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Perché la Groenlandia può insegnare qualcosa sulla Sardegna?

Il caso della Groenlandia sta sollevando dibattiti soprattutto per l’atteggiamento aggressivo degli Stati Uniti, ma non solo: sta riportando in auge discorsi sull’autodeterminazione dei popoli. Quello groenlandese non è un caso isolato: in Europa esistono realtà che, pur non essendo formalmente colonie, vivono dinamiche di subalternità economica e culturale. La Sardegna rappresenta uno di questi casi, dove però – a differenza della Groenlandia – il dibattito sulla natura coloniale dei rapporti con l’Italia è minimizzato, quando non invisibilizzato.

Nel gennaio 2026, dopo l’operazione in Venezuela che ha portato all’arresto del presidente Maduro, il presidente americano Donald Trump ha intensificato le sue dichiarazioni sulla Groenlandia. “Abbiamo bisogno della Groenlandia, assolutamente, ci serve per la difesa”, ha affermato, sostenendo che l’isola sarebbe “circondata da navi russe e cinesi”.

Il 7 gennaio 2026, il segretario di Stato Marco Rubio ha specificato, in un briefing al Congresso, che l’obiettivo dell’amministrazione è “acquistare” l’isola dalla Danimarca, escludendo (almeno ufficialmente) un’invasione imminente. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha dichiarato che “la prima opzione di Trump sulla Groenlandia è sempre la diplomazia, per questo sta attivamente discutendo l’acquisto”.
Trump non ha escluso l’uso della forza tra le “varie opzioni” sul tavolo, e ha nominato il governatore della Louisiana Jeff Landry inviato speciale per la Danimarca. La strategia sembra puntare a spingere la Groenlandia verso l’indipendenza dalla Danimarca per poi stringere accordi economici e militari diretti con gli Stati Uniti.

Il Corriere della Sera informa che l’acquisto della Groenlandia da parte degli Stati Uniti «sarebbe essenzialmente una grande operazione immobiliare». Proprio a causa delle pressioni americane, nel 2025 è stata discussa una legge entrata in vigore il 1 gennaio 2026 secondo la quale i cittadini non danesi e le società straniere potranno acquistare proprietà o diritti di utilizzo del suolo groenlandese solo se sono stati residenti permanenti e hanno pagato tutte le tasse in Groenlandia negli ultimi due anni.

La Groenlandia, terra contesa

La Groenlandia è oggi un protettorato, cioè un territorio autogovernato all’interno del Regno di Danimarca, ma fino al 1953 era una colonia danese.
Gli Stati Uniti hanno costruito basi militari sull’isola all’inizio della seconda guerra mondiale e poi durante la guerra fredda. Nel 1946, alcuni funzionari statunitensi offrirono di acquistare la Groenlandia dalla sua potenza coloniale, la Danimarca, per 100 milioni di dollari in lingotti d’oro, una proposta ripetuta da Donald Trump nel 2019 e tornata d’attualità.

È un’isola contesa anche perché il progressivo scioglimento dei ghiacci potrebbe consentire l’apertura di nuove vie di comunicazione strategiche, di implementare ulteriormente il turismo, ma soprattutto l’accesso a risorse finora difficili da sfruttare. Come ad esempio le terre rare, un gruppo di elementi importanti per diverse applicazioni tecnologiche e, purtroppo, anche come componenti di oggetti bellici.
La Groenlandia possiede una riserva tale di queste risorse (1,5 milioni di tonnellate, quasi il 20% delle riserve globali) da competere con la produzione cinese.
(Il discorso sulle terre rare riguarda anche la Sardegna, vista la riapertura della miniera di Silius).

A dispetto del nome questi materiali sono abbastanza diffusi, ma la loro estrazione è complessa, onerosa e -soprattutto- ad alto impatto ambientale.

La questione dell’indipendenza è però controversa. L’11 marzo 2025 si è votato per il rinnovo del Parlamento, con la vittoria dei Democratici (Demokraatit) di centro-destra.
Oltre alle polemiche di Trump, durante la campagna elettorale si era parlato soprattutto dell’opportunità per la Groenlandia di diventare indipendente dalla Danimarca. I Democratici hanno adottato un approccio più cauto sulla questione perché “prima vanno costruite le fondamenta economiche per l’indipendenza”.


Dal 2009 esiste una legge che stabilisce come dovrebbe funzionare l’ottenimento dell’indipendenza, ma da allora i negoziati con il governo danese sulle condizioni del futuro rapporto, da sottoporre poi a un referendum, non sono mai stati avviati.
Ogni anno il governo groenlandese riceve dalla Danimarca 580 milioni di euro, che corrispondono più o meno a metà del suo bilancio e che il governo locale non sa bene come potrebbe sostituire.

L’indipendenza è un elemento su cui la propaganda americana fa leva, in parte riuscendoci, dato che il secondo partito eletto nel marzo scorso, Naleraq (che ha adottato un approccio diverso e più netto sull’indipendenza rispetto al governo uscente), è anche quello che guarda con più favore gli Stati Uniti, considerando Trump un sostenitore dell’indipendenza della Groenlandia.
Il trattato che gli Usa vorrebbero proporre è il Cofa, un accordo internazionale con cui gli Stati Uniti regolano i rapporti con un Paese sovrano. Il Cofa garantirebbe piena autonomia per gli affari interni e riconosce l’indipendenza. Gli USA assumerebbero la responsabilità della difesa e sicurezza esterna, oltre a fornire assistenza finanziaria. In cambio otterrebbero il diritto di utilizzare il territorio di quel Paese per scopi strategici, ad esempio installando basi militari. Non fosse che gli Stati Uniti in Groenlandia ci sono già.

Nel comunicato congiunto che Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Danimarca e Spagna hanno rilasciato, dichiarano che «la Groenlandia appartiene al suo popolo», salvo poi specificare la gerarchia secondo cui «spetta alla Danimarca e alla Groenlandia, e solo a loro, decidere sulle questioni che li riguardano».


E la voce del popolo groenlandese?

Circa l’89% della popolazione è costituita da Inuit groenlandesi.
La valutazione del rapporto tra Danimarca e Groenlandia cambia a seconda del punto di vista. Per l’esperta di governance internazionale Ekaterina Antsygina, Universität Hamburg, intervistata da La Stampa è “quella di un territorio autonomo all’interno di uno Stato sovrano, non di un possedimento coloniale”.

La scrittrice Niviaq Korneliussen, una delle più importanti voci letterarie indigene, afferma: “La Danimarca non ha voluto sviluppare la Groenlandia, ma colonizzarla. Con l’estrazione di metalli dalle nostre miniere abbiamo saputo che il governo di Copenhagen ha costruito chiese in Danimarca”. Quando le viene fatto notare che il governo danese ha costruito ospedali e scuole in Groenlandia, lei risponde: “è vero: il fatto è che il sistema scolastico è molto danese e noi non siamo danesi. Il tipo di sviluppo che è stato previsto non ha mai tenuto conto delle nostre specificità culturali e geografiche”.

Secondo Korneliussen la distanza con la Danimarca rischia di aumentare ulteriormente se sarà riconosciuta la storia e la geografia della Groenlandia. Dice “noi siamo considerati un fardello”.
L’autrice rifiutava la lettura postcoloniale della sua opera “Homo sapienne” (2014): diceva di voler trattare altre questioni, poi ha cambiato idea perché dice di essersi resa conto che tutto quello che scrive è post coloniale, perché scrivere le storie dei groenlandesi comporta una responsabilità. Non se ne parla spesso: “di solito sono i danesi a farlo” e questo per Korneliussen è problematico perché “devi conoscere da dentro una società per poterla raccontare”.

La colonialità può ridursi a una questione tecnica?

Relegare le azioni discriminatorie condotte nei confronti delle persone native della Groenlandia ad un passato superato è fuorviante.
La lingua parlata dalla maggior parte della popolazione della Groenlandia risulta incomprensibile a chi parla solo danese: per questo motivo il suo uso in Parlamento è vincolato a un regolamento, che secondo alcunə, come la parlamentare Aki-Matilda Høegh-Dam, è un retaggio della mentalità coloniale con cui la Danimarca pensa alla Groenlandia.
Nel sistema legale esistono inoltre ancora differenze di trattamento fra groenlandesi e danesi.
Tra gli aspetti considerati come le conseguenze peggiori del dominio coloniale danese sull’Isola ci sono la sottrazione di bambini inuit alle loro famiglie; test di competenza genitoriale e l’impianto forzato di dispositivi contraccettivi in migliaia di donne groenlandesi.

Le sterilizzazioni forzate delle donne Inuit

Nel settembre del 2025 sono usciti i risultati di un’indagine indipendente condotta dal 2023 in Danimarca sulle donne inuit della Groenlandia a cui furono impiantate spirali contraccettive senza il loro consenso tra gli anni Sessanta e Settanta, quando la grande isola aveva una minore autonomia dal paese scandinavo.

Si legge in un articolo de IlPost: “nell’indagine oltre 350 donne e ragazze hanno descritto le loro esperienze di contraccezione forzata raccontandone le traumatiche conseguenze sia fisiche che psicologiche. Quasi tutte le vittime avevano un’età compresa tra 12 e 37 anni, all’epoca. Nel rapporto c’è anche il racconto di una bambina che aveva meno di 12 anni, ma la sua età precisa non è stata resa pubblica per motivi di privacy. Si stima che in quel periodo furono circa 4.500 le donne di etnia inuit coinvolte.”

Cosa c’entra la Groenlandia con la Sardegna

Come già visto, la vicenda groenlandese risuona in modo particolare in Sardegna, dove da anni si discute di colonizzazione interna e processi di marginalizzazione (occupazione militare, speculazione energetica, discriminazione linguistica e culturale).

Sulla natura coloniale delle relazioni tra Groenlandia e Danimarca non vi sono dubbi: è un dato storico.

Quanto influisca la consapevolezza di questo aspetto sull’identità e sulle scelte delle persone Inuit non è così scontato.

Un secolo fa l’antropologo danese Knud Rasmussen descriveva la Groenlandia come una terra dove la natura è matrigna, sempre ostile, pronta a rapire vite, raccontando storie che oggi sono considerate mere leggende, miti. Non esistono né fate né magie, ma gesti quotidiani, la vita di tutti i giorni. Le conseguenze di secoli di colonizzazione.

Nel suo percorso di presa di coscienza, per Niviaq Korneliussen è stato scoprire che dopo il 1953, con la modernizzazione forzata del Paese, il tasso di suicidi aumentò drasticamente, segno di una profonda infelicità e perdita di identità.
Un fenomeno che la Sardegna ha in comune con la Groenlandia.

Se nemmeno in un contesto dove il passato coloniale è assodato i processi di decolonizzazione non sono scontati, cosa può accadere nei luoghi come la Sardegna dove i fenomeni della modernizzazione passiva e della colonizzazione interna sono invisibilizzati e non riconosciuti?

Se la matrice che genera alcune delle condizioni di subalternità sofferte dalla popolazione non è argomento di discussione, come si può pensare di agire a livello collettivo per fronteggiare le sfide globali a cui andiamo incontro?


Immagine: Sole24 ore

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