Riflessioni dal Disterru (Fàulas?)

“Te ne sei andata, cosa te ne importa?”
“Se vuoi provare a cambiare le cose dovresti tornare.”
“Non puoi essere così critica se hai scelto di andartene”
Fàulas?
Per chi lascia la Sardegna, la scoperta della propria identità di sardo/a avviene spesso in seguito alla partenza, insieme a quello che può essere definito sia come un “culture shock”, sia come uno shock legato alla presa di coscienza della propria alterità. La prima volta che lasciai la Sardegna fu per proseguire i miei studi a Bologna, e in quell’occasione iniziai ad intravedere attraverso la mancanza e attraverso la percezione di questa alterità che mi circondava, chi ero davvero.
Quando poi mi trasferii all’estero, il bisogno di identificarmi come sarda esplose come una rivendicazione che bruciava di tutta l’urgenza possibile ed immaginabile; all’estero infatti sono italiana perché parlo italiano e perché il mio passaporto è italiano, e quando dico che vengo dalla Sardegna le persone mi parlano della bellezza di Roma o Firenze, come se fossero dei luoghi che dovrebbero essermi per forza di cose familiari, mentre invece, secondo la mia percezione e da un punto di vista identitario, mi sono familiari quanto un’altra città estera. Il ripetersi di situazioni come queste, in cui mi ritrovavo come intrappolata in una bolla di cliché e luoghi comuni su un’identità che io non sentivo come mia, ha sicuramente contribuito a far maturare in me un urgente bisogno di riappropriazione della mia identità di sarda.
La vita e le esperienze del disterrau che sceglie di partire non sono sempre facili, né tantomeno lineari. Al di là dei sensi di colpa legati alla lontananza dalla propria famiglia, dalla propria comunità e dai propri luoghi, e alla perdita di tanti momenti che questa comporta, vi sono anche dei sensi di colpa legati a quello che non si riesce a fare in maniera diretta per la propria terra.
Tante volte mi sono chiesta se abbia senso continuare ad impegnarmi nelle pratiche di attivismo per la valorizzazione del patrimonio culturale sardo e per l’autodeterminazione per cui cerco di dare il mio contributo, dato che vivo all’estero per mia scelta. Mi capita spesso di sentirmi non all’altezza o di sentire di non avere il diritto di esprimermi su certe questioni che riguardano la Sardegna, perchè d’altronde, sono io che ho deciso di lasciarla, e non è raro sentire o ricevere dei commenti di persone secondo cui, io, come tanti altri che sono partiti, non dovremmo “immischiarci” in affari che non ci riguardano più.
La decisione di lasciare la Sardegna non significa necessariamente voler tagliare ogni legame con essa, non rappresenta sempre una cesura totale, anzi, quasi tutti i disterraus affermano che è proprio dopo essere andati via che il loro legame con l’isola e la loro identità si sono rafforzati. Spesso è andando via che riusciamo a vedere chiaramente chi siamo. Così è stato per me.
Bisogna poi partire da un presupposto fondamentale: nonostante la ragione principale che spinge migliaia di sardi a lasciare l’isola ogni anno, come ben si sa, sia per lo più la mancanza di prospettive professionali, non bisogna pensare che questa sia l’unica motivazione possibile. È chiaro che chi lascia l’isola per altre ragioni, diverse da quelle “economiche”, gode di un maggiore privilegio rispetto alla maggior parte che emigra perché nell’isola non riesce a costruirsi un avvenire dignitoso , ma non è neanche una cosa da dare così per scontata.
Per anni mi sono interrogata sul motivo per cui io abbia deciso di partire, e nonostante il fatto che il campo a cui ho dedicato i miei studi, in Sardegna offra purtroppo delle condizioni di impiego molto precarie (come del resto in tutto il continente italiano), ci sono state altre ragioni, di varia natura, che mi hanno spinto a partire e a stabilirmi all’estero.
Occuparsi di Sardegna da sarda disterrada per me non è riconducibile soltanto ad una questione di senso di appartenenza, che esiste, ma è sempre molto soggettivo; per me occuparmi di Sardegna riguarda chi sono, quali sono i miei valori, anche se non dovessi tornare mai più o se non dovessi crescerci dei figli. Il mio essere sarda non si limita alla fierezza nei confronti della tradizione, alla vacanza d’estate, all’elogio di una presunta vita lenta. Il mio essere sarda fa parte di qualcosa di più grande. È l’essenza di quello che sono, è come un valore primario che guida le mie azioni e che impregna e racchiude tutti gli altri valori. Potrebbe sembrare un pensiero troppo totalizzante e per questo ingenuo, ma non potrei spiegarlo altrimenti. Ciò però non significa che da sarda io non veda ciò che non funziona; non significa che debba parlare della Sardegna solo come un paradiso, dimenticando di essere cresciuta in un Sulcis inquinato e avvelenato, non significa che non riconosca che, se domani volessi rientrare, sarebbe molto difficile trovare un’occupazione e delle giuste condizioni di lavoro, come non significa che non provi rabbia e frustrazione perché il diritto alle cure o alla mobilità in Sardegna è continuamente messo a rischio dal collasso del sistema sanitario e dei trasporti.
Le opinioni e anche le eventuali critiche che arrivano dai disterraus non sono per forza critiche distruttive tese a snobbare o demolire. Personalmente, vivere lontano mi ha fatto rendere conto che c’erano tante cose del posto da cui vengo che mi erano sconosciute, anche se facevano parte da sempre del paesaggio della mia infanzia. Un esempio su tutti: nata e cresciuta nel Sulcis-Iglesiente, prima di partire non mi era mai venuto in mente di pensar male delle industrie metallurgiche che nell’ultimo cinquantennio hanno dato lavoro a migliaia di persone ma che hanno portato allo stesso tempo precarietà e malattie a causa dell’altissimo tasso di inquinamento che hanno causato.
Non mi ero mai indignata per gli ettari di terre sottratte dallo Stato italiano per costruirci uno dei poligoni militari più grandi d’Europa, o per i rumori delle bombe e degli aerei da guerra che segnano i nostri cieli in primavera durante le esercitazioni militari. Era lo stato delle cose che avevo sempre conosciuto, e non mi ero mai chiesta se sarebbe potuto essere diverso.
Non intendo dire che per riuscire a vedere certe cose sia per tutti necessario partire, ma per molti disterraus è stato un passaggio fondamentale: andare via per aprire gli occhi e iniziare a pensare ad un futuro diverso per quella che, nonostante le nostre scelte, resta comunque casa nostra. Perché dire che i sardi in disterru non dovrebbero occuparsi di Sardegna è una fàula?
Perché più di tutti, i disterraus, essendosi dovuti scontrare con la propria alterità, hanno sentito il bisogno di rivendicarla e di riappropriarsene, finendo per recuperare o addirittura ricostruire le proprie identità di sardi e sarde, delle identità riscoperte, sentite, indagate e consapevoli, che possono diventare una guida per la costruzione di un’identità di popolo, affinché sia il punto di partenza per un’ applicazione seria del principio di autodeterminazione.

Immagine: elmassardegna.it















