Sardegna, il paradiso della spazzatura

Fazzoletti, salviette, brik di succhi di frutta, assorbenti, vaschette di plastica, confezioni di merendine, pacchetti di patatine, cannucce, gli immancabili mozziconi di sigarette, buste di plastica contenenti deiezioni canine, costumi da bagno e, persino, feci umane! Questa è la lista – incompleta – dei rifiuti che ho incontrato in qualche metro di passeggiata verso due spiagge del Sulcis che ho frequentato di recente. Da una parte cielo limpido e mare azzurro, dall’altra corone di pattume sui cespugli della macchia mediterranea.
Il problema interessa diverse aree della Sardegna e non è raro durante i viaggi in macchina scorgere buste di spazzatura a bordo strada che, si sa, oltre a inquinare, bruciano facilmente. I campi dorati sono costellati di bottigliette di plastica e di bottiglie di birra. Non a caso una delle ultime campagne pubblicitarie dell’Ichnusa, che campeggia con un cartellone anche nell’area arrivi dell’aeroporto Mario Mameli di Cagliari Elmas, recita: “Se deve finire così, non beveteci nemmeno” accompagnata da numerose foto di bottiglie abbandonate tra rocce e arbusti.
Nei centri urbani la situazione non è migliore, che i Comuni abbiano adottato il servizio di raccolta “porta a porta” o che siano a disposizione i cassonetti lungo le vie, non è difficile notare cumuli di rifiuti abusivi, magari in qualche aiuola nascosta o in qualche angolo buio vicino a supermercati e centri commerciali delle città. Lo stesso vale per le periferie e anche per le passeggiate turistiche.
La buona notizia è che il 25° Rapporto annuale sulla gestione dei rifiuti urbani in Sardegna riferito alla gestione e raccolta dei rifiuti nel 2023, pubblicato a marzo 2025 evidenzia che l’isola si posiziona al terzo posto a livello nazionale per percentuale di raccolta differenziata (76,46%), dietro Veneto ed Emilia Romagna. Certamente le multe previste per l’errato conferimento dei rifiuti, i puntuali controlli della spazzatura prodotta da privati facilmente identificabili, la diffusione di calendari e di materiale informativo sono stati degli strumenti utili per raggiungere questo risultato.
Allora perché non si riesce a fare altrettanto per le periferie, le campagne e le spiagge sarde, nonostante la legge vieti l’abbandono dei rifiuti?
Nel Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti Urbani del 2008 e successivi aggiornamenti, la Regione Autonoma della Sardegna riconosce la problematica come una delle criticità ambientali più rilevanti per il territorio.
I Comuni sono chiamati a mappare e monitorare i punti critici soggetti a scarichi abusivi, avvalendosi di sistemi di videosorveglianza per il monitoraggio delle aree a rischio e programmando ispezioni da parte dei gestori dei servizi ambientali. È previsto il rafforzamento delle attività ispettive e sanzionatorie anche mediante il coinvolgimento della polizia locale, delle compagnie barracellari e degli ispettori ambientali. Per ridurre l’impatto ambientale e sociale dell’abbandono (cioè l’emulazione della cattiva pratica) è prevista la rimozione dei rifiuti entro sette giorni dalla segnalazione e l’attivazione di servizi di pronto intervento da parte dei soggetti competenti, in particolare per le strade pubbliche.
I regolamenti comunali devono inoltre prevedere sanzioni proporzionate, definire le modalità di controllo del territorio e fissare standard di servizio per i gestori. A completare il quadro, la Regione promuove l’adozione di tecnologie per migliorare la tracciabilità dei rifiuti (ad esempio attraverso app), l’informazione trasparente verso i cittadini e campagne di comunicazione e sensibilizzazione permanenti, in particolare nelle scuole e nei contesti associativi.
Tutte queste azioni dovrebbero essere supportate da un impianto di monitoraggio fondato su indicatori di performance, quali il numero di Comuni dotati di sistemi di controllo, la quantità di siti abusivi bonificati, la frequenza degli interventi di rimozione e l’andamento delle sanzioni elevate. Il coordinamento tra Regione, Province, Comuni, ARPAS, Consorzi industriali e operatori del settore è considerato essenziale per assicurare l’efficacia delle misure adottate e garantire la tutela dell’ambiente e della salute pubblica.
Quindi, il Piano Regionale prevede una combinazione di sforzi tra cittadinanza attiva e istituzioni per far fronte a questa emergenza ambientale, tuttavia la spazzatura abbandonata resta. Quali sono le criticità che andrebbero affrontate?
Purtroppo, è complesso capire lo stato dell’arte delle azioni auspicate dalla Regione: se esistono delle informazioni sui siti bonificati o delle mappature delle discariche abusive, non sono facilmente accessibili. Le segnalazioni che dovrebbero fare i cittadini sono troppe: provate a uscire dal vostro Comune, qualsiasi strada percorriate, troverete in media un rifiuto ogni metro. D’altronde, se si richiede la collaborazione della cittadinanza, è giusto anche proporre un ritorno rispetto alla collaborazione di chi segnala, cioè far sapere agli abitanti che quella denuncia è stata utile (tramite app, social o siti dedicati), invogliando così le persone a osservare il paesaggio che ci circonda e a fare la loro parte. Siamo così abituati a vedere la spazzatura che non ci accorgiamo neanche della sua presenza e viene da chiedersi se non sia ormai parte integrante della nostra terra.
Ancora: è necessario rendere più facile la collaborazione, non è chiaro quale sia la strada da percorrere. Ci si può rivolgere all’ufficio specifico del Comune oppure alla Polizia Locale, oppure ancora al Corpo Forestale e anche alla Compagnia Barracellare. Magari si potrebbe specificare meglio a quale di questi enti bisogna rivolgersi per quale specifica problematica. Sarebbe comunque forse più efficace organizzare dei pattugliamenti frequenti, da parte degli enti interessati, anche in zone “poco battute”. Una di queste mattine ho visto dei turisti che passeggiavano dietro la spiaggia di Masua e sono poi arrivati al mare tramite le scalette, che chi frequenta quella località conosce bene, anche se sono un accesso secondario. Davanti agli occhi di queste persone c’erano un mare splendido e una grandissima quantità di spazzatura di ogni tipo. Non lo dico perché gli occhi dei turisti siano più nobili di quelli sardi, ma dato che si tiene tanto a una certa immagine della Sardegna, forse bisognerebbe curare questi dettagli.
E a proposito dei turisti: dove buttano la spazzatura? Il sito Sardegna Turismo riporta delle indicazioni generiche su come funziona la raccolta differenziata nell’isola e qualche Comune ( ad esempio San Teodoro) mette a disposizione dei servizi di raccolta rifiuti ad hoc per turisti in partenza. Per il resto le difficoltà sono diverse per chi si sposta in camper e deve recarsi nell’ecocentro o nell’isola ecologica di riferimento. Chi progetta servizi in questo ambito ormai lo sa: la pigrizia è il peggior nemico dell’ambiente ed è necessario rendere il conferimento dei rifiuti il più facile e veloce possibile. Le sanzioni funzionano, ma anche moltiplicare i bidoni e i loro utilizzatori potrebbe essere una buona idea.
Veniamo al nodo cruciale della questione: la maleducazione, l’ignoranza o come vogliamo chiamarla. Mentre ragionavo su questo articolo sono andata a prendere un po’ di maestrale a Plagemesu e ho incontrato un membro della Compagnia Barracellare del Comune di Gonnesa, che portava tre sacchetti pieni di rifiuti raccolti tra le dune. Mi ha spiegato che, nonostante non sia permesso, capita spesso che i giovani si radunino nel luogo per fare festa la sera e che si lascino dietro di tutto, tra la leggerezza dell’età e quella della famiglia che li accompagna. Io gli ho detto che penso sarebbero necessari maggiori controlli e lui, col sorriso di chi la sa lunga e ha visto tanto durante i suoi anni di servizio, ha replicato: “Basterebbe il buon senso. Il mare è bello da vivere, dovremmo vietare di mangiare? Di passeggiare? Diventerebbe una dittatura.”
Non ho ancora deciso se sono d’accordo con lui, ma posso raccontarvi quello che è successo in spiaggia. Scavando per piantare l’ombrellone è emersa una bottiglia di liquore. Qualche ora dopo, ci è sembrato di scorgere una lattina sotto a un leggero strato di sabbia. Invece si trattava di una enorme bottiglia di vodka alla pesca. Due testimonianze della notte brava dei ragazzini di cui avevo parlato prima col Barracello. Al di là della pericolosità dell’interrare rifiuti di vetro in una spiaggia dove giocano bambini e passeggiano persone a piedi nudi, bisogna domandarsi perché la nostra isola sia bella solo per i selfie o solo quando l’attaccano dall’esterno, perché siamo orgogliosi di essere sardi in quelle occasioni e poi la ingozziamo di pattume?
È dura amare e rispettare una terra in cui “non c’è niente” come ci insegnano fin da piccoli. Ci sentiamo puliti a scaricare le nostre schifezze tra le campagne, sì: anche gli innocenti fazzoletti quando si va in bagno tra i cespugli. Ci sentiamo puliti a vivere tra l’immondizia, come se una volta lontana dalle nostre mani non tornasse al mittente, ma sparisse nel nulla. “Non ci sono i servizi” non è una scusa sufficiente: portarsi dietro delle bustine da buttare a casa potrebbe essere un primo passo. Dovremmo smettere di perdonare l’autosabotaggio. Ho fatto avanti e indietro per le stesse strade per giorni e non ho potuto non vedere le buste di immondizia a bordo strada. Le ho viste io, le avete viste voi, le hanno viste le autorità competenti. Eppure, sono ancora lì.
Non bastano il marketing né la passeggiata ecologica occasionale, non bastano i piani né le iniziative dei singoli enti locali per spostare una pattumiera grande come un’isola. In questi anni si è prodotta una cultura, che va smantellata, quella del “Ma tanto qui è già sporco, qui ci sono già rifiuti, qui sono già andate in bagno altre persone, non sarò certo io a fare la differenza” e invece sì. E mettere la testa sotto la sabbia, assieme ai rifiuti, non serve a nulla.
Fotografia: Alessandra Saiu
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Vivo al centro dell’isola, una piccola comunità. Il nome del paese non è importante, è importante il senso, il concetto. La gente che abita nella mia zona la credevo molto rispettosa dell’ambiente. In questi ultimi anni mi sono dovuto ricredere, vedo un chiaro aumento della spazzatura a bordo strada. Osservando bene si può in alcuni casi capire chi l’ha gettata, nella maggior parte dei casi sono giovani, giovanissimi: sono bevande snack, merendine, etc. Roba per lo più lanciata dai finestri di macchine o pullman, lungo i tragitti degli studenti pendolari; più dai pullman che dalle auto (questo me lo immagino io, non sono sicuro e non lo posso provare ma in qualche maniera l’idea delle auto è più sconfortante perché mi immagino che ci siano genitori o adulti alla guida, anche se non è detto, e quindi la voglio scartare).
Poi si trovano le piccole discariche in mezzo alla campagna. Sono mucchi individuali, un sacco di pattume gettato dalla stessa persona, non un mucchio creato da molti. Quelli no, sono fatti chiaramente da adulti, che sono spesso anche genitori (lo deduco dai giocattoli per l’ìnfanzia trovati nei mucchi in alcuni casi).
Quelli più o meno ci sono sempre stati e forse alcuni decenni fa era anche molto peggio. Mi ricordo che quando ero ragazzo le macchine dismesse venivano gettate nel bosco senza tanti problemi.
La cosa per me sconfortante è che vedo invece un netto peggioramento nel senso civico dei giovani e giovanissimi. Perfettamente in linea con il deterioramento della qualità dell’istruzione sarda, su cui tanto leggiamo in questa testata. Non è quindi sorprendente, ma è molto preoccupante.
Le app, i calendari, i servizi, non servono a molto. Funzionano per chi ha chiaro in mente il problema che i rifiuti comportano. Portano a piccoli aggiustamenti, ma no sono in grado di risolvere il problema.
Anche le sanzioni non servono a molto, esiste un diffuso senso di impunità, se ti beccano è per fortuna/sfortuna, ma normalmente non succede, il rischio è basso. E poi, come dice giustamente il barraccello, non possiamo mica trasformarci in uno stato di polizia (più o meno lo siamo già, ma lasciamo stare).
Quello che serve è creare futuri abitanti di questa terra migliori, educandoli nel miglior modo possibile. In una decina di anni saranno coloro che comincieranno ad imprimere la loro visione sulla società, e se saranno in tanti la svolta avverrà velocemente.
È un compito immane, ma forse il più importante, per me legato a tutte le altre questioni che opprimono quest’isola: identità, cultura, società, economia.