriali. Lo vediamo nella questione della transizione energetica: lo scontro è tra grandi centri di interesse, conglomerati finanziari e industriali, élite statali che vorrebbero trarre vantaggio dalla drammatica situazione climatica, o negandola o cavalcandola. Tutti comunque ossessionati dall’avere il controllo delle nuove tecnologie (Intelligenza Artificiale in primis: è uno dei motivi che spingono a voler produrre così tanta energia, teniamolo presente). Lo stesso ambientalismo si trova disorientato, in questa dialettica, finendo per assecondare uno o l’altro dei competitori, senza alcuna posizione autonoma, senza aver prodotto alcuna analisi propria, magari calata dentro un orizzonte strategico alternativo. Oppure, come avviene per una certa parte delle sinistre antagoniste, ritrovandosi sul terreno negazionista delle destre estreme (convergenza significativa, che avviene anche su altri temi, del resto). In Sardegna questo fenomeno degenerativo assume un carattere preoccupante e che riguarda in modo stringente proprio l’indipendentismo, sia quello organizzato (quel che ne resta) sia quello diffuso (che ha una dimensione molto più vasta di quanto di solito immaginiamo).
Anche su questo concordo con Alessandro Mongili: l’indipendentismo sardo deve trovare una propria strada, una propria voce, un proprio orizzonte strategico sganciato – non isolato, beninteso – dalla finta dialettica che l’egemonia culturale italiana ci sta imponendo.
In che modo e in che forme un processo di autodeterminazione sardo può incastrarsi nelle dinamiche storiche in corso nel Vecchio Continente? E che ruolo hanno gli indipendentismi e le forme di rivendicazione territoriale usciti più o meno malconci dal secondo decennio del secolo?
Sono domande che dobbiamo porci, insieme alle altre. Perché nessuno, in buona fede, può pensare che la Sardegna conquisterà una democrazia compiuta, e dunque la propria autodeterminazione, da sola e fuori da un più ampio movimento democratico continentale.
Parlandone alla UCE, ho fatto un esempio proprio legato al tema della transizione energetica. Si discuteva di rilancio delle questioni linguistiche e identitarie, come motore di una ritrovata solidarietà sovranazionale tra indipendentismi e autonomismi vari. Io ho obiettato che forse dovremmo uscire dai nostri spazi di comfort e provare a essere costruttivi e propositivi, in termini sovralocali, anche sulle grandi tematiche strategiche, come appunto la transizione energetica e un controllo pubblico, condiviso e trasparente delle nuove tecnologie. Facendo l’esempio della Sardegna – le cui vicende, detto per inciso, sono del tutto ignote ai più, fuori dall’isola, anche negli ambiti politici autodeterminazionisti – ho proposto di far diventare le rivendicazioni anti-speculative e anti-colonialiste il lievito per un diverso approccio alla questione, che superi gli interessi delle élite statali e dei grandi centri di interesse privati e abbia un respiro continentale.
Imporre un approccio democratico, realmente ecologico e di giustizia sociale anche in questo ambito, non solo a livello locale e nemmeno statale, ma europeo. Unire le forze indipendentiste, territorialiste, autonomiste (definiamole come vogliamo) a quelle ambientaliste più libere e a quelle democratiche radicali per contrapporre alla modalità estrattiva e rapace o al conservatorismo miope e negazionista dei due fronti dominanti una soluzione più avanzata.
La lotta alla speculazione energetica non deve essere risucchiata dal lato di chi vorrebbe continuare a produrre e consumare come se niente fosse, in nome di discutibili “interessi nazionali” (vedi posizioni delle destre italiane), e nemmeno da quello di chi è favorevole all’imposizione dei grandi impianti industriali eolici e/o solari ovunque e senza alcun rispetto per i territori e le rispettive popolazioni. Non deve nemmeno rinchiudersi in un recinto localistico. Questo è un errore che il movimento in corso in Sardegna rischia di compiere. Se è vero – come segnala Ivan Monni su S’Imprenta – che incardinare la lotta anti-speculativa sarda a quella italiana rischia di indebolirne la portata autodeterminazionista, è anche vero che connettere la vertenza sarda ad altre analoghe vertenze, sia in Italia che altrove in Europa, può invece irrobustirla e sottrarla alle accuse di particolarismo ottuso ed egoista con cui la si giudica nel contesto italiano.
A proposito della lotta anti-speculativa sarda, va detto che è un caso in cui l’indipendentismo, una volta tanto, non ha dato cattiva prova di sé. Temo però che sia successo a causa della sua debolezza, non della sua forza. Le istanze autodeterminazioniste che sono emerse nel contesto dei comitati e nel corso della mobilitazione non sono state frutto di una presa ideologica dell’indipendentismo sul movimento, ma sono nate dalle cose, dai fatti.
Mostrando concretamente quel che sostengo da anni: il percorso di autodeterminazione deve essere sorretto da una coscienza diffusa e radicata, e quest’ultima può emergere solo dall’esperienza pratica e dalla riflessione sui problemi concreti. L’indipendentismo sardo ha sempre proceduto al contrario: dall’astratto al concreto, cercando di adattare proposte e soluzioni al quadro teorico di riferimento, rifiutando di immergersi nella realtà sociale e culturale sarda per come essa è davvero, ossia per forza di cose spuria e meticcia. È uno dei suoi errori più gravi. Chissà che le residue formazioni indipendentiste, o le nuove che emergeranno, non traggano dall’esperienza di questi ultimi anni una lezione salutare. Forse succederebbe se ci fosse un ricambio generazionale. Ma senza il coinvolgimento massiccio e sistematico delle nuove generazioni questo processo sarà difficile, se non impossibile. E di qui si torna al primo punto sollevato in questa disamina.
Non vado oltre. Di carne al fuoco (o verdura, se preferite) ne abbiamo messa parecchia. Non servirà a molto, se dovremo nutrircene in poche persone. Le pietanze vanno offerte al maggior numero di commensali possibile, o si rischia solo di fare indigestione. Non ne va della sorte dell’indipendentismo (la cui funzione storica dopo tutto è di estinguersi al raggiungimento dell’obiettivo); ne va del futuro dell’isola e di chi la abita. Il percorso di autodeterminazione non è un vezzo di pochi esaltati, ma un elemento ineludibile del processo di conquista democratica, fin qui incompiuto. La lotta per l’autodeterminazione sarda, al di là della forma giuridica che potrà assumere, deve inserirsi nella più ampia lotta per la democrazia (ossia: diritti, libertà, giustizia sociale, equilibrio ecologico, società aperta) a livello continentale. Senza velleità di “esportazione della democrazia” e senza cedimenti al multipolarismo reazionario (attenzione!), ma tenendo conto della nostra storia e nel rispetto per tutte le altre culture umane, in uno spirito di solidarietà internazionale, contro ogni forma di sopraffazione, di imperialismo, di colonialismo e di oscurantismo.
Immagine: sassaritoday















