L’emigrazione sarda organizzata in Italia tra inerzie e necessità di cambiamento

Nei giorni scorsi è scoppiato un caso di difficile lettura nel mondo dell’emigrazione sarda organizzata. Ad alcuni mesi di distanza dall’ultimo congresso della FASI (Federazione delle Associazioni Sarde in Italia), tenutosi ad Alghero, un numero non infimo di circoli aderenti (24 o 27, a seconda dei resoconti) ha deciso di abbandonare il sodalizio.
Le motivazioni sono state rese note in un comunicato che ha fatto il giro dei social e in parte ha trovato spazio – ma con poca risonanza – sugli organi di stampa.
I circoli scissionisti lanciano accuse pesanti al gruppo dirigente della FASI, in particolare relative a trasparenza e correttezza delle procedure interne. La rottura sembra derivare da dissapori covati a lungo, evidentemente non risolti in sede congressuale.
La risposta del presidente FASI Bastianino Mossa, rieletto proprio nell’ultimo congresso, è stata tempestiva e dai toni severi ma parzialmente concilianti. Tuttavia, non ha replicato nel merito dei punti contestati. La vicenda sembra destinata a passare per le vie legali.
Nonostante sia passato sostanzialmente inosservato nell’isola, non si tratta di un evento marginale.
La diaspora sarda è un fenomeno tutto contemporaneo (il grosso dell’emigrazione è avvenuta nel secondo dopoguerra), che negli anni recenti ha ripreso un andamento preoccupante, specie se associato alla scarsissima natalità interna dell’isola. Tuttavia, la presenza di centinaia di migliaia di persone sarde in giro per l’Europa e per il mondo, oltre che in Italia, potrebbe essere anche una risorsa. Soprattutto in virtù della notevole propensione a organizzarsi delle nostre comunità espatriate. Questo non è un tratto di poco conto, benché non sia oggetto di particolari attenzioni, tanto meno di studi specifici, e sia anche una palese smentita di stereotipi negativi, dominanti ancora oggi, prima di tutto tra le persone sarde stesse.
Nel corso del tempo la composizione sociale della nostra emigrazione è mutata. Se la prima grande ondata tra anni Cinquanta e Settanta del Novecento era alimentata prima di tutto dalle partenze di uomini adulti, in fuga da condizioni di disagio sociale e di sotto occupazione, nel corso degli anni Novanta e poi nel nuovo secolo è aumentata la frazione di persone giovani istruite, in cerca di ulteriore formazione, oltre che di occasioni di lavoro più qualificato e meglio remunerato. In questo senso, l’emigrazione sarda recente non si discosta molto dalla contemporanea emigrazione italiana, anch’essa consistente, anche – e può sembrare paradossale – dalle ricche regioni del settentrione peninsulare.
La caratteristica tendenza della diaspora sarda a creare comunità espatriate ha dovuto fare i conti col cambiamento della sua composizione sociale e culturale e con la cresciuta dotazione di mezzi di comunicazione fisica e immateriale.
La prima emigrazione di massa doveva fare i conti con uno sradicamento spesso drastico e definitivo, un’alienazione dolorosa, per cui l’associazionismo doveva rispondere fondamentalmente a esigenze solidaristiche e mutualistiche, di tipo eminentemente pratico.
La vecchia guardia della diaspora aveva esigenze più semplici e più immediate. Era composta di operai, contadini, lavoratori dipendenti, impiegati nelle forze dell’ordine (specie carcerarie) e militari, e portava con sé un’idea di Sardegna molto parziale, subalterna, nostalgica ma sostanzialmente negativa. Nei circoli ci si accontentava di ritrovarsi per consumare insieme vettovaglie arrivate dall’isola, riproducendo situazioni un tempo familiari come le feste di paese o gli “spuntini”.
In occasioni speciali si poteva ricorrere a qualche gruppo folklorico fatto arrivare dall’isola. In diversi casi venivano organizzate annualmente delle vere e proprie “feste dei sardi”, con coinvolgimento della popolazione ospitante. Erano attività che non risolvevano alcuna contraddizione, né smentivano alcun cliché.
La propria identità era percepita come inferiore, penalizzante. Si viveva la relazione col contesto in modo problematico, specie nei momenti in cui le cronache enfatizzavano fatti criminali in cui fossero coinvolte persone sarde. Si avvertiva la necessità di farsi perdonare, di doversi riscattare.
Tutto ciò può suonare incomprensibile per le generazioni nate negli ultimi trent’anni. L’approccio della nuova emigrazione sarda al “mondo grande e terribile” è molto meno traumatico. Le sue esigenze sono diverse.
C’è sempre la ricerca del conforto di ritrovarsi con persone che condividono forme di socializzazione, linguaggio, abitudini alimentari, ma il distacco dalla Sardegna non è avvertito nella stessa forma violenta e irrimediabile. Manca quasi del tutto la “vergogna di sé”. È invece cresciuta la domanda di attività culturali al di fuori della sfera meramente folklorica. Il livello di istruzione spesso più alto, un’estrazione sociale più eterogenea, una maggiore consapevolezza della realtà sarda e una più aperta connessione col resto del mondo hanno prodotto aspettative diverse. Anche verso l’associazionismo stesso.
Aspettative che non sempre hanno trovato corrispondenza nell’emigrazione più datata. Di fatto, se si indagasse sull’adesione della diaspora recente alle associazioni sarde fuori dall’isola credo che si scoprirebbe che risulta alquanto limitata, specie laddove i circoli sono gestiti da esponenti della prima emigrazione e hanno mantenuto le caratteristiche del passato.
Intanto, però, qualche novità si è affermata. Molte associazioni hanno puntato a trasformarsi in una sorta di agenzie di servizi, soprattutto per quanto riguarda i trasporti. Convenzioni speciali favorite dalla Regione Sardegna hanno garantito negli anni alla nostra diaspora la possibilità di avere delle agevolazioni sui biglietti aerei e navali. La gestione di questa attività può essere un motivo di attrito, dentro i meccanismi decisionali interni alla FASI.
Così come un altro motivo di attriti potrebbe essere la gestione dei fondi riversati costantemente dalla stessa RAS per finanziare attività culturali e di promozione turistica. Non c’è una verifica dei risultati di queste sovvenzioni. Spesso i circoli si trovano costretti a organizzare eventi senza grande vaglio critico né attenzione alla qualità, pur di spendere i soldi ricevuti e rendicontarli.
La dipendenza delle associazioni sarde fuori dall’isola dalle elargizioni della Regione è uno dei motivi di debolezza dell’associazionismo medesimo. Anche il fatto che la gestione dei rapporti con la nostra diaspora sia ancora in capo all’Assessorato regionale al lavoro è indice di una incomprensione del fenomeno da parte della politica sarda. Il rapporto tra emigrazione organizzata e istituzioni non è affatto virtuoso.
Da parte sua l’emigrazione organizzata, specialmente quella operante in Italia, non ha mostrato negli anni la capacità di rispondere adeguatamente alle sfide di questo tempo. Nonostante i tentativi di alcuni circoli, in cui è avvenuto un certo ricambio nella composizione associativa e nella dirigenza, perlopiù è mancata un’evoluzione generalizzata. Non è chiaro quale debba essere oggi il ruolo della nostra diaspora.
Attività diplomatica e di promozione culturale ed economica ad alto livello, o semplice emanazione di basso profilo delle dinamiche clientelari che dominano la scena politica sarda? Su tutto questo mi sembra che manchi ancora una riflessione adeguata prima di tutto nella stessa emigrazione organizzata. D’altra parte, non ci si può aspettare che a ragionare sul tema in termini strategici sia la politica sarda, la cui inadeguatezza davanti alla realtà, in tutti i campi, è palese quanto dolorosa.
Forse su questo la nostra diaspora, specie quella più formata e consapevole, dovrebbe avere qualcosa da dire, dovrebbe assumersi un ruolo più attivo di critica e di proposta. Non dall’alto in basso, come spesso viene percepita nell’isola la voce delle persone emigrate, ma con partecipazione solidale alle dinamiche sociali e politiche sarde, con coraggio e generosità.
La spaccatura in seno alla FASI dei giorni scorsi, quali che ne siano le cause e comunque si risolva, dovrebbe se non altro essere sfruttata per avviare un confronto aperto e obiettivo su tutta la questione. Onestamente, non mi sembra che ci siano le premesse, al momento, ma chissà. Sottrarre la vicenda al rapido oblio dell’infodemia e farla diventare un oggetto di dibattito costruttivo potrebbe essere già qualcosa.















