Autonomia, rapporti di forza, democrazia: il caso Trentino – Süd-Tirol

Il 13 maggio scorso il Parlamento italiano ha approvato una riforma degli Statuti speciali delle due province autonome del Trentino e del Süd-Tirol (Alto Adige), che insieme formano la regione Trentino-Alto Adige appunto. Di solito, fuori dalle due province, si ignora la natura particolare del loro ordinamento giuridico e spesso si sovrappongono ingenuamente le due realtà territoriali, considerandole un tutt’uno.
L’autonomia delle due province non è stata una generosa concessione della Repubblica italiana appena nata sulle ceneri del fascismo e della seconda guerra mondiale, come invece è successo per altre regioni (Sardegna compresa). È stato invece il frutto di un contenzioso, anche drammatico, durato decenni, con momenti di lotta armata in Süd-Tirol e una reazione durissima dello stato centrale. Solo nel 1972 fu varata una riforma complessiva dell’autonomia trentina e soprattutto sud-tirolese, col famoso “Pacchetto”, che istituiva la Provincia Autonoma di Bolzano (Bozen) formalmente divisa da quella di Trento, ma a essa legata – molto blandamente – dentro la finzione della Regione Trentino-Alto Adige.

Dalla conquista di competenze e dal riconoscimento della diversità etnico-linguistica del Süd-Tirol aveva tratto vantaggio anche la Provincia di Trento, benché non ci siano in fondo ragioni così specifiche per una forma di autonomia così forte, a parte la rivendicazione convinta della medesima da parte della classe dirigente trentina.
Nel corso del tempo, la relazione tra Süd-Tirol e Trentino si è normalizzata su uno standard di reciproca sopportazione, basata sul fatto che le due province facevano ognuna il comodo suo, e di collaborazione tattica o strategica laddove ve ne fosse l’esigenza (vedi oggi la questione spinosa della gestione dell’Autostrada A22 o “del Brennero”).
Con lo Stato centrale le due province hanno avuto sempre mostrato estrema decisione nel difendere le proprie prerogative, muovendosi abilmente dentro i meccanismi della politica italiana allo scopo di lucrare più concessioni possibili. La vera politica, per le due classi dirigenti, è da sempre quella che si fa sul territorio, a cui si risponde del proprio operato. A Roma si mandano delle delegazioni non sempre di primo piano politico, ma votate alla ricerca dei posizionamenti più vantaggiosi per far valere le proprie ragioni, pur da una posizione di estrema esiguità numerica. Per il Süd-Tirol tale postura pragmatica è da sempre agevolata dal dominio quasi incontrastato della SVP (la Südtiroler Volkspartei), ma ha funzionato pure per il trentino, nonostante la prevalenza della componente cattolica, di solito affiliata a partiti italiani, non strettamente locali.
Se confrontiamo il percorso del Trentino e del Süd-Tirol nel corso degli anni con quello della Regione Autonoma Sardegna, le conclusioni non possono che essere impietose. Per la Sardegna e la sua classe politica.
Pur avendo un peso demografico, culturale e anche politico apparentemente molto maggiore (pensiamo ai due-quasi-tre presidenti della Repubblica o a Enrico Berlinguer, per non parlare dei tanti ministri e sottosegretari avvicendatisi nei governi italiani), la Sardegna non è mai uscita dalla sua condizione di provincia marginale e sotto tutela, costantemente subalterna e dipendente. Una condizione che ha perpetuato, e in questi ultimi decenni persino rafforzato, la natura coloniale o para-coloniale del suo rapporto con l’Italia.
Il nuovo pacchetto di riforme varato dal parlamento italiano a favore delle due Province Autonome amplia le loro competenze in materie anche delicate. L’ANSA riporta questo:
Il disegno di legge elimina precedenti ostacoli alla legislazione autonoma, come il riferimento alle “disposizioni fondamentali delle riforme economico-sociali” e definizione delle competenze legislative di Alto Adige e Trentino come “esclusive”. Si aggiunge una nuova competenza in materia di tutela dell’ambiente e dell’ecologia, compresa la gestione della fauna selvatica. Previsto inoltre il rafforzamento delle disposizioni attuative e l’introduzione di una clausola di salvaguardia del livello di autonomia.
La nuova competenza in materia di tutela ambientale e di fauna selvatica terrorizza ecologisti e ambientalisti locali, data la propensione filo-speculativa e pro-grandi opere delle due Province, nonché la passione delle due classi politiche a usare lo spauracchio del lupo (in Süd-Tirol) e dell’orso (in Trentino) come diversivi estremamente comodi, applicando misure a volte crudeli e quasi sempre insensate alla gestione del rapporto con queste due specie.
Riguardo il Süd-Tirol, dai resoconti giornalistici si evincono anche altre importanti modifiche. Ad esempio:
Riduzione del requisito di residenza per il voto provinciale. Il requisito di residenza necessario per partecipare alle elezioni provinciali scende da 4 anni a 2 anni. Questo cambiamento riguarda in particolare i cittadini comunitari e i lavoratori stranieri che si stabiliscono in Alto Adige e che prima dovevano attendere quattro anni prima di poter esercitare il diritto di voto nelle elezioni locali.
Introduzione del concetto di “residenza storica”. La riforma introduce una distinzione tra chi ha radici familiari nel territorio e chi vi si è trasferito recentemente. Questa differenziazione ha implicazioni per alcune categorie di benefici e agevolazioni locali, ed è oggetto di dibattito giuridico quanto alla sua compatibilità con il principio di non discriminazione sancito dalla Costituzione.
Chiarimento dei poteri tra Stato e autonomia provinciale. La riforma riduce il numero di potenziali conflitti di competenza tra lo Stato centrale e la provincia autonoma, definendo con maggiore precisione i settori in cui la legislazione provinciale prevale su quella nazionale. Tra questi: edilizia, ambiente locale, gestione delle acque e alcune norme sul lavoro.
Considerato che a livello di entrate tributarie le autonomie trentina e sud-tirolese hanno già risolto a loro vantaggio le proprie “vertenze entrate” con lo Stato centrale, il paragone con la Sardegna è impietoso.
Il vincolo del rispetto – obbligatorio per lo Statuto sardo, art. 3 – delle “disposizioni fondamentali delle riforme economico-sociali” oltre che dell’”interesse nazionale” pone la Sardegna in una posizione strutturalmente debole, vincolata e sempre gerarchicamente subordinata rispetto allo Stato e ai suoi governi. Quanto queste disposizioni limitino l’autonomia sarda è evidente, specie in questo periodo di conflitto aperto su vari fronti. Ma nell’insieme non c’è confronto tra le autonomie trentina e sud-tirolese e quella sarda.
Purtroppo in Sardegna, anche nel dibattito attuale, la classe politica e i suoi intellettuali organici (che occupano ruoli di rilievo nell’accademia e nel funzionariato pubblico) si guardano bene dal mettere in discussione la radice storica e politica della subalternità sarda, traendo da essa legittimazione e vantaggi “di casta”. Così, anche la parte della Sardegna nella discussione a livello statale sulla cosiddetta “autonomia differenziata” è stata debole e fondamentalmente sbagliata. Controproducente per l’isola, ma non per le combriccole politiche che, grazie alla combinazione tra clientelismo spinto e norme elettorali anti-democratiche, dominano la scena sarda.
I due schieramenti italiani egemoni, destra e campolargo, da un lato hanno spalleggiato, in modo vile e opportunista, gli orientamenti della propria casa madre d’oltre Tirreno (la destra), ignorando i possibili esiti negativi per l’isola; dall’altro, hanno partecipato alla discussione aderendo acriticamente e senza una propria visione alle direttive dei propri mandanti a Roma (il campolargo), rinunciando a ritagliarsi un ruolo propositivo dentro tale riforma, rinunciando in partenza ad adoperarsi per accrescere competenze e aree di autonomia reale per la Sardegna.
L’operazione di riscrittura delle regole statutarie, in corso da mesi, in questo senso aggiunge preoccupazioni a preoccupazioni. Essa sta avvenendo dentro un contesto opaco di confronto a porte chiuse col governo italiano e senza alcuna reale apertura a una partecipazione democratica sull’isola (su S’Indipendente ne abbiamo parlato qui e qui, ad esempio). Obiettivamente, non c’è da aspettarsi nulla di buono.
La rinuncia a mettere in discussione, sul piano storico e su quello pragmatico, la relazione asimmetrica e penalizzante con lo Stato italiano, sia pure dentro una cornice realmente autonomista e non necessariamente indipendentista, preclude alla nostra classe dirigente qualsiasi opportunità di modificarla in termini virtuosi. È un problema ormai incancrenito che, nelle dinamiche del mondo attuale, minaccia di condurci a un destino di ulteriore sottomissione, di povertà, spopolamento e definitiva devastazione socio-economica e culturale. Altri territori e altre popolazioni cercano di giocarsi le proprie carte nel miglior modo possibile. In Sardegna, patria del “non si può fare”, assistiamo impotenti, a volte invidiosi, a tutto ciò, sempre orgogliosi (mi raccomando!) ma destinati alla sconfitta storica. Se non cambiano drasticamente le cose.















