Ambiente

144 Articoli

Architettura

3 Articoli

Cinema

8 Articoli

Cultura

170 Articoli

Economia

12 Articoli

Giustizia

9 Articoli

Interviste

54 Articoli

Lingua

56 Articoli

Mondo

37 Articoli

Musica

5 Articoli

Notizie

63 Articoli

Persone

24 Articoli

Politica

291 Articoli

S'Imprenta

167 Articoli

Sanità

14 Articoli

Senza Categoria

2 Articoli

Società

22 Articoli

Sport

5 Articoli

Storia

105 Articoli

Trasporti

5 Articoli

Non perdere le ultime da S'Indipendente!

Viola Madau, la matita sott’acqua e la voce alle lingue sommerse

Matita in mano, qualche metro sotto la superficie del mare: è lì che Viola Madau inventa le sue storie per mostrarle al mondo terrestre. Subacquea, illustratrice e socia ANS, da qualche anno lavora “immersa” nel mondo dell’animazione e dell’illustrazione grafica, portando davvero la matita sotto la superficie del mare in una pratica originale che intreccia la ricerca estetica con il rispetto e la salvaguardia delle specie marine. 

Il suo documentario animato Dùthchas: our underwater forests sul legame tra biodiversità marina nelle acque scozzesi, realizzato in lingua gaelica, rispecchia un altro impegno che porta avanti con cura: quello per la valorizzazione delle lingue locali

Proprio in questi giorni, il film è stato selezionato per il Sea Change Film Festival e verrà proiettato a settembre 2026 nell’Isola Tiree. Con un brevetto di guida snorkelling in corso, Viola organizza anche uscite aperte a chiunque voglia scoprire il disegno sott’acqua.

L’abbiamo incontrata per capire come arte, mare e lingue minorizzate possano fondersi insieme, e quali strade siano oggi a disposizione di chi è dispost_ a percorrerne di nuove, diverse, visionarie: come dicono dalle mie parti, d’altronde, ca vó piddà pèsciu si dé infundí la códa.

Le scelte linguistiche dell’intervista rispecchiano quelle delle interlocutrici: le domande sono in gallurese, le risposte in italiano. Per facilitare la lettura, a ciascuna domanda è affiancata la traduzione. 

1. Salutu Viola! Gràzii pa’ aé accittatu l’intalvista. Mi piaciaria abbeddu incumincià súbbitu dummandènditi di dicci di piuni innantu a teni, a la stória tója, a lu liamu chi ai cu’ lu mari.
1.⁠⁠ Ciao Viola! Grazie per aver accettato l’intervista. Mi piacerebbe iniziare subito chiedendoti di dirci qualcosa in più a proposito di te, del tuo percorso professionale e del legame che hai col mare.

Ciao Caterina. La mia identità è qualcosa di fluido, che cambia sempre nel tempo. All’inizio questo mi confondeva un poco, ma ora mi sento più a mio agio nell’accogliere i cambiamenti della vita che continuano a definirmi come persona. Oggi, nel 2026, ti dico con liquida fermezza momentanea che sono una donna sarda di 28 anni che ama la vita e tutto ciò che c’è da scoprire. Amo il mare da quando ne ho ricordo, ho sempre pensato fosse un caro amico, fino a qualche anno fa. Un paio di anni fa mi sono sentita tradita dal mare durante un’immersione in un lago scozzese in profondità, dove la visibilità era poca, l’acqua era fredda e la paura era tanta. Questa esperienza mi ha ricordato che il mare è indifferente: un pessimismo cosmico che però rimane amore. Infatti nonostante questo, io il mare lo amo incondizionatamente, anche se non è corrisposto. Sott’acqua respiro davvero e il mio corpo si fa così leggero da permettermi di stare lì più mentalmente. Nella mia pratica artistica questo si traduce in una condizione di presenza che sulla terra ferma raramente riesco ad avere. 


“In Sardegna non c’è molto” – mi dicevano

2. Faiddemu di la spiriènzia in Iscozia: ill’anni da “scozzésa accudita” ai aunitu, illu trabaddu tóju, dui attivitai chi a primm’acchittu póni parí abbeddu a longa: l’alti e la subacuea. Ci ói cuntà di chistu pruggjettu?
2.⁠⁠ Parliamo della tua esperienza in Scozia: negli anni da “scozzese per adozione”, nel tuo lavoro hai unito delle attività che a primo impatto sembrano molto distanti una dall’altra: l’arte e la subacquea. Ci vuoi raccontare qualcosa di questo progetto?

A 18 anni mi son trasferita in Scozia, volevo studiare in inglese: mi avrebbe dato più possibilità nella vita, “in Sardegna non c’è molto” – mi dicevano. Non sono sicura che sia così, ora, lucidamente, dopo 10 anni all’estero e tornata a Cagliari da 5 mesi, sono rimasta colpita dall’energia della mia città. La Scozia mi ha dato tantissimo: un’indipendenza che per forza di cose devi sviluppare più fortemente quando vivi all’estero da sola; amicizie stupende e forti affetti; un modo di approcciarmi al mondo naturale che non so se avrei avuto qui. La Scozia, con il suo clima rigido, non ti da tante opportunitá di stare all’aperto come lo si intende in Sardegna. Qui per due nuvolette nel cielo, viziati dal sole quotidiano, si tende a essere più arrendevoli. In Scozia, l’importante è che non ci sia vento gelido, tutto il resto si può superare. 

In effetti è proprio in Scozia che il mio amore per il mare è maturato. È lì che il mio “reincanto” è avvenuto. Nelle acque buie, fredde e inospitali, ma brulicanti di vita e obbedienti a maree di diversi metri. Alghe giganti e alghe coloratissime, foche, praterie di piante marine, ricci e cozze grandi quanto una mano. La meraviglia fanciullesca di cui parla Rachel Carson – biologa marina e splendida scrittrice –  è ciò che ha rafforzato la mia connessione con il mare. Nella mentalità capitalista in cui siamo immersi, è difficile ascoltare la voce della nostra emotività, ma gli ambienti naturali hanno la capacità di risvegliarla in maniera sorprendente.

Personalmente io vedo l’arte come una maniera di esprimermi rispetto al mondo che mi circonda, un modo di parlare della realtà o di quello che penso. Tuttavia non voglio raccontare il mare solo per riflettere sulla sua bellezza, ma trovo importante parlare dei problemi che lo aggrediscono ed evidenziare la connessione che abbiamo con esso. 

Ho iniziato a portare la matita sott’acqua con me qualche anno fa. All’inizio ero un disastro e ora… lo sono ancora! Sott’acqua disegnare è piuttosto difficile. Perché quindi lo faccio? 1. Fare qualcosa che mi piace e non poterlo fare bene mi fa bene al cuore essendo una persona che si perde nel perfezionismo. 2. Per osservare con occhi e mani attente, notando dettagli, forme, colori, luci, che solo nuotando mi sarei persa. 3. Perchè partendo dallo sketch subacqueo, riesco poi a sviluppare quello che ho visto in maniera più accurata.

Da questo modo di relazionarmi con il mare sono nate tante cose: due mostre con altri artisti e artiste subacquee, laboratori per adulti e bambini, stampe e animazioni. Ma soprattutto un documentario animato, il lavoro di cui sono più orgogliosa fin ora.

I prossimi passi sono un documentario qui in Sardegna sulla foca monaca e sto studiando per diventare guida snorkelling per portare a disegnare persone in sicurezza!


In Scozia, come in Sardegna, la lingua però non si è ritirata passivamente, ma è stata attivamente discriminata e demonizzata

3. Un libru d’ illustrazioni arréa di siguru undi li paràuli no arréscini, ma tu ai dizzisu cumunca di trattà la linga scozzésa. Vulemu apprufundí comu ai pinsatu di auní subacquea, biologia, alti e linghi minorizzati?
3.⁠ ⁠Un portfolio d’illustrazioni arriva di sicuro dove le parole non riescono, eppure tu hai deciso di utilizzare la lingua scozzese. Come sei arrivata a pensare di legare tra loro la subacquea, l’educazione ambientale, l’ arte e le lingue minorizzate?

Più che un portfolio di illustrazioni direi più un’animazione! “Dùthchas: our underwater forests” è un documentario animato di 12 minuti a cui sto lavorando da più di un anno. Il semino di questo documentario riposava nella mia mente da anni di meraviglia sott’acqua – non mi capacitavo che molte persone non conoscessero queste foreste subacquee e di conseguenza non sapessero quanto fossero fragili.

Il Gaelico è venuto strada facendo, parlando con persone, scoprendo la connessione tra il mare e le popolazioni indigene – i Gaels. Durante una residenza artistica all’Argyll Hope Spot, la nostra guida snorkelling ci parlò del concetto di Dùthchas – una connessione profonda e ancestrale a un luogo naturale. Ammetto che prima di allora non reputavo importante sapere cosa veniva prima, da una punto di vista linguistico. In modo abbastanza brutale e estremamente semplicistico pensavo che se una lingua è morta, vuol dire che nessuno la parla più, e se nessuno la parla più allora è giusto che muoia. Niente di più falso! In Scozia, come in Sardegna, la lingua però non si è ritirata passivamente, ma è stata attivamente discriminata e demonizzata da chi ha sopraffatto il popolo Scozzese, o meglio, dei Gaels: gli inglesi durante le ‘clearances’ (secondo me comparabili alle leggi sulle Chiudende in Sardegna nello stesso secolo). In entrambi i luoghi, la lingua è stata sistematicamente eliminata, fino a farla quasi scomparire. Quasi! Fortunatamente c’è chi oggi si sta battendo per reintrodurla come lingua viva. È un processo che richiederà tempo e tanto sforzo collettivo, ma io penso che il valore di un popolo che parla la propria lingua sia nella capacità che esso può ritrovare nel riavvicinarsi ai propri luoghi e tradizioni in maniera autentica.

Di questo si parla nel documentario, nello specifico della connessione tra la perdita di biodiversità marina – come praterie di piante marine, foreste di alghe e letti di ostriche native – e la perdita di biodiversità linguistica-culturale – il gaelico scozzese. Questa lingua è estremamente descrittiva, è come una mappa che ci rivela che specie c’erano o che specie ci sono – dandoci la possibilità di immaginarci cosa potrebbe esserci di nuovo, restituendoci un senso di responsabilità verso questi habitat che tendiamo a sfruttare e distruggere. Dùthchas mi ha ispirata a riconnettermi con la mia di terra, e il mio mare. Sono sicura che il Sardo ha tanto da raccontarmi. Da poco ho iniziato a prendere lezioni di Sardo; non vedo l’ora di ascoltare cosa ha da raccontarmi!


4. A ca didichiggji lu trabaddu tóju candu lu fai sutt’a l’ea? Ca immagjiniggji chi l’arà a vidé?
4.⁠ ⁠A chi dedichi il tuo lavoro? Per chi sono pensati i progetti che svolgi sott’acqua, chi ti immagini chi li vedrà quando li svolgi?

Bellissima domanda, non ci avevo mai riflettuto. Per quanto riguarda i disegni subacquei in sé, proprio per nessuno! Ci tengo a precisare che sono davvero brutti, essendo sketch subacquei servono a me stessa per sviluppare dei disegni più formati. Nella loro bruttezza però magari possono ispirare qualche persona a disegnare non performativamente. Come esercizio di osservazione e di presenza. Credo che i miei lavori siano appetibili a un pubblico che ha già una connessione già stabilita con il mare. Chi con il mare ci dialoga spesso e rivede nelle mie “conversazioni” artistiche qualcosa di sé e del suo mare. Penso anche che questo mio raccontare il mare e i suoi abitanti sia un modo di esaltarne la bellezza e quindi spero di rafforzare o addirittura ispirare un avvicinamento al proprio mare. 


5) Lu chi fai è maraigliósu, cumplimenti abbeddu. In Saldigna, candu si pensa a l’attivismu pa’ li linghi saldi, lu piú di la gjenti pensa a attivitai di fà in mezu a li banchi di scóla. Chi saria, di ‘éru, un primmu passu impultanti. Ma sigundu te, v’è, in calch’e manéra, calch’e mirata chi no ci laca immagjinà altu? Maccari cosi chi no aemu ancóra osatu pinsà? 
5.⁠ Ciò che fai è meraviglioso, complimenti davvero. In Sardegna, quando si pensa all’attivismo per le lingue sarde, il piú delle volte la gente pensa ad attività da realizzare tra i banchi di scuola. E questo sarebbe, in realtà, un primo passo essenziale e indiscutibile per la rivitalizzazione e il mantenimento della lingua. Ma secondo te, c’è in qualche modo una mentalità diffusa che non ci lascia spazio per immaginare altro? Qualcosa che non abbiamo ancora osato pensare?

Questo è un tema di cui ho parlato molto con un professore di Gaelico che ho intervistato per il documentario. Ragionavamo sul fatto che imparare una lingua “morente” solo per il gusto di farlo, non ha senso. Non ha senso se la vuoi far rivivere davvero e non decretarla morta. Perché la lingua è viva quando le persone la usano fra di loro, per andare a comprare il pane, per discutere di politica, per comunicare i propri sentimenti. In Scozia, come penso anche in Sardegna, lo spopolamento ha fortemente inciso allo smantellamento di intere comunità e al legame linguistico-culturale che le univa. Immaginarsi di poter vivere in contesti più piccoli come i paesi o le piccole città – gli habitat originali se vogliamo – delle lingue che ora chiamiamo minoritarie, potrebbe essere il primo passo per riappropriarci di queste ultime e ridargli una vita. Sarebbe qualcosa di nuovo unito a qualcosa di vecchio, non uguale in tutto per tutto, ma che abbia lo stesso potere di rafforzare le comunità e di vedere la propria terra con occhi di responsabilità. 

La lingua è viva quando le persone la usano fra di loro, per andare a comprare il pane, per discutere di politica, per comunicare i propri sentimenti


6) V’è calch’e cosa chi ai fattu pa’ lu gaelicu chi volaristi prupuní di fà pa’ li linghi di Saldigna? Tra li cosi cuncréti chi podaristi fà, da undi incumenciaristi?
6. ⁠⁠C’è qualcosa che hai realizzato con il gaelico che vorresti proporre anche per le lingue di Sardegna? Tra le cose concrete che vorresti realizzare, da dove incominceresti?

Sicuramente incomincerei dal mare. Penso ci sia una grande disconnessione tra i Sardi e il mare, nel senso che non sappiamo veramente cosa c’è lì sotto, oltre la spiaggia (e a volte non capiamo l’importanza di ecosistemi che vivono nelle spiagge stesse, tipo le dune). Per proteggere dobbiamo prima imparare, e per farlo dobbiamo comprendere dove è stata la rottura, perchè prima le cose funzionavano e ora no? Ricercare quella conoscenza ecologica tradizionale, assieme alla scienza odierna chiaramente, penso sia un ottimo passo.

So che i Sardi non sono storicamente legati al mare in senso stretto come lo sono in Scozia, ma sono curiosa di indagare di più. In maniera concreta mi piacerebbe un giorno riuscire a parlare del mare in sardo e fare divulgazione, riconnettere le persone al proprio mare e diventare custodi. Per ora sto studiando per diventare guida snorkelling e portare in acqua le persone in sicurezza e allo stesso tempo prendendo lezioni di sardo. Spero di poter collaborare con persone più esperte di me nei campi linguistici, scientifici, creativi e sviluppare una conoscenza collettiva forte e solida, un modo di parlare del nostro mare in maniera più personale. 

In questi giorni ho organizzato un’uscita con delle artiste cagliaritane a Cala Murr’e Porcu (nessuno la chiama così a Cagliari, in realtà è conosciuta come la Spiaggia della Pailotteperò citenevo a usare il nome in sardo. Mi piacerebbe capire da dove viene, ci sono tanti luoghi a Cagliari che hanno perso il toponimo originale). In quest’uscita faremo un giro snorkelling e condividerò con le partecipanti il disegno subacqueo. Sarà la prima esperienza per tutte loro. Ho preparato un poster con i nomi di alcune specie marine che potremmo aspettarci di vedere e ho inserito sia il nome scientifico, che quello italiano e quello sardo, nella varietà campidanese. Penso sia necessario conoscere più intimamente fauna e flora marina per potersi appassionare e poterla proteggere. Attraverso il disegno questa attenzione viene elevata e spero che vengano ispirate a creare arte sul mare!  Chiunque sia interessato a vivere questa esperienza può contattarmi o su Instagram su @violamadau_visual o per e-mail viola.madau@gmail.com.

Al momento sto anche lavorando con Matteo Banni a un documentario sulla foca monaca in Sardegna, alla sua scomparsa e presenza nel folklore e nella storia sarda. Sono entusiasta e curiosa di vedere dove ci porterà questo lavoro di ricerca.


Gràzii Viola, è statu un piacéri mannu pudétti intalvistà. Gràzii abbeddu, e cumplimenti ancóra pa’ lu trabaddu chi fai. A vidécci sani, e…ci vidimu sutt’ea. 

Grazie a voi per l’intervista.

Cumpartzi • Condividi

Lascia un commento / Cummenta

I commenti saranno sottoposti ad approvazione prima della pubblicazione.

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Captcha in caricamento...