1796–2026. Tàtari Tzitade Rivolutzionaria

230 anni fa Angioy entrava a Sassari.
Le origini del progetto
Quando, cinque anni fa, abbiamo iniziato a restituire dignità ai rivoluzionari sardi trucidati a Sassari nel contesto degli eventi passati alla storia come “Sarda Rivolutzione”, non avremmo mai pensato che secoli di oscurantismo storiografico sistematico e di meticolosa rimozione di quei fatti e dei loro protagonisti non fossero riusciti a cancellare del tutto l’interesse e la sensibilità dei sassaresi verso queste fondamentali pagine di storia civile della città.
Tutto è iniziato con la pubblicazione nel 2021 delle ricerche dello storico indipendente Piero Atzori, “Sassari. Il Carmine e gli Angioyani”, editore Youcanprint.
Il libro contiene tre ricerche che riguardano il luogo di Sassari detto una volta Caìmini di Fora, poi Carmine Vecchio, poi contrada Rizzeddu. Le prime due ricerche si riferiscono a una serra dell’ex Orto botanico di Rizzeddu (1903-1928) e al convento del Carmine extra muros (1612-1765), mentre la terza riguarda le vicende che condussero alla morte violenta per mano feudale e filo-sabauda dei rivoluzionari sardi seguaci di Giovanni Maria Angioy, il capo indiscusso del movimento antifeudale, anti monarchico, repubblicano sardo e anticoloniale che infiammò la Sardegna tra la fine del Settecento e i primi dieci-quindi anni dell’Ottocento.
Atzori, sulla scorta dello scrittore sassarese Enrico Costa, ha individuato la precisa locazione delle forche del Carmine Vecchio dove trovarono la morte otto rivoluzionari sardi tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. La morte però non fu l’unica punizione che si abbattè su chi aveva cercato di costruire una repubblica autonoma dei contadini, degli artigiani, dei pastori, dei commercianti e della piccola borghesia sarda basata sugli ideali e sui valori dell’Illuminismo e della “Grande Rivoluzione” nata in Francia e presto dilagata in tutta Europa. Ben peggiore della morte arrivò l’oblio a cui furono condannati i rivoluzionari e le loro idee, a partire dal fatto che i corpi dei ribelli furono prima orrendamente mutilati ed esposti al pubblico a titolo di esempio, poi furono bruciati e privati del diritto di sepoltura.
Inizialmente abbiamo posto un ceppo bilingue, in sardo e in sassarese (grazie alla consulenza linguistica di Elena Casu e di Fabritziu Dettori), in Via Repubblica Romana, in un francobollo verde di proprietà privata a pochi metri da ciò che rimane del vecchio convento. Il totem riportava i nomi dei martiri e fu anche vandalizzato da mano anonima, ma prontamente restaurato grazie ad un tam tam che ha trovato il sostegno di esperti del settore.
Come fare uscire la memoria dalle cantine
A quel punto sono iniziati i contatti con l’amministrazione. Non mi sarei mai immaginato che una Giunta di orientamento certo non progressista, guidata dall’ex missino Nanni Campus, avrebbe dato il via libera all’adozione dell’area verde viciniora al luogo dove un tempo sorgevano le forche e poi alla messa in posa del monumento dedicato ai martiri della Sarda Rivolutzione.
Certo dal Comune non arrivò mai, né allora né oggi, alcun sostegno economico per l’evento, ma il muro di silenzio, indifferenza, quando non la vera e propria ostilità verso il riconoscimento del valore della Sarda Rivolutzione e dei suoi paladini, ha iniziato a mostrare crepe sempre più profonde.
Fu in questo frangente che mi accorsi, non senza un certo stupore, che gli avversari più implacabili della riscoperta della storia rivoluzionaria dei sardi e della città di Sassari non albergavano solo nell’ accademia profondamente colonizzata, in una classe politica subalterna e impigrita da secoli di passività intellettuale e morale, nei media che pure avevano ferocemente oscurato, avversato e perfino ridicolizzato ogni tentativo di riaprire quelle pagine dimenticate.
Mi resi ben presto infatti conto che perfino una buona parte di chi professava la necessità di valorizzare quel patrimonio storico e civile di fatto remava contro l’obiettivo. A causa della mia ferma volontà – in quanto responsabile del progetto a nome dell’associazione Sa Domo de Totus che mi aveva investito di questa responsabilità – di proseguire e approfondire il cammino intrapreso con le istituzioni comunali, sono stato bersagliato da fuoco amico.
Sono stato addirittura accusato di voler “celebrare i martiri angioyani insieme agli eredi dei loro aguzzini”.
Inizialmente non ho capito il senso di tutte “critiche”, ma poi ho compreso che tutti prima o poi siamo chiamati a fare delle scelte. Io ho dovuto scegliere tra essere apprezzato da una ristretta cerchia che voleva continuare a celebrare la storia della nostra Rivolutzione nelle cantine e nelle bettole, senza influire in alcun modo sull’opinione pubblica e sulla realtà, e fare entrare dalla porta principale delle istituzioni culturali, civili e politiche la memoria della nostra storia, coinvolgendo associazioni, scuole e soprattutto i veri referenti di questo progetto: le giovani generazioni.
Proseguendo sulla linea del dialogo con le istituzioni comunali indipendentemente dal colore politico di quest’ultima, siamo riusciti a mettere in posa, il 28 aprile del 2024, il primo monumento alla memoria del sacrificio compiuto dai rivoluzionari sardi. Opera che – è bene dirlo – fu completamente sostenuto da una raccolta fondi curata da Assemblea Natzionale Sarda e anticipata da me medesimo (alcune migliaia di euro per un monumento realizzato in materiale capace di durare nel tempo).
Le celebrazioni per la Sarda Rivolutzione hanno iniziato a diventare un evento cittadino, trasversale ai partiti e alle sensibilità politiche, preparato da una rete di associazioni e scuole sempre più vasta del nucleo iniziale che la promosse, cioè in primo luogo la compagnia Teatro S’Arza – che iniziò ormai quindici anni orsono a mettere in scena, per le vie di Sassari, gli eventi della Rivolutzione – e l’associazione Sa Domo de Totus che, in collaborazione con il teatro, costruì un percorso di eventi capace di coinvolgere scuole e società civile.
Arriviamo dunque al 2026, 230° anniversario di quella entrata trionfale di Angioy a Sassari del tutto cancellata dai libri di storia e dalla stessa memoria civile della città di Sassari.
I 230 anni e l’anno angioyano
Il progetto “1796–2026. Tàtari Tzitade Rivolutzionaria” nasce da una consapevolezza semplice e radicale: la Rivoluzione sarda non è un oggetto del passato, ma una frattura storica ancora aperta, rimossa, addomesticata o confinata ai margini del discorso pubblico. L’ingresso di Giovanni Maria Angioy a Sassari il 28 febbraio 1796 non rappresenta soltanto un episodio della storia isolana, ma un momento in cui si condensano conflitto sociale, aspirazione all’autogoverno, rottura dell’ordine feudale e tensione anticoloniale. Tutte questioni mai risolte che a, a ben vedere, non riguardano solo la storia, ma costituiscono la struttura profonda della nostra contemporaneità.
Assumere il duecentotrentesimo anniversario di quell’evento come orizzonte di lavoro significa dunque rimettere al centro la Sardegna e nello specifico la città di Sassari come soggetto politico e storico, come “città rivoluzionaria”, non come semplice periferia degradata del sistema coloniale.
Il progetto consiste in un percorso lungo, articolato, capace di tenere insieme ricerca storica, produzione culturale, divulgazione, teatro, scuola e formazione critica, coinvolgendo associazioni, studiosi, artisti, studenti e istituzioni. Non una rassegna celebrativa, ma un processo politico-culturale che mira a sottrarre la memoria della nostra rivoluzione tanto alla rimozione istituzionale quanto alla ritualità autoreferenziale di certi ambienti militanti o pseudo tali. L’obiettivo è chiaro: far sì che la storia della Rivoluzione sarda torni a essere materia viva, capace di interrogare il presente e parlare alle nuove generazioni, entrando dalla porta principale delle istituzioni comunali, metropolitane, scolastiche senza perdere nemmeno una tacca del suo carattere popolare e radicale.
La visita alla Sala Sciuti del Palazzo della Provincia
Una prima verifica concreta di questa impostazione si è avuta il 23 gennaio, con il primo evento pubblico del progetto, svoltosi alla Sala Sciuti del Palazzo della Provincia. Questa iniziativa – che è stata anche la prima tappa delle celebrazioni dei 230 anni dall’entrata di Angioy a Sassari, ha segnato un passaggio politicamente rilevante, non solo per la qualità del dibattito, ma per la composizione del pubblico e per la presenza istituzionale. In quella che in effetti è la sala più bella e più carica di contenuti storico-artistici di Sassari, erano presenti settanta studenti del Liceo Artistico Figari e del Convitto Nazionale Canopoleno coinvolti nel progetto, una quindicina di docenti accompagnatori, la delegazione sassarese del FAI (Fondo per l’ambiente Italiano), l’Associazione Ambiente Sassari, l’Istituto Camillo Bellieni e Sa Domo de Totus. Ha aperto i lavori il sindaco della città metropolitana Giuseppe Mascia, insistendo (da ex docente) proprio sulla necessità di inserire nel curricolo scolastico storia e lingua sarda. Non una passerella formale, ma un momento di confronto reale, in cui la Rivoluzione sarda è uscita dalla nicchia ed è tornata a essere oggetto di discussione pubblica insieme alta e popolare, attraversando il mondo della scuola e quello dell’amministrazione cittadina.
È in questa tensione, tra dimensione popolare e dimensione istituzionale, che il progetto “Tàtari Tzitade Rivolutzionaria” rivendica il proprio senso politico.
A guidare la lettura dell’affresco Ingresso trionfale di Giommaria Angioy a Sassari è stata Luana Sau, storica dell’arte individuata dal FAI, che ha ricostruito la genesi e il significato dell’opera la cui realizzazione fu affidata a Sciuti attraverso un concorso pubblico negli anni Settanta dell’Ottocento, nell’ambito della decorazione della nuova Sala del Consiglio. Sciuti vinse grazie a un progetto che univa rigore accademico e forza narrativa, proponendo di collocare la scena su una parete e non sulla volta, dandole una centralità politica immediata. La scelta di Angioy a cavallo «restituisce l’accoglienza entusiasta del popolo sassarese, che acclama Angioy al suo ingresso in città, attraverso un uso intenso e consapevole del colore e un equilibrio raffinato tra classicismo e romanticismo».
«La scena – ha aggiunto l’esperta – è ambientata nella piazza del Duomo e presenta alcune licenze artistiche, come la presenza di elementi monumentali non storicamente attestati – tra cui la statua nella piazza – accanto a dettagli invece fedeli alla realtà, come la cinta muraria, già abbattuta agli inizi dell’Ottocento».
La storica dell’arte ha poi richiamato l’attenzione sull’insieme decorativo della Sala Sciuti che racconta diversi fasi della storia isolana, dalla nascita del Comune di Sassari, alla reggenza di Eleonora D’Arborea, alla resistenza anti cartaginese e antiromana.
Lo storico Antonello Nasone – individuato dall’Istituto Camillo Bellieni – ha inquadrato la figura di Angioy nel contesto più ampio dell’epoca. Angioy aveva studiato a Sassari in un periodo segnato dalla piemontesizzazione dell’isola: «le università, istituite per integrare la Sardegna nel sistema sabaudo, finirono paradossalmente per formare una nuova classe intellettuale che sarebbe diventata protagonista delle rivendicazioni antifeudali e antimonarchiche».
Lo storico ha poi ricostruito il quadro sociale ed economico dell’epoca, dominato da un feudalesimo oppressivo che vessava comunità e territori, sottolineando il ruolo della cultura e di una gioventù istruita nei processi di cambiamento sociale: «gli studenti e i laureati, presenti ormai in ogni paese, iniziarono a mettere in discussione il sistema, mentre in Europa esplodeva la Rivoluzione francese. Il tentativo della Francia rivoluzionaria di invadere la Sardegna – respinto da un popolo sardo in armi – ebbe un effetto decisivo: da quella vittoria militare nacque una forte rivendicazione politica ed economica nei confronti del regno sabaudo che però rimase sordo davanti a tutte le legittime richieste dei sardi».
Ricollegandosi all’affresco di Sciuti, Nasone ha ricordato che il personaggio che regge la bandiera di Sassari è Gioacchino Mundula, sassarese, che guidò quattordicimila rivoluzionari nell’assalto alla città, trasformandola nel centro della rivolta antifeudale. Con Angioy si schierò anche il clero, consapevole della miseria delle campagne: al suo ingresso in città fu organizzato un Te Deum e Angioy venne acclamato come un liberatore. Nei tre mesi trascorsi a Sassari, il rivoluzionario organizzò una milizia popolare, consolidando il ruolo della città come cuore politico della rivolta.
Una ricostruzione che, tra arte e storia, ha restituito agli studenti e ai presenti il senso profondo di un passaggio cruciale della storia sarda, ancora oggi capace di interrogare il presente.
I prossimi passi
Le celebrazioni proseguiranno il 27 e il 28 febbraio
Elemento centrale del progetto sarà la realizzazione di un murale celebrativo dell’ingresso di Angioy a Sassari, che sta prendendo forma sul muro esterno del Liceo Artistico “Filippo Figari”, in via Pompeo Calvia, proprio accanto all’entrata della scuola. Non si tratta di una scelta casuale: proprio di fronte sorge il monumento agli otto rivoluzionari sardi impiccati sulle Forche del Carmine Vecchio, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento.
Il murale, intitolato “Sa Sarda Rivolutzione 1796–2026” – sotto la supervisione artistica e storica mia e del collega prof. Claudio Cupiraggi, è stato progettato dagli studenti dell’ultimo anno del Corso di Pittura del Figari, all’interno di un percorso didattico che coinvolge anche i corsi di Grafica e Audiovisivi.
L’intervento si inserisce in un più ampio obiettivo di riqualificazione dello storico rione Porcellana, uno degli aggregati urbani più vitali della città, ma segnato da processi di speculazione edilizia e dalla progressiva perdita della propria memoria storica.
Il 27 febbraio, nell’Aula Magna del Liceo Artistico Figari, si terrà il convegno “1796–2026. Tàtari tzitade rivolutzionària”, rivolto al mattino agli studenti e nel pomeriggio alla cittadinanza, con storici e studiosi di primo piano tra cui Federico Francioni, Piero Atzori, Antonello Nasone e Adriana Valenti Sabouret.
Il momento culminante sarà il 28 febbraio 2026, anniversario dell’ingresso di Angioy: alle ore 10, in via Pompeo Calvia, alla presenza delle massime autorità della Città Metropolitana di Sassari, verrà inaugurato il murale realizzato dagli studenti del Liceo, con letture teatrali, musica corale e gli interventi delle istituzioni e delle associazioni coinvolte.
Ad aprile le celebrazioni per i 230 anni dall’entrata di Angioy a Sassari si ricollegheranno alla consueta agenda del progetto Primavere Sarde con ulteriori momenti di approfondimento convegni stico, celebrazioni e arte popolare. Progetto che sta raccogliendo oltretutto il favore di una rete sempre più fitta di scuole del territorio.
Il ruolo (non scontato) di ANS
E concludo questo articolo esprimendo una grande soddisfazione per il fatto che quest’anno il ricchissimo programma di Sa Die approntato da ANS inizierà proprio con gli eventi di febbraio dedicati ai 230 anni dall’ingresso di Angioy a Sassari. A dimostrazione che ANS è una associazione capace non solo di rilanciare – come ha fatto – una festa nazionale dei sardi che versava in stato comatoso, ma anche di dialogare con settori non direttamente riconducibili all’associazione che dimostrano però vitalità, serietà e impegno nella ricostruzione di una vera e duratura coscienza nazionale.
Oggi, il percorso intrapreso da “1796–2026. Tàtari Tzitade Rivolutzionaria” dimostra che quella scelta non solo era legittima, ma necessaria. La Rivoluzione sarda non si tradisce dialogando con le istituzioni; si tradisce quando la si riduce a esercizio identitario sterile, incapace di produrre coscienza critica e trasformazione. La radicalità non sta nell’isolamento, ma nella capacità di usare anche gli spazi istituzionali come terreno di conflitto culturale e politico.
In questo senso, la celebre esortazione attribuita a Mahatma Gandhi, “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”, conserva tutta la sua forza. Le trasformazioni profonde, dalla giustizia sociale all’autodeterminazione, non arrivano per delega e non si costruiscono nell’attesa che altri cambino. Nascono da scelte individuali coerenti, da pratiche quotidiane che diventano azione collettiva. Anche – e soprattutto – quando questo significa esporsi, assumersi responsabilità e rompere equilibri apparenti. È esattamente in questo spazio che il progetto “Tàtari Tzitade Rivolutzionaria” ha deciso di collocarsi.



Immagini: Cristiano Sabino















