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La banalità del male di Alessandra Todde sulla RWM

Le dichiarazioni della presidente della Regione Autonoma della Sardegna Alessandra Todde rilasciate alla “Conferenza euromediterranea per la pace” promossa dall’Arci mi hanno profondamente colpito.

Il tema della discussione riguardava il fatto che – a quanto sembra – La RAS si prepara a chiudere favorevolmente il dossier sulle autorizzazioni per l’impianto di Domusnovas della famigerata fabbrica tedesca di armi, munizioni e droni di proprietà della multinazionale Rheinmetall.

Arrotolate le bandiere della pace e messi da parte i selfie alle manifestazioni pro Palestina di settembre e ottobre, alla conferenza dell’Arci è emersa la realtà dei fatti e cioè che la RAS non farà le barricate contro il riarmo, contro l’occupazione militare, per la pace e per liberare la Sardegna dalla guerra.  

Ma al di là di ogni considerazione politica ciò che ha provocato il mio sdegno è il tono delle dichiarazioni di Todde che ha subito richiamato alla memoria il saggio di Hannah Arendt sulla banalità del male. 

Nel 1963 infatti la filosofa tedesca pubblica il suo reportage filosofico sul processo ad Adolf Eichmann.

Arendt rimane colpita dal fatto che il criminale nazista Eichmann non appaia come un sadico, un fanatico o un genio del male, ma come un uomo mediocre, grigio, privo di profondità e pensiero critico.
Non mostra odio particolare né convinzioni ideologiche fortissime.
Si presenta come un funzionario efficiente, orgoglioso della propria carriera.

La scoperta sconvolgente è che il male si presenta sotto le spoglie della banalità quotidiana, può essere architettato ed eseguito da persone normali, incapaci di pensare criticamente e di assumersi qualsivoglia responsabilità morale ed etico-politica. Le personalità politiche, i rappresentanti delle istituzioni, i dirigenti di Stato non fanno eccezione ed esattamente come Eichmann possono nascondersi dietro al loro ruolo, dietro al meccanismo impersonale della macchina burocratica.

Per Arendt, Eichmann non è un demone: è un uomo che non pensa.
Non nel senso che sia stupido, ma nel senso che non esercita il giudizio morale.
È incapace di vedere la prospettiva dell’altro, di riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni.

Il male è “banale” perché non ha profondità, non nasce da un’intenzione malvagia consapevole, ma dal vuoto interiore, dalla rinuncia alla responsabilità, dal rifugio in una piatta mediocrità burocratica e legalista.

Bene, c’è una frase, tra quelle pronunciate dalla presidente della Regione Alessandra Todde alla conferenza dell’Arci, che merita di essere separata dal rumore di fondo e osservata come si osserva un reperto politico rivelatore:


«Ho un ruolo istituzionale e lo devo svolgere sino in fondo, piaccia o non piaccia. I pareri degli uffici si rispettano e si applicano» 

A conclusione del ragionamento che a quanto riferisce il cronista de La Nuova Sardegna ha suscitato proteste in sala, Todde non lascia spazio ad equivoci: «questa vicenda ha avuto un supplemento di istruttoria attenta, severa e sicuramente corretta svolta dagli uffici della Regione, dalle diverse articolazioni della amministrazione. Il loro parere va rispettato. E va applicato»  

( https://www.lanuovasardegna.it/regione/2025/12/06/news/ampliamento-di-rwm-la-regione-verso-l-ok-all-ampliamento-1.100801256 ) .

La dichiarazione della governatrice si riferisce alla procedura di autorizzazione della Regione Autonoma della Sardegna all’ampliamento della fabbrica tedesca di bombe, munizioni e droni killer RWM di Domusnovas (https://www.unionesarda.it/news-sardegna/rwm-al-via-in-sardegna-la-produzione-di-droni-da-combattimento-ordini-per-oltre-200-milioni-uli3wdcn?fbclid=IwY2xjawOipmJleHRuA2FlbQIxMQBicmlkETBwMG5pa2RscXVvTkxWNllkc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHi0xlPDW55GH71j-umUabtO2QqrXtO7dLdPiXBt21qsrZmOono1HUkaQ3o6e_aem_Bc9k_34TdecW7LDk7av3sw ).

È una frase che sembra rassicurante, quasi anodina, e proprio per questo è inquietante. Perché restituisce un’immagine di potere come neutrale applicazione di procedure, come se la politica fosse solo un ingranaggio inserito in una macchina più grande. Todde parla come se la storia non fosse più affar suo, come se la macchina dello Stato – e nel nostro caso dello Stato coloniale italiano e dell’alleanza atlantica NATO in Sardegna – fosse qualcosa di naturale, inevitabile, immodificabile. Lei è lì per “applicare”.

Il parallelo che propongo non è una connessione diretta tra Todde e Eichmann – sarebbe intellettualmente disonesto – ma un parallelo concettuale, critico, filosofico tra due posture politiche mediocri e burocratiche, completamente prive della dimensione etico-politica e dell’etica della responsabilità. 

La riflessione della Arendt va infatti ben oltre la meccanica del nazionalsocialismo e indaga un preciso metodo dell’essere politico: quello del male banale, dell’essere il volto del funzionario che “esegue”, del burocrate che “applica le norme”, dell’uomo o della donna che abdica al giudizio politico-morale in nome del dovere d’ufficio e soprattutto del rifugio nella dimensione del consentito, del legale, della norma a discapito della giustizia, dell’accettazione del conflitto, della rottura democratica. La banalità del male non è banalità delle azioni, ma banalità del pensiero: la sospensione della responsabilità individuale dentro l’apparato.

Non è importante quanto enormemente diversi siano i contesti storici: ciò che è rilevante è la logica. Ed è questa logica che ritroviamo, pur diluita e declinata nei registri liberaldemocratici del nostro tempo presente, nelle parole di Todde alla conferenza dell’Arci.

Il linguaggio della rinuncia

Quando Todde afferma che «i pareri degli uffici si rispettano e si applicano», non sta solo manifestando la necessità di rispettare la legalità, sta anche veicolando un messaggio di deresponsabilizzazione politica, di rinuncia al conflitto democratico, cioè di quello che Gramsci chiamava «spirito di scissione». Sta dicendo che davanti alla pressione di un potere superiore – statale, giudiziario, militare, industriale – il suo ruolo si limita a quello dell’esecutore. Eseguire, perché “altrimenti arriva il commissariamento”.

Il messaggio è chiaro:

Meglio diventare il terminale locale della volontà statale e militar-industriale, piuttosto che difendere l’autonomia reale, quella che costa fatica, scontro, rischio. Meglio trasformarsi in cinghia di trasmissione, in parte del dispositivo, in garante della continuità coloniale che rappresentare l’opposizione dei sardi alla guerra, ai soprusi, alla colonizzazione.

Eppure lo slogan della campagna elettorale del “campo largo” era “il momento del noi”. C’è da chiedersi quando mai arriverà questo momento, che sia un noi “cittadini”, un “noi popolo sardo”, un “noi subalterni”. Quando arriverà insomma il momento della Sardegna? Dalle parole di Todde siamo ancora al momento dei soliti noti, di chi la Sardegna la usa, dei «nuovi feudatari industriali» – come li chiamava Simon Mossa – che siano essi gli speculatori del vento e del sole, i signori delle bombe e dei droni killer o le multinazionali delle nuove risorse minerarie. 

O magari dobbiamo pensare che la prima persona plurale a cui si riferivano Todde e la sua squadra in campagna elettorale era semplicemente un “noi ceto politico” candidato a sostituire quello precedente nell’amministrazione della miseria, dello sfruttamento coloniale, del saccheggio burocratico condotto in nomine legis?

Il conformismo burocratico come forma di potere

Eichmann era un uomo mediocre che parlava per formule, che rifugiava il proprio io dietro la presunta neutralità dell’apparato.
La sua difesa era sempre quella:

“Ho solo applicato le procedure”

La frase di Todde suona come un’eco lontana di questo schema mentale, certo infinitamente meno tragico nei suoi effetti, ma sorprendentemente simile nella struttura logica:


«dovete capire che la presidente della Regione ha un ruolo che va oltre i desideri della sua persona, ha un incarico istituzionale che deve svolgere rispettando le leggi». ( https://www.lanuovasardegna.it/regione/2025/12/06/news/ampliamento-di-rwm-la-regione-verso-l-ok-all-ampliamento-1.100801256 )

Ma l’ampliamento della RWM non è un fatto tecnico. È un fatto politico, coloniale, geopolitico. E rappresenta un pericolo per tutti i sardi, perché in un potenziale e sempre più verosimile scenario di escalation bellica con l’oriente, la Sardegna sarà un target militare. 

Inoltre, da un punto di vista squisitamente politico, la mancanza di una opposizione istituzionale all’ampliamento della RWM, rappresenta l’ennesima ferita nella coscienza dei sardi che si ritrovano soli e senza rappresentanza davanti ad un ruolo meramente subalterno deciso ai piani alti di qualche città continentale, o addirittura oltre oceano.

E Todde, con il linguaggio dei burocrati, normalizza questa violenza epistemica. Non dice che è giusto o sbagliato. Dice che va fatto perché così dicono gli uffici, perché così vuole l’impersonale macchina della burocrazia coloniale.

Ma se la politica abdica alla denuncia e al conflitto , allora a cosa serve?
Se l’autonomia consiste nel dovere obbedire, allora come possiamo ancora chiamarla autonomia?
Se la presidente della Regione è costretta a comportarsi come un funzionario statale di second’ordine, allora chi rappresenta la comunità sarda?

La tragedia non è che Todde dica di dover applicare il parere degli uffici.
La tragedia è che non percepisce questa affermazione come un problema, come una resa, come il segno di una struttura coloniale mai veramente messa in discussione.

La lezione arendtiana per la Sardegna di oggi

Arendt ci insegna che il male più pericoloso è quello che non si pensa.
In Sardegna non abbiamo mostri: abbiamo procedure. Non abbiamo carnefici: abbiamo dispositivi. Non abbiamo un centralismo dichiarato: abbiamo un centralismo incorporato nella logica istituzionale.

La presidente Todde non è un’eccezione. È il prodotto perfetto di un sistema che non ha bisogno di imporre, perché ha già insegnato ai suoi interpreti a obbedire.

Ed è proprio per questo che il parallelo con Arendt è utile: ci ricorda che l’obbedienza non è neutra.
Che applicare non è innocente. Che nascondersi dietro la legge non è una giustificazione, ma una scelta politica.

La banalità del male di Arendt non ci serve per condannare persone, ma per svelare logiche.
E le dichiarazioni della presidente Todde mostrano in maniera cristallina la logica del nuovo e insieme vecchio sistema coloniale: un colonialismo amministrativo, soft, istituzionale, che non ha bisogno di violenza, perché gli basta la burocrazia e il sistema di pesi e contrappesi liberaldemocratici che garantisce la condizione di subalternità dei sardi e la destinazione d’uso della Sardegna a terra di sacrificio energetica, militare, industriale e turistica.

Contro la normalizzazione dell’asservimento

Oggi più che mai il compito degli intellettuali, dei movimenti, dei cittadini è rompere questa normalizzazione.
Dire che un’altra strada esiste: disobbedire, contestare, rifiutare ogni ricatto vero o presunto.
Rivendicare un’autonomia piena, non subalterna. Un’autonomia pienamente politica prima ancora che giuridica e istituzionale che sia la strada maestra verso l’autodeterminazione, la sovranità e l’indipendenza. Ma non a parole come fa qualche vecchia gloria dell’indipendentismo purista presto convertito in consulente del sistema coloniale.

Qui si tratta di ridare alla politica la sua funzione originaria: prendere decisioni in nome della sovranità di un popolo, non eseguire in nome di un apparato o addirittura anticiparne decisioni per paura di subire un commissariamento.

La Sardegna non ha bisogno di presidenti che “applicano”.
Ha bisogno di dirigenti che pensano, che giudicano, che lottano, che dicono no quando è necessario, anche a costo di scontrarsi con lo stato centrale o con i vertici romani del proprio partito.

Perché la libertà, al contrario della subalternità, non si applica: si esercita.


Immagine: sardegnaierioggidomani.com

Cumpartzi • Condividi

3 commenti

  1. Tutto condivisibile… però è ora di finirla di associare la fabbrica delle bombe con Domusnovas. L’ampliamento è in territorio di Iglesias ed è Iglesias che ne ha il vantaggio economico in termini di costo di costruzione dell’ampliamento, imu e tasse municipali, mentre Domusnovas passa dal paese delle meravigliose grotte si San Giovanni a paese delle bombe in 3..2..1… Il paese delle grotte subisce tutta la pubblicità negativa senza avere di fatto voce in capitolo in nessuna decisione. C’è da dire anche che la fabbrica continua ad avere la maggior parte del personale a tempo determinato con contrattini rinnovati a mesetti e i lavoratori sono sempre sul filo senza alcuna certezza nel futuro. Giusto per riportare la discussione sul solco della verità e rendere al paese delle grotte il giusto rispetto che merita.

  2. Concordo in pieno con l’analisi fatta. Ci sono momenti della propria vita in cui l’azione va nella direzione della Storia e questo è uno di quei momenti. Occorre osare e pensare che opporsi all’ampliamento della RWM sia un atto che va verso la pace e che si opponga alla voglia di guerra che ci sta proponendo chi la vuole, affermando di preparare la pace con la guerra, cosa peggiore non c’è.

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