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RWM, il TAR da ragione ai comitati. La Maggioranza prende un altro schiaffo

L’esito dell’udienza del TAR Sardegna pronunciatosi ieri nel corso della Camera di Consiglio relativamente al ricorso contro l’ampliamento dello stabilimento RWM di Iglesias-Domusnovas parla chiaro.

Gli avvocati parlano di «vittoria procedurale per i comitati» ricorrenti contro l’ampliamento. Il TAR ha infatti rigettato l’«eccezione di tardività». La RWM aveva sostenuto che le associazioni ecologiste e i comitati avessero presentato il ricorso e i documenti oltre i termini massimi di legge. Il tribunale ha chiarito che la costituzione delle associazioni è valida e che il ricorso può andare avanti.

Non è una vittoria che chiude la partita perché i giudici non hanno deciso chi ha ragione sulla questione dell’ampliamento. 

Però la sentenza  non ha nemmeno accolto, in questa fase, la richiesta di sospensiva del Decreto emesso dal Commissario ad acta del Governo che – è bene ricordarlo – era stato nominato dopo che la Giunta Todde aveva deciso di non occuparsi della questione per non affrontare crisi di maggioranza e di lasciar fare al Governo (Meloni).

In attesa che il TAR il 14 gennaio 2027 si pronuncerà sulla legittimità o meno della Valutazione di Impatto Ambientale postuma, possiamo trarre qualche considerazione politica. 

La vicenda della RWM di Domusnovas-Iglesias è diventata ormai la cartina di tornasole del doppio standard di questa Giunta che da una parte si propone come progressista, pacifista e aperta ai movimenti. Dall’altra invece si schiera cinicamente contro i pacifisti ricorrenti al TAR.

Al di là delle apparenze non c’è stata alcuna discontinuità con l’apparato militare industriale e ciò era largamente prevedibile da parte di una Presidente che dichiarò di essere favorevole alle “servitù militari sostenibili”.

Le ragioni (risibili) esposte dalla Presidente per giustificare l’opposizione della RAS contro i comitati e le associazioni ricorrenti non colmano di certo il vuoto politico della Giunta sulle grandi questioni della questione sarda, a partire dalla questione dell’occupazione militare. 

Non c’è stato alcun atto politico forte che mettesse in discussione il ruolo della RWM o, più in generale, la funzione della Sardegna dentro il dispositivo bellico italiano, NATO e internazionale. Al contrario, si è assistito a una continuità piena con le Giunte precedenti, a testimonianza che in Sardegna l’alternanza è solo apparente e riguarda questioni non di struttura. 
Da aggiungere che alcuni partiti di maggioranza si lamentano della posizione del governo sardo, senza però trarre conclusioni adeguate, il che vorrebbe dire staccare la spina a questa giunta organica all’apparato militare-industriale. Il tempo dei doppi giochi, della finta indignazione e del cerchio-bottismo ormai ha stancato.

E questo mentre i comitati, i movimenti e gli intellettuali indipendenti continuano a fare ciò che la politica non fa: organizzarsi, studiare, ricorrere, mobilitarsi. Questa considerazione è valida su tutti i dossier dell’agenda Sardegna: dall’energia, alla scuola, dai trasporti allo spopolamento indotto.

Il punto, allora, non è solo la contraddizione di una figura o di una giunta. È qualcosa di più profondo: è la conferma che senza un conflitto sociale e politico reale, senza una pressione organizzata dal basso, ogni promessa di cambiamento rischia di essere riassorbita dentro i meccanismi della governance coloniale.

La Sardegna resta una colonia di sfruttamento anche perché le sue classi dirigenti — vecchie e nuove — accettano di amministrare l’esistente invece di metterlo in discussione.


Immagine: ilmanifesto.it

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