Cala Finanza, l’equivoco dell’«antipolitica» e della «politica»

La mobilitazione contro la speculazione edilizia a Cala Finanza, a Porto San Paolo, ha riaperto una questione che in Sardegna ritorna con una regolarità quasi ciclica: quella del rapporto tra conflitto sociale, simboli politici e definizione stessa di “politica”. Come spesso accade nei momenti in cui un movimento popolare riesce a incrinare gli automatismi dello sviluppo imposto, la discussione si è rapidamente spostata dal merito — la difesa concreta di un territorio dall’ennesima aggressione speculativa — alla forma: bandiere sì, bandiere no; partiti sì, partiti no.
È da qui che si è aperta una querelle apparentemente secondaria, ma in realtà rivelatrice della fase storica che viviamo. Alcuni promotori dell’evento hanno espresso l’esigenza di “tenere fuori i partiti”, nel nome di una purezza del movimento o di una presunta neutralità dell’azione collettiva. Ciò ha dato il destro ad alcune sigle politiche del tutto compromesse, per storia e pratiche, con l’assetto di gestione coloniale della Sardegna, che hanno colto l’occasione per intervenire, non tanto per rafforzare la mobilitazione, quanto per riciclare una credibilità ormai completamente logorata.
Siamo di fronte a un doppio equivoco.
Il primo è l’equivoco dell’“antipolitica”. In Sardegna, come altrove, non esiste azione collettiva che non sia politica. Anche il rifiuto della politica è una forma di politica, spesso la più facilmente riassorbibile dal sistema dominante perché la meno strutturata e la più esposta a percorsi individuali. Dire “no ai partiti” non significa uscire dalla politica, ma semplicemente dichiarare una forma ingenua — o talvolta inconsapevole — di collocazione dentro il campo politico esistente. Perché “partito”, prima ancora che adesione ad una sigla o partecipazione alle elezioni, significa ciò che la parola dice alla sua radice: parte. E prendere parte è sempre un atto politico.
In questo senso, ciò che è accaduto a Cala Finanza non è un’eccezione, ma un segnale. Gli stessi soggetti che si sono mobilitati contro la speculazione edilizia sono attivi anche contro la devastazione speculativa energetica del territorio e contro le molteplici forme di penetrazione economica e strategica che attraversano la Sardegna contemporanea. Non si tratta quindi di un insieme occasionale di vertenze scollegate (speculazione energetica, speculazione edilizia, occupazione militare, privatizzazione degli aeroporti sardi, ecc..), ma di un campo di conflitto che tende oggettivamente a unificarsi. È un movimento politico in formazione, anche quando rifiuta di riconoscersi come tale.
E proprio qui si apre il secondo equivoco: quello della “politica” intesa come proprietà di apparati consolidati, di sigle storiche o di gruppi dirigenti che rivendicano esperienza contro la presunta spontaneità dei movimenti o l’ingenuità dei giovani emergenti (specialmente su internet). Da una parte si afferma un giovanilismo politico che tende a giustificare tutto in nome dell’energia della mobilitazione, dall’altra si manifesta un atteggiamento quasi notarile da parte di strutture politiche in declino, che rimproverano ai movimenti di essere “senza storia”, “senza struttura”, “contraddittori”, mentre hanno progressivamente perso ogni capacità di incidere sui processi reali.
Ma è proprio questa la contraddizione centrale: chi rivendica “la politica” spesso non rappresenta più alcuna forza storica reale, mentre chi la rifiuta la sta praticando in forma embrionale, ancora non cosciente di sé.
Si crea così un corto circuito: da una parte giovani attivisti che pretendono di non usare l’ideologia, il che sarebbe come pretendere per una colomba di non usare l’aria per volare, dall’altra ex aspiranti leader o giornalisti, un tempo marxisti, oggi direttori di fanzine di AVS che rivendicano il ruolo dell’ideologia quando calpestano quotidianamente ogni ideale progressista per difendere una Giunta regionale indifendibile che di fatto sta preparando nuovamente il terreno al prossimo avvento dell’ultra destra (lo stesso schema si ripete ormai identico su scala regionale, statale e continentale da decenni!).
In mezzo, la Sardegna reale e i subalterni lasciati da soli nella loro eroica resistenza contro la “quarta colonizzazione” (uso una mia definizione ormai entrata in circolo nel dibattito politico sardo!): una società attraversata da nodi strutturali — energetici, urbanistici, militari, economici, culturali, sociali — che non possono più essere affrontati separatamente. È sempre più evidente che le diverse vertenze non sono compartimenti stagni, ma aspetti di un unico processo di subordinazione.
Per questo la contrapposizione tra “politica” e “antipolitica” è un falso problema. E Gramsci, nel suo lavoro sui subalterni (specie nel Quaderno 25), ci offre ancora oggi una chiave decisiva per leggere la situazione.
Nei Quaderni del carcere, e in particolare nel percorso di analisi dei gruppi subalterni, si distinguono alcune fasi: dalla formazione oggettiva dei gruppi dominati, all’adesione più o meno consapevole ai modelli egemonici, fino alla costruzione di organizzazioni proprie e alla difficile conquista dell’autonomia politica. È proprio in questo passaggio che si gioca il nodo decisivo.
La Sardegna appare oggi collocata in una fase intermedia: da un lato esiste una proliferazione di dispositivi politici che tendono a “conservare l’assenso” dei subalterni, incanalandone il dissenso entro forme compatibili con l’ordine esistente (appunto partiti, ma anche associazioni, movimenti, media); dall’altro emerge un senso comune di rifiuto che, pur confusamente, intuisce un punto fondamentale: questa terra appartiene a chi la vive, e non può essere ridotta a spazio di estrazione coloniale del valore.
Ma questo “buon senso” è ancora intrecciato a elementi contraddittori: diffidenza verso la politica, rifiuto delle organizzazioni in quanto tali, sospetto verso le ideologie. È una fase ancora instabile, dove la coscienza non ha assunto forma autonoma e quindi il “nuovo” non riesce ad emergere e ad affermarsi rispetto al “vecchio” che sta morendo.
La questione allora non è eliminare la politica, ma sottrarla alla sua forma colonizzata e trasformarla in strumento di costruzione di autonomia politica popolare, come in parte ha fatto la Rete Pratobello (purtroppo solo in parte..). È qui che si colloca ciò che potremmo definire — senza mitologie ma con chiarezza analitica — una prospettiva di “sardismo popolare” (uso sempre una categoria coniata da me che ha avuto una discreta fortuna) cioè il processo di organizzazione autonoma dei subalterni sardi.
Una transizione che implica il superamento sia dell’illusione antipolitica sia della politica ridotta a gestione coloniale travestita da antagonismo. Tutto ciò richiede, soprattutto, una nuova capacità di leggere unitariamente le diverse contraddizioni: la speculazione edilizia, la transizione energetica imposta dall’alto, la militarizzazione del territorio, le forme contemporanee di dipendenza economica.
Cala Finanza, in questo senso, non è solo un luogo in conflitto. È un punto di emersione di una trasformazione più ampia. E la discussione sulle bandiere, se resta isolata dalla sostanza del conflitto, rischia di diventare un diversivo.
La vera domanda non è chi può stare sotto quale bandiera, ma quale soggetto collettivo sta nascendo — e se sarà capace, un giorno, di diventare non solo opposizione, ma progetto egemonico dei sardi che vogliono finalmente liberarsi dalle loro catene.
Immagine: ilmanifesto.it















