Lu Fenosu/Cala Finanza: vittoria di chi? e contro chi?

Il caso Cala Finanza (o meglio, Lu Fenosu) ha assunto una rilevanza notevole, nel dibattito pubblico sardo (specialmente sui social), al di là della sua stessa consistenza. Questo perché è un’occasione preziosissima per fare una risciacquatura “autonomista” a stracu baratu (a buon mercato) o per intestarsi una “vittoria” a colpi di video, reel e post assertivi. Il che offre un buon motivo per ragionare sulla maturità del dibattito medesimo e sulla statura dei suoi protagonisti, avventizi o attempati che siano.
Intanto va precisato che la questione è emersa con forza soprattutto a opera del Gruppo di Intervento Giuridico, di alcuni post di Tonino Dessì su FB, degli articoli di Indip e dell’azione di alcuni comitati.
Anche su S’Indipendente ne abbiamo accennato a più riprese. Lo svelamento dei retroscena, la pessima figura della giunta Todde e della attuale maggioranza in Consiglio regionale, l’evidenza della prepotenza estrattiva dei soggetti speculatori coinvolti hanno contribuito a mettere con le spalle al muro la politica sarda e quella locale ad essa legata. La manifestazione del 1° luglio, bisogna essere onesti, non ha spostato di un millimetro l’esito della questione. Le manifestazioni vanno sempre bene, anche se andrebbero organizzate come si deve. Questa ha procurato una pubblicità in gran parte negativa alle lotte popolari, data la qualità rivedibile dell’organizzazione, le improvvide dichiarazioni di alcuni protagonisti e le scene imbarazzanti riprese in loco da vari testimoni. A dispetto di questo relativo incidente di percorso, la vertenza sembra avviarsi a una conclusione positiva per il territorio coinvolto.
I proclami trionfalistici dei vari sedicenti intestatari della vittoria sono un fatto a sé stante, meritevole di analisi sociologica e politica.
Comincerei dalla politica istituzionale, e in specie dalla postura della giunta Todde. La Regione, nei suoi organi preposti, ha fatto finta di nulla finché ha potuto, salvo risvegliarsi e correre ai ripari quando si sono accort* di aver messo il piede su un bel pezzo di sterco. Le rivelazioni del GrIG sono rimaste inascoltate per settimane, rilanciate solo da qualche operatore dell’informazione e da osservatori privati ma competenti, riprese da alcune sigle indipendentiste e da alcuni comitati. Oggi assistiamo all’ingiustificato auto-incensamento della presidente Todde e di tutta la consorteria del campolargo. È notevole come Todde&friends giochino a camuffarsi dentro i meccanismi social, fingendo di essere anti-speculazione energetica in Italia, per partecipare all’opposizione al governo Meloni (che è molto meno favorevole di loro all’assalto speculativo delle FER, solo perché promuove i combustibili fossili e il nucleare), ma agendo a favore “degli investitori” in Sardegna. Allo stesso modo, in questa circostanza, fanno gli splendidi adesso che l’affare è saltato per le sue magagne evidenti, assumendo pose da difensori delle prerogative autonomiste della Regione, quando in realtà erano e restano favorevoli all’approccio speculativo anche in campo immobiliar-turistico, soprattutto se ci sono, appunto, grossi investitori alle porte. La campagna Todde-Comandini sul PPR, costruita in modo da simulare una volontà di estensione della tutela, quando invece si tratta di modificarla per renderla più aggirabile (come stava succedendo nell’affare Lu Fenosu/Cala Finanza), è piuttosto indicativa.
Scrive in proposito Andria Pili, su FB:
Al netto dell’ordinario circo trasversale dell’autoattribuzione di meriti e annessione di vittorie da parte di una classe politica mai particolarmente pro-attiva […], trovo interessante un certo discorso emerso da PD e M5S.
Cioè, da quelle parti istituzionali, nel parlare della questione ho notato una certa enfasi sul “rispetto delle regole” e poi che loro non sono “contro qualcuno” o “contro lo sviluppo”. Si tratta insomma di spostare il punto della discussione verso uno spazio più confortevole per loro, affinché non si metta in discussione un modello che loro desiderano e perché si contenga l’emersione di un potenziale clima ostile verso i grandi gruppi alberghieri di lusso. Si tratta di un discorso assolutamente contrapposto rispetto a quello dei movimenti e individui che hanno il vero merito di questa “vittoria”. Insomma: investimenti come quello del gruppo Tavolara Bay possono essere ritenuti accettabili e considerati “sviluppo” se rispettano “le regole”, regole che possono essere allentate o cambiate in futuro da questa stessa gente che ora si applica medaglie da sola, o una “autonomia” che può essere costretta e che non provocherebbe reazioni effettive se a costringerla sarà un “governo amico”. Lo sappiamo.
Non è una impressione. Stavo cercando per giorni dichiarazioni dell’assessore al turismo Franco Cuccureddu sulla questione Cala Finanza. Ieri finalmente ha parlato e ha parlato così: “il gruppo che aveva previsto questo investimento è un grandissimo gruppo internazionale, parliamo di hotellerie di primissimo livello, molto presente nel mercato americano. In Sardegna gli investimenti con soggetti così autorevoli e importanti sicuramente sono auspicabili, ma solo se si rispettano assolutamente tutte le norme. La posizione della regione è chiara e netta, nessuna preclusione per gli investimenti di qualità, ma nel rispetto assoluto di tutte le norme paesaggistiche, geologiche e ambientali.”
Dal canto suo, la presunta opposizione di destra in Consiglio regionale ha vita facile a indicare le responsabilità e le contraddizioni della maggioranza. Non certo perché le sue componenti siano più sensibili alla tutela del territorio e agli interessi strategici dell’isola, ma solo per convenienza tattica. Sappiamo che i primi a voler demolire il PPR e qualsiasi freno alle mire rapaci degli speculatori sono sempre stati loro.
Insomma, è tutto un gioco delle parti, in cui si recita, si dissimulano le reali intenzioni, ci si costruisce una narrazione su misura nei social e poi, nelle sedi decisionali (più o meno formali), si fa quel che si vuole. O quel che si deve fare per soddisfare i propri gruppi di interesse di riferimento.
A complicare la situazione ci si mettono poi gli improvvisati capi-popolo assetati di “mi piace”, pronti a monetizzarli appena possibile. Gente spuntata dal nulla, ignorantissima sulla Sardegna attuale e passata, su come funziona la politica, su come si realizza una lotta popolare. In particolare l’entità Surra ha conquistato uno spazio social decisamente più che proporzionale rispetto alla sua consistenza numerica e alla qualità della sua offerta politica. Che rimane elementare e puerile a livelli preoccupanti. Tanto più che ha assunto una postura demagogica ampiamente sperimentata dagli stessi 5 Stelle (oggi additati come “nemici del popolo”) quando erano ancora grillini: presentarsi come anti-casta, senza chiarire chi faccia parte della casta; dichiarare di essere “né di destra né di sinistra” (ossia, alla fine, di destra, e spesso di quella brutta brutta); infarcire i discorsi politici di… anti-politica; cercare di egemonizzare tanto gli spazi social quanto la conduzione delle manifestazioni, imponendo regole arbitrarie e ostili alla militanza consolidata.
Il problema, tuttavia, non è Surra in sé. In una società sana, politicamente avvezza alle dinamiche democratiche, cosciente della propria storia e della propria collocazione nel mondo, il fenomeno Surra sarebbe comunque possibile, ma resterebbe marginale e di nicchia. D’altro canto, nella stessa condizione ideale, non potrebbero spadroneggiare con tanta disinvoltura nemmeno i comitati elettorali e d’affari che occupano le istituzioni sarde, spacciandosi per forze politiche. Surra e la disastrosa giunta Todde (degna erede delle giunte precedenti, senza alcuna discontinuità evidente), così come le varie incarnazioni podatarie della politica sarda, sono facce della stessa medaglia. Surra ha il ruolo che avevano le “sardine” per il centrosinistra qualche anno fa, ma più rivolti a destra. La storia è piena di sedicenti rivoluzionari che hanno finito per favorire il sistema di potere che sostenevano di voler abbattere. Non mi stupirebbe se al prossimo giro elettorale, in cui la destra sarà favorita, i suoi esponenti più in vista (suoi di Surra) fossero accolti amorevolmente in qualche lista di quella compagine; tra i fascisti vannacciani, magari. Ma questa è una mia illazione, da sottoporre alla prova dei fatti. Vedremo. Spero di sbagliarmi.
In definitiva, se possiamo tirare un (momentaneo) sospiro di sollievo per Lu Fenosu, per tutto il resto c’è di che essere preoccupati. I nostri problemi strutturali sono tutti in piedi e sempre più minacciosi, le mire speculative sulla Sardegna sono grandi e di vario tipo. L’auspicio è che, a dispetto della chiusura oligarchica del potere coloniale, nell’isola maturi una proposta politica ed elettorale di natura realmente democratica in grado di entrare nelle amministrazioni pubbliche, a cominciare da quelle locali. È lì che, nel sistema attuale, si possono modificare le cose. Senza abbandonare le lotte popolari, eterogenee, plurali e contraddittorie come sono sempre, ma pur sempre fucina di elaborazioni ed esperienze di militanza indispensabili.
Immagine: lindipendente.online
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Intanto Zuncheddu si è pappato l’ ospedale marino con arenile annesso