Pietrino Soddu, morte di un testimone del Novecento sardo

La morte, a 97 anni, di Pietrino Soddu chiude in qualche modo una parabola politica che va oltre la sua figura individuale. Rampollo delle giovani leve democristiane nel secondo dopoguerra, animatore del gruppo passato alla storia come “i giovani turchi”, di cui faceva parte anche Francesco Cossiga, Soddu ha legato la sua immagine e la sua attività politica soprattutto al periodo del Piano di Rinascita. Sulla Rinascita ha avuto anche responsabilità dirette, in qualità di assessore regionale. La Rinascita fu un calcolo clamorosamente errato, basato su premesse false e incastonato dentro processi decisionali che prevedevano comunque un ruolo passivo, da “oggetto”, per dirla con Mialinu Pira, della Sardegna. Non è un lascito positivo e questa cosa va detta a chiare lettere, al di là dei panegirici di prammatica, tipici di queste circostanze. 

Figlio di un’epoca ormai lontana, al di là delle scelte specifiche e del quadro ideologico a cui faceva riferimento, Soddu ha rappresentato un ceto politico che aveva una certa coscienza di cosa significhi essere classe dirigente. Ha anche incarnato una stagione in cui prevaleva l’illusione che l’autonomia sarda potesse conciliarsi con i disegni della politica italiana in termini sì dialettici, ma costruttivi. Oggi possiamo serenamente definirla un’esperienza fallimentare. Ma non c’era malafede, nell’azione di quel ceto politico. Certo, mancava una presa in carico decisa della condizione subalterna sarda. Il mito della nostra arretratezza e della nostra insufficienza a noi stessi pervadeva, allora come oggi, la cultura del ceto medio istruito isolano e la stessa sfera politica che ne era in qualche modo espressione. La valutazione delle nostre debolezze sociali ed economiche era sempre accondiscendente e paternalista, senza mai metterne in discussione la radice storica profonda, ossia la relazione asimmetrica con lo stato italiano. Era però meno spocchiosa e anti-popolare di quanto sia oggi. Nel cinismo e nel calcolo tattico, tratti inevitabili della politica di ogni tempo, c’era comunque una componente umana che mi pare sia andata perduta con la fine di quella stagione, agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso, quando è finito il secondo dopoguerra ed è iniziata la travagliata transizione storica in cui siamo immersi. È come se la politica sarda avesse subito allora una sorta di mutamento antropologico. Finiti i grandi ideali novecenteschi, crollate le grandi case madri partitiche, la politica sarda si è ridotta da allora – con poche eccezioni e per brevissime parentesi – a una succursale provinciale e cialtrona di quella italiana. Per di più in un momento storico di estrema pericolosità per la nostra isola e chi la abita.

A scorrere le più recenti dichiarazioni di Pietrino Soddu, diciamo quelle dell’ultimo ventennio e sino a pochi mesi fa, non è difficile riscontrarvi un coraggio e una lucidità che gli esponenti politici attuali non riescono non dico a emulare ma nemmeno a comprendere. Chiaramente, espresse dentro i confini dell’autonomismo, ma un autonomismo non remissivo né puramente estetico.

È significativa anche la scelta di non rinnegare la provenienza dal suo paese, Benetutti, al contrario di molto personale politico di oggi, ansioso di inurbarsi e di prendere le distanze dalla propria “sardità”, pose di comodo a parte.

Nelle dichiarazioni di cordoglio di questi giorni non è mai emersa una valutazione obiettiva della figura di Pietrino Soddu. Perlopiù si è trattato di dichiarazioni di circostanza o di rivendicazioni di legami personali. Del resto, è anche umanamente comprensibile. Tuttavia sarebbe auspicabile una riflessione onesta, sia dentro sia fuori dal Palazzo, sulla parabola storica che Soddu ha rappresentato, nel bene e nel male, onde trarne qualche lezione utile per il nostro tempo travagliato.


Immagine: gazzettasarda.com

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