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L’ombra del pregiudizio

Nel cuore aspro della Barbagia nuorese ove le montagne sussurrano antiche ingiustizie,
si staglia la figura di Raffaele Gusai, vittima ormai silente del pregiudizio barbaricino.
Era nato e domiciliato a Lollove e, all’età di 49 anni, fu ingiustamente accusato di aver
ucciso con premeditazione un giovane amico, Luigi Catte, nella notte fra il 19 e il 20
settembre del 1892.

Silenziate le voci del popolo che credevano alla sua innocenza, essendo Rafaele Gusai un
uomo mite dedito all’agricoltura più che alla pastorizia, la spietata macchina della
giustizia ottocentesca diede inizio al suo calvario personale e, indirettamente, a quello
della famiglia.

Raffaele dovette presto piegarsi alle catene del sospetto, subire umiliazioni, insulti che lo
trasformarono in un gigante feroce e spietato nel volto come negli atti. La sua stessa
altezza, la pelle abbronzata dal sole di Lollove, i capelli lunghi e la barba indomita con i
quali venne ritratto, lo inchiodarono lombrosianamente a una triste reputazione di
brutale bandito facendolo sprofondare in un baratro di calunnie.
Era il tempo dell’Italia post-unitaria che soffocava la Sardegna con repressioni legate
anche a tristi stereotipi isolani. L’implacabile vortice repressivo dello Stato doveva
rapidamente sradicare la piaga del banditismo endemico legato alla miseria, senza
troppo curarsi di discernere gl’innocenti dai colpevoli.

Ed ecco che un semplice e onesto contadino, privato del diritto di un processo equo, di
testimonianze attendibili, senza confessioni e con identificazioni sommarie quanto prive
di fondamento, fu relegato fra i briganti barbaricini. Su di lui fu messa la taglia irrisoria, e
alquanto ridicola rispetto alla sua triste fama, di duecento lire. Taglia che la dice lunga
sul suo ‘’valore di bandito’’.

Raffaele Gusai non scontò un solo giorno di prigione perché, terrorizzato dal clima
repressivo e mal sopportando l’ingiusta accusa di omicidio, si diede alla macchia.
La verità emerse solo nel 1900, durante il processo in Corte d’Assise straordinaria di
Sassari convocata a Nuoro.

Raffaele Gusai, fu difeso dagli avvocati Antonio Ganga e Giuseppe Pinna che lo avevano
persuaso a costituirsi. Era comparso in tribunale ‘’libero e sciolto, custodito bensì dalla
forza pubblica’’. Dopo una serie di lunghi interrogatori, il cavaliere Francesco Cannas,
consigliere d’appello, diede lettura alla sentenza con la quale « Gusai Pische Domenico
Raffaele, viste le dichiarazioni dei giurati, è stato dichiarato non colpevole della fattagli
accusa di omicidio volontario premeditato per la quale fu rinviato al giudizio di questa
Corte e mandiamo che il medesimo sia posto immediatamente in libertà qualora non sia
detenuto per altro reato».

A chiederne una giustizia tardiva e riparatrice che restituisca a Raffaele Gusai la giusta
memoria di un sardo onesto calpestato dall’ingiustizia ottocentesca, è il nipote Michele
Nioi, un energico e volitivo novantacinquenne che vive fra la periferia parigina e
Capocomino.

Il nipote di Raffaele che continua ad aggiornarsi leggendo libri e giornali, mai
rassegnatosi all’immeritata fama del nonno, esprime sofferenza nel constatare che,
malgrado la sentenza che lo assolse in piena formula dall’ingiusta accusa, il ritratto
lombrosiano del suo avo appaia su numerose pubblicazioni sul banditismo sardo. E non
si tratta unicamente di edizioni più o meno coeve ai fatti ma anche di ristampe di recente
pubblicazione.

Michele Nioi, benché anziano, porta nei suoi occhi mansueti una scintilla di speranza
mostrando il ritratto del volto severo del nonno, un uomo che conobbe la fatica e l’onore ma anche il pregiudizio e la calunnia. Un uomo che merita la dignità di chi non ha potuto
difendersi. Ristabilire la verità restituirebbe alla storia la voce degli umiliati di cui
Raffaele Gusai potrebbe divenire vessillo.


Immagine: axismundi.blog

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