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Le parole che Sergio Atzeni non ha scritto (e una risposta a Cristiano Sabino) – S’Imprenta

S’Imprenta – Rassegna stampa dalla colonia

Come ogni sabato mattina su S’Indipendente

6 settembre. Sono passati 30 anni dalla morte di Sergio Atzeni.
A domanda a quale scrittore si era ispirato, Atzeni rispose: a tziu Paddori, protagonista di una commedia teatrale in sardo che non conosceva la lingua italiana; la trama giocava sugli equivoci linguistici, che contenevano un non tanto celato auto-razzismo sulla propria lingua, ma che al tempo di Atzeni era ancora accettato.
Linguisticamente Atzeni ha sperimentato parecchio, giocando proprio tra le due lingue, come nelle commedie di tziu Paddori, ma su un registro tragico e drammatico.

La Sardegna di Sergio Atzeni era ancora immersa in un’oscillazione costante tra due lingue, che creava solchi tra generazioni.

Se tziu Paddori dovesse avere oggi un remake la trama sarebbe più o meno questa: il nonno (anche lui tziu Paddori, a cui hanno riportato il nome) che parla principalmente sardo e italiano porcellino; il padre che parla principalmente e male italiano con l’aggiunta di poco sardo, relegato ai tempi comici o aggressivi; il figlio, tornato da un master dall’America, che parla benissimo italiano, parla correttamente l’inglese che usa come intercalare, tra un dissing, un “pushalo” e un “Joe Mama“, e il sardo che ha riscoperto come lingua della propria terra e che ha imparato e studiato la grammatica proprio mentre era in America.

La Sardegna linguistica di tziu Paddori non esiste più, e nemmeno quella di Sergio Atzeni che ha dato il meglio di sé con Il figlio di Bakunin, Bellas Mariposas, Il quinto passo è l’addio, Araj Dimoniu e il celeberrimo Passavamo sulla terra leggeri.
La scelta narrativa non è neutra, Passavamo sulla terra leggeri è da interpretare parafrasando l’articolo “nazione e narrazione”. La storia cui appartiene la narrazione svela la nazione.

Quando lo lessi per la prima volta, ricordo esattamente la parte destra del libro assottigliarsi e la curiosità crescere su come sarebbe riuscito a far stare nelle poche pagine restanti tutta la storia aragonese-spagnola, piemontese-italiana, le storie di Arquer e di Angioy, di Lussu e Gramsci, e del secondo novecento.
Più il libro si assottigliava, più aumentavano i dubbi, finché girando l’ultimo foglio, dopo la caduta degli Arborea e la morte di Lionora, sepolta nell’isola e vegliata dai falchi, poche parole sancivano la fine della storia sarda: “Noi custodi del tempo dal giorno della perdita della libertà sulla nostra terra, abbiamo preferito finire la storia a questo punto.”

Una sorta di nostalgico rimpianto per tempi sentiti solo dai racconti avvolge il finale: non è escluso che Atzeni sia diventato indipendentista proprio scrivendo le sue ultime parole, proprio mentre chiudeva con il punto la frase laconica e drammatica.

Ricordo la sensazione di tristezza e rabbia, di delusione e di amarezza. La storia sarda, dalla perdita di indipendenza degli Arborea, non merita di essere raccontata.
Siamo finiti in un limbo fuori dalla storia, non esistiamo se non come appendice periferica di una storia cui siamo casualmente inglobati. Non vale la pena raccontarla.
Cancellati anche dal ricordo, le memorie riscritte dalla scuola italiana, che per fare gli italiani, inventava improbabili discendenze comuni con gli antichi romani (che noi sardi abbiamo combattuto parecchie volte), gli oltre cinquecento anni giudicali rimossi, per immergerci nel Rinascimento (che non abbiamo avuto, avevamo i Retabli di derivazione spagnola), per riportarci al risorgimento e alle guerre mondiali, per esaltare i nonni morti a causa della (e non “per la”) patria finta, dato che ha sempre dichiarato guerra per prima.
Questa storia rimossa, quel non racconto, dice molto di più delle parole scritte da Sergio Atzeni.

Il punto sul dibattito sulla Lettera all’indipendentismo

Preferendo la finezza delle argomentazioni alla clava, questa volta il dibattito è stato sostenuto con interventi di altissima qualità. Promuovere questo tipo di discussioni è uno degli obiettivi de S’Indipendente.

Faccio una premessa: alcuni lettori distratti, ingannati dal titolo “Lettera all’Indipendentismo“, l’hanno scambiata per un richiamo puramente ideologico, ma entrando nel dettaglio  e leggendo meglio si sarebbero accorti che il punto di partenza era concretissimo: non abbiamo i poteri per salvare il nostro territorio dalla speculazione energetica.

Perché allora, a fronte di un obiettivo dichiarato, pragmatico e concreto, viene scambiato per ideologico?
Penso che la parola “indipendentismo” sia carica di pregiudizi duri a morire, per cui prima di parlare con qualsiasi interlocutore occorre smontare le false credenze sugli indipendentisti che si vogliono chiudere (falso), che ricercano l’autarchia (falso), che vestono in bistipedde (falso), che ripetono solo “indipendenza” e non pensano alle questioni concrete (falso), che puzzano di formaggio e vivono negli grotte, e altre sciocchezze simili.

Altri hanno avanzato critiche definendole “discussioni da salotto“. Eppure, tutti quelli che hanno partecipato al dibattito sono attivisti pluridecennali, alcuni hanno anche collezionato denunce nella resistenza alla speculazione eolica.
Ribalto la tesi: solo iniziando a parlarne si può ricostruire, se manca la fase “immaginata”, allora non esisterà davvero.

Bustianu Cumpostu (“Siamo al “che fare” rivolto all’indipendentismo“) ha lucidamente ammesso la debolezza del mondo indipendentista sardo e il basso livello della politica in consiglio regionale, per cui ha aperto le danze sul fatto che fare una riforma dello statuto in queste condizioni, presenta più rischi che vantaggi; per di più il movimento Pratobello è strattonato da parecchie parti per essere ricondotto in ottica italiana. Il discorso era incentrato al pragmatismo politico, tutt’altro che ideologico.

Alessandro Mongili (“Lìteras abertas e respustas serradas“), ma non solo lui, ha ripreso il discorso di Bustianu sulla debolezza del mondo alternativo alle politiche di Todde e Solinas, o Truzzu, per cui è impossibile aprire alle riforme affidandoci a questi referenti, l’assemblea costituente non è il campo di battaglia ideale, ed è meglio concentrarsi su questioni più materiali e lavorare sulla coscienza della gente per arrivare a percorsi partecipativi.

Giuseppe Melis Giordano (“Costituente sarda: domande aperte e uno scenario possibile“) ha esteso il dibattito ad una riforma federalista italiana, se non anche europea, mentre lo scrittore Simone Olla (“Il problema del nomos e la questione sarda“) ha fondato la sovranità dei sardi sul nomos, per prendere le distanze da una questione meramente giuridica. 

Non sono d’accordo con chi immagina lo scollamento della questione indipendentista dai problemi reali. La maggior parte delle battaglie sarde nasce dal mondo indipendentista: servitù militari, vertenza entrate, nucleare, petrolchimica, industrializzazione forzata, speculazione eolica, storia sarda, lingua sarda, ecc. Il mondo italianista gestisce l’ordinaria amministrazione, l’indipendentismo ha un approccio critico e visionario, tanto almeno quanto la distanza tra realtà attuale e quella voluta.

Occorre risolvere le priorità, ma finché non abbiamo i poteri per gestirle, le scelte verranno prese altrove, e continueremo a subire senza poter decidere in piena libertà.

Tutte le questioni concrete e reali, vanno inserite in un contesto realmente di liberazione e di riappropriazione dei nostri poteri: ed è proprio da lì che parte la Lettera all’indipendentismo, dai poteri mancanti contro la speculazione energetica.

Il campo va esteso a tante questioni, come il livello della pressione fiscale, decisa a Roma e identico per una azienda di Milano come per quella di Ovodda (causa di sottosviluppo cronico, a mio parere) sul perché ci sono tanti giovani disoccupati, sul come fare fronte alle pensioni con il tasso di natalità ai minimi mondiali, aggravato dall’emigrazione costante, sul drammatico rendimento scolastico, sulla sanità in crisi costante, sul perché una popolazione intera ha scelto di rinunciare alla propria lingua per abbracciare quella del dominatore, sul fatto che siamo assenti dai libri di storia, sul fatto che l’estetica del paesaggio è un valore non solo nei luoghi da cui si trae vantaggio economico.

A Bustianu si potrebbe rispondere che siccome ci sono forze che vogliono riportare il movimento Pratobello dentro l’alveo italiano (la questione Pasquale Mereu, che vedremo in seguito, parrebbe dargli ragione), non è ragione per lasciar perdere, ma è proprio quello il motivo per dirigerlo verso lo scontro in una dialettica centro-periferia, per evitare strumentalizzazioni partitiche.

È banale dire che per poter fare qualsiasi riforma è necessario un forte movimento popolare dietro, ma per quanto forte, alla fine le richieste si scontreranno con la legge, cui occorre dare una spallata.

Cristiano Sabino (“Esiste davvero l’indipendentismo?“), il più sfiduciato di tutti (nelle conclusioni, non nell’analisi), analizza criticamente la situazione storica degli “indipendentisTI” (tutto vero), ed effettivamente lascia pochi motivi per sorridere. Nel titolo di questo articolo mi sono rivolto a lui perché arriva a mettere in discussione l’esistenza dell’indipendentismo dalla radice.

Caro Cristiano, scrivi però solamente sul passato, e questo ti porta a rasentare il nichilismo, per cui manca la parte costruttiva, se non per un cenno al “sardismo popolare” (“Ecco perché da tempo non uso più questa categoria adottando quella provvisoria di «sardismo popolare»”), che hai trattato nel libro che citi, ma che spero svilupperai dentro S’Indipendente nelle prossime settimane.

Al dibattito si può aggiungere (in altro contesto) un post di Solinas, che per difendersi da diversi attacchi, paragona il suo mandato a quello di Mario Melis (“Il Segretario che guidò il partito fino al “vento sardista” fu Carlo Sanna e non Mario Melis”), sostenendo che “la sua percentuale passò dal 13,8% al 5,1%, chiudendo di fatto l’epoca del vento sardista“; oltretutto “La Giunta Melis non riuscì ad approvare nessuno dei provvedimenti più significativi alla base dell’accordo programmatico”.
Solinas, dice di sé stesso, ha “ereditato un PSd’Az ai minimi termini, 2 o 3%, […] ed è passato dal 9,9% delle regionali 2019 al 5,5% del 2024”.
Tutto vero, ma è facile fare le analisi sugli errori degli altri, più difficile è mettere a fuoco i propri.

Dopo il vento sardista, c’è stata la nascita di Sardigna Natzione, e successivamente i partiti e movimenti (A Manca, Progres, iRS, Rossomori) che rinnovarono la scena, il linguaggio, le pratiche, in modo tale da far invecchiare rapidamente l’epoca del vento sardista. Poi il nuovo corso di Autodeterminatzione (il concetto più vicino alla Casa Comune dei sardi di Caria), che si concluse con un nulla di fatto.

Delle ultime elezioni 2024 ne avevo già scritto (💣) e criticato le pratiche elettorali del movimento, con l’indipendentismo che ripete sempre gli stessi errori, dopo essersi sbracciato per far conoscere le proprie bandiere, sotto elezioni si inventa improvvisamente una nuova lista con nome e logo sconosciuti, nasconde in tutti i modi l’idea indipendentista (salvo metterla sotto accusa dopo la sconfitta), proprio mentre i partiti italiani calano parecchie liste civiche che richiamano il sardismo. Dopo le elezioni il nuovo nome va in cantina e si ricomincia con l’eterno ritorno.

I movimenti indipendentisti sono invecchiati tutti, con parecchi rimpianti, altrettante cicatrici, poche analisi, quasi sempre rivolte agli altri, per cui sono più che altro accuse, se non stracci che volano, lasciando lo spazio per il nuovo che non sorge.
Fare analisi (auto)critica (e parlo anche per me) sarebbe qualcosa di veramente rivoluzionario, nel mondo indipendentista.

Ma la lettera non era rivolta agli indipendentisTI, piuttosto all’IndipendenttisMO, un’idea molto più presente nella società sarda rispetto a quanto i dati elettorali lascino emergere, che purtroppo non trova un contenitore per il confronto delle idee e l’azione condivisa.
Dentro Autodeterminatzione, per dire, nelle sedi locali (cioè nella base) il confronto era vero, perché era il luogo di discussione tra gruppi diversi, e nonostante ognuno avesse la propria visione consolidata, erano costretti giocoforza ad aprirsi ed a rinnovarsi. Oggi questo non avviene più, la piazza di discussione è Facebook (ed è tutto dire) che ha virtualizzato l’attivismo.

Non usare il termine indipendentismo, come proponi, Cristiano, relegherà per sempre nell’oblio la sua idea stessa. Senza supporto ideale le battaglie concrete avranno vita breve e il collante sociale degli attivisti sarà molto più blando. Ci sono gruppi che da 40 anni combattono contro il nucleare, per l’ambiente, e per altre cause pratiche, che si sarebbero sciolti al primo sole se non ci fosse stato un collante ideale più grande.
La parola autodeterminazione ormai è abusata, e usata perfino da Todde.
Moriremo tutti autonomisti!

Semmai dobbiamo riempire la parola “Indipendentismo” di significati positivi, modificando l’idea distorta e carica di pregiudizi che le persone hanno, come scritto all’inizio.
Rendere sexy l’indipendentismo. È un duro lavoro, ma va fatto

Ànimu! Sono le idee che ci obbligano a muoverci dallo status quo, e che ci impongono di lottare per le questioni concrete.
Non abbiamo scelta se non continuare a mettere a nudo la crisi del sistema italiano in Sardegna, forse ai minimi storici, in termini di affezione, che si riflette in termini di astensione, nonostante goda di visibilità quotidiana nei talk show televisivi statali.
Non abbiamo scelta se non continuare a combattere il doppiogiochismo dei politici sardi ma anche italiani.
Non abbiamo scelta se non attaccare il trasformismo e l’opportunismo di chi usa l’idea di liberazione per consulenze pagate profumatamente.
Non abbiamo scelta se non liberare questa terra benedetta dalla natura, e maledetta dalla storia recente, che Sergio Atzeni ha volutamente rimosso.
Non abbiamo scelta, noi sardi, se non dirci indipendentisti.

Il colpo di Pasquale Mereu

Il simbolo della Pratobello, il sindaco che ha messo la faccia e dato il nome alla legge popolare porta la campagna contro la speculazione a livello italiano, smettendo di essere lotta per l’autodeterminazione sarda. Non solo la lotta smette di essere un traino per l’autodeterminazione, ma rinuncia perfino alla sua specificità autonomistica, parificandosi alle altre regioni a statuto ordinario.



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Immagine: unicaradio.it


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